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Coccia tosta: nata di marzo!

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  • #16
    La nostra vita a Cisternino

    La nostra vita a Cisternino
    Cisternino è “il paese delle contrade” nel senso che, pur avendo un centro storico eccezionalmente bello e molto caratteristico, gran parte dei suoi cittadini vivono in complessi abitativi formati da un insieme di trulli, nelle campagne circostanti.
    Questo, però, non significa che le famiglie vivono isolate, perché ci sono trulli abitati in ogni piccolo pezzo di terra e, anche se i terreni sono tutti recintati dai caratteristici muretti a secco, i vari complessi abitativi non sono delle isole a sé stanti come succede, di solito, nelle villette di altre zone d’Italia, ma sono intercomunicanti fra di loro con una fitta rete di stradoni e viottoli, e le persone vivono tutte in armonia, da buoni vicini di casa, fra bellissime coltivazioni di mandorli, fichi, olivi e vigneti.
    Altra cosa bella è il fatto che ogni famiglia dispone di un forno a legna privato, ricavato in un piccolo trullo, che usano con regolarità.
    Noi vivemmo in uno di questi trulli, a poca distanza del centro storico, per due mesi, e fu una bellissima vacanza, poi ci trasferimmo a San Vito dei Normanni, perché, per il mio papà, sarebbe stato più facile raggiungere Brindisi, sia pure da pendolare, per lavorare.


    .................... continua ........

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    • #17
      La scuola a San Vito dei Normanni

      La scuola a San Vito dei Normanni


      Era il mese di settembre quando, io e i miei cari, ci sistemammo a San Vito, in una casa del nuovissimo quartiere di Contrada Gallo.

      Fosse stato per me, ero talmente disorientata dopo tanti spostamenti di residenza, che non sapevo cosa fare, né come progettare e costruire il mio avvenire ….

      Si, finora tutto quello che avevo visto e vissuto era stato bello, ma ora?

      I miei fratelli erano ancora occupati nelle Scuole Elementari e, per loro, la strada era tracciata, ma io che cosa avrei fatto adesso?

      Furono i miei genitori che s’informarono, chiesero in giro che cosa “offriva la piazza” in fatto di scuole, e seppero che, in quel periodo, avevano appena istituito, in paese, un Avviamento Professionale ad indirizzo sia femminile che maschile, e che davano (cosa non trascurabile per l’economia familiare) i libri gratis!.

      Ne fui felice ed iniziò così, per me, un nuovo percorso di studi.

      Quell’Avviamento Professionale, anche se, all’epoca, era visto con una certa arie di sufficienza da coloro che, invece, frequentavano le scuole Medie, (dove studiavano il latino che a noi era negato), era in realtà una scuola ben strutturata, con programmi d’italiano, matematica, scienze, francese, contabilità, merceologia, calligrafia, disegno, musica e tanto altro, e ci teneva impegnate dalle otto della mattina fino alle due del pomeriggio.

      Le attività manuali e pratiche, magistralmente offerte, non erano affatto cosa da disprezzare, anzi … ne ho valutato il loro valore in seguito, nella vita pratica, quando ho conosciuto perone con l’aureola di chissà quale grande cultura che, invece, erano imbranate anche se dovevano piantare un chiodo o attaccare un bottone.

      Quell’avviamento era una scuola formativa completa, con dei programmi più validi di quelli che furono adottati, successivamente, nella Scuola Media Unica, dove, guarda caso, avevano eliminato proprio il latino, ma non avevano aggiunto tutte le altre belle cose che offriva il vecchio Avviamento!

      I docenti che avevamo erano molto selettivi e, delle due numerose prime che si erano formate al primo anno della sua istituzione, ne derivò, in terza, solo una piccola classe di 17 ragazzine.

      Fu, per me, un’occasione di crescita formativa molto importante.

      M’impegnai con profitto e fui gratificata anche con una borsa di studio triennale di 60mila lire l’anno e, in terza, anche con una borsa di studio ulteriore, di 25mila lire, offerta dalla locale Banca sanvitese.


      .................... continua ........

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      • #18
        Verso Brindisi, per continuare a studiare

        Verso Brindisi, per continuare a studiare

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        Verso la fine del terzo anno di quel corso di studi di Avviamento Professionale, furono i miei stessi professori che, avendo intuito che, da parte dei miei genitori, non c’era nessuna volontà di farmi proseguire gli studi, s’impegnarono, con tutti i mezzi, per poter parlare direttamente con loro, perché, dicevano, sarebbe stato un peccato bloccare così il mio percorso formativo.

        I miei, però, questa volta si rifiutarono categoricamente di venire a scuola per affrontare ogni e qualsiasi discorso in proposito.

        La cosa m’indispettiva.


        Se quello stesso atteggiamento l’avessero avuto qualche anno prima, avrei subito tutto impotente ed incapace di controbattere ad ogni e qualsiasi loro decisione, ma ora no, ora ero ben cosciente di me e delle mie capacità, e quel loro atteggiamento mi disturbava parecchio.

        Ci furono discussioni, in famiglia, anche aspre e, nel dire e ridire, una volta a mio padre scappò questa frase:

        <<Insomma, io ho tre figli maschi e sono un operaio, dove devo trovare i soldi per far studiare anche te?>>

        Apriti cielo!

        Questa cosa non la potevo proprio inghiottire!

        La “coccia tosta” che finora non era stata di disturbo a nessuno divenne insopportabile e, alla fine si trovò un compromesso per ristabilire la pace familiare … L’occasione per la soluzione del problema, fu, ancora una volta, una scuola che stava nascendo, proprio quell’anno, a Brindisi; si trattava di una sede staccata dell’Istituto Professionale Femminile di Taranto, con tre indirizzi: figurinista, sartoria e maglieria, e cosa importantissima per le discussioni che sui stavano tenendo nella mia famiglia, le tasse scolastiche erano pochissime e rimborsavano, ai pendolari, perfino il costo dell’abbonamento del pulman!

        A questo punto mio padre era con le spalle al muro:

        <<Tu hai tre maschi che vuoi portare chissà dove… e a me, femmina, neghi una scuola professionale di cui non ti peserebbe nemmeno il costo del viaggio?>>

        La vinsi e, per tre anni, tutto andò bene, anche perché, ancora una volta, vinsi, con apposito concorso, una borsa di studi triennale e, questa volta, si trattava di 110mila lire l’anno..


        .................... continua ........

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        • #19
          Io all’Istituto Tecnico Femminile di Lecce

          Io all’Istituto Tecnico Femminile di Lecce

          Angelina (19 anni).jpg


          Man mano che andavo avanti nel percorso professione (specializzazione sartoria), mi chiedevo cosa avrei fatto dopo, quale possibilità di inserimento sociale avevo con quella scuola, e se c’era la possibilità di continuare, in qualche modo, gli studi.

          Fu così che, proprio dalla segreteria di quel modesto Istituto, venni a sapere che si, avrei potuto continuare gli studi passando all’Istituto Tecnico Femminile, che però a Brindisi non c’era, dovevo spostarmi o su Lecce o su Taranto, e che, per accedervi, dovevo sostenere un esame integrativo su tre materie: italiano, pedagogia e matematica.
          Insomma era una cosa troppo costosa per la mia famiglia per due motivi:
          · Non c’erano monete per pagarmi i professori per sostenere l’esame integrativo
          · Certamente, quand’anche avessi superato quell’esame, i miei non mi potevano pagare l’alloggio in un’altra città.
          Non mi arresi.
          Fra Taranto e Lecce, scelsi Lecce, perché era più facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici; m’informai sui programmi che dovevo svolgere per affrontare quell’esame, mi procurai dei libri adeguati e, da sola, cominciai a studiare.
          Ora abitavamo in campagna, sulla strada per Francavilla, a circa un chilometro di distanza dal paese.
          Avevo la possibilità di isolarmi, all’ombra di qualche albero, e studiare tranquilla, indisturbata da tutti.
          L’italiano non mi dava nessuna preoccupazione, la pedagogia nemmeno, anzi mi affascinava, ma la matematica … che problema era per me la matematica!
          Per quanto io m’impegnassi e cercassi di capire, mi resi conto che senza l’aiuto di un professore, con la matematica non ce la potevo proprio fare!
          I miei mi guardavano con compassione e, forse, pensavano:
          “Che si rompa la testa da sola, altrimenti chi la regge, lei la situazione non la vuole proprio capire …”.
          Nei primi giorni del mese di settembre del 1968 io ero a Lecce, trepidante, per sostenere quell’esame.
          Era un tema, era l’italiano scritto e… niente paura; l’indomani c’era l’orale … e la matematica?
          Anche per la matematica era previsto un esame esclusivamente orale!
          La cosa mi rincuorò: ripassai formule e regole e, facendo tutti gli scongiuri, mi presentai, l’indomani, a quell’esame.
          Così come era prevedibile, il mio non fu un esame brillante, quello che temevo di più in matematica si risolse con qualche formula che il professore mi propose su un foglio di carta durante l’orale.
          Forse la mia preparazione fu valutata appena sufficiente, se non proprio mediocre, ma fui ammessa alla frequenza del IV anno dell’Istituto Tecnico Femminile di Lecce, che aveva sede nella bellissima via Porta Rudie, a pochi passi dal Palazzo Arcivescovile e dalla magnifica Piazza Sant’Oronzo.index.jpg
          Tornai a casa trionfante.
          Sprizzavo gioia da tutti i pori e vidi i miei genitori orgogliosissimi di me, tanto che, inizialmente, s’impegnarono anche per pagarmi un posto per dormire a Lecce; ma durò poco, perché io, quando vidi che per loro era una cosa davvero troppo gravosa, decisi di percorrere i 40km che c’erano tra la mia casa e la scuola che frequentavo, ogni giorno, con i mezzi pubblici: autobus e treno.
          Questo viaggio giornaliero mi costava tanti sacrifici e fatica, perché dovevo alzarmi la mattina molto presto e tornavo a casa verso le ore 15,30 del pomeriggio, ma era una cosa sostenibile per tutti. Ancora una volta partecipai al concorso per le borse di studio dell’epoca e me ne fu assegnata una biennale di 150mila lire l’anno.
          All’esame di maturità ebbi una buona valutazione, tanto che mi fu utile per scalare le graduatorie degli insegnanti di Applicazioni Tecniche della Provincia di Brindisi e sistemarmi, in pochi anni, con incarico definitivo, nelle Scuole Medie Statali di San Vito dei Normanni.


          .................... continua ........

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          • #20
            Galeotto fu l’ attestato di frequenza di un corso di aggiornamento per i docenti

            Galeotto fu l’ attestato di frequenza di un corso di aggiornamento per i docenti

            municipio-san-vito.jpg

            Nei primi anni d’insegnamento, iniziai a lavorare con incarichi di supplenza, sia pure di lunga durata.

            In quel periodo, molto spesso, arrivavano, nelle scuole dove prestavo servizio, delle circolari che informavano dell’esistenza di corsi di aggiornamento pomeridiani, magari in zone disagiate, per me, come Fasano, Francavilla o, addirittura Taranto, che però erano preziosi per accumulare punteggio e scalare le graduatorie ai fini della carriera: anche un mezzo punto in più, al momento delle nomine annuali, poteva fare molta, molta differenza!

            Gli attestati che venivano rilasciati, di norma, non superavano la grandezza di un normale foglio di carta, ma una volta, uno di tali corsi, che si tenne a Taranto, rilasciò un attestato enorme, su un cartoncino particolare, colorato come se fosse stato una pergamena, tanto che sembrava un diploma di Laurea da incorniciare … e invece valeva appena mezzo punto!


            Chiaramente non potevo allegare una scartoffia così nella domanda d’insegnamento, dovevo farne una fotocopia, ma dove trovare una fotocopiatrice adeguata allo scopo?

            Mi misi in giro con quella carta in mano …

            C’era, in Piazza Municipio, un piccolo locale dove aveva sede un’agenzia di assicurazione e, siccome era una giornata caldissima, lì si lavorava con la porta spalancata.

            Mi affaccia, timidamente …

            C’era un ragazzo, un ragioniere che si trovava li per fare ben altri lavori, ma il titolare dell’Agenzia, suo amico, era assente.

            Esposi il mio problema.

            Lui guardò bene prima me, poi diede un’occhiata a quell’attestato e mi disse: qui fotocopiatrici non ne abbiamo di nessun tipo, ma venga con me che adesso risolviamo il problema.

            Così dicendo m’invitò ad uscire, chiuse la porta a chiave e, passo, passo, ragionando e ridendo, mi accompagnò presso una tipografia non molto distante … per fare che cosa?

            Una fotocopia?

            No!

            Lui chiese al titolare, che evidentemente conosceva molto bene, la cortesia di tagliare con un arnese adeguato, in modo preciso e ben fatto, tutto quel cartoncino bianco che era di troppo intorno alla reale certificazione del documento.

            In questo modo, rimpicciolito, il mio attestato trovò, poco più avanti, in una cartolibreria, una macchina fotocopiatrice adeguata allo scopo.

            Ne fui felicemente sorpresa e colpita dal modo di fare di quel ragazzo, e dal suo modo semplice e pratico di risolvere i problemi.

            Lui era Demetrio.

            In seguito ci frequentammo assiduamente e, il 14 settembre del 1974 ci sposammo.IL MIO MATRIMONIO 5.jpg


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            • #21
              Il primo anno di matrimonio

              Il primo anno di matrimonio

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              Nell'anno scolstico 1974/75 furono istituiti, per i docenti che, come me, avevano già un Incarico a Tempo Indeterminato, dei corsi abilitanti per l’ammissioni in ruolo.


              Tali corsi si tenevano a Brindisi, di pomeriggio, quindi, per me era un’occasione importantissima, unica ma, per andarci, dovevo affrontare un viaggio in pulman.


              Forse avrei dovuto essere più prudente nel gestire la mia vita privata e familiare, data la situazione, ma col senno di poi…

              Il fatto fu che io, incinta, con tutto quel da fare che avevo, persi il mio primo fiore!

              Fui vittima, proprio nell’incipienza della gravidanza, di un incidente stradale che, almeno in apparenza, non aveva danneggiato né me, né la bimba che portavo in grembo, ma poi, con un mese di anticipo dal quello che doveva essere il termine naturale della gravidanza, mi si ruppero le acque, i medici non furono rapidissimi nell’aiutarmi a partorire e la piccola, che era posizionata di piedi, ingerì acqua e morì.

              Era la sera del 7 giugno del 1975.


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              • #22
                Settembre 1976: fiocco rosa!

                Settembre 1976: fiocco rosa!


                Dopo tante sofferenze una grande gioia: la sera del 17 settembre 1976 è nata Claudia, sana e… bellissima.


                Ora avevo davvero una bella famiglia: un buon marito, una magnifica bambina e un posto di lavoro come l’avevo sempre desiderato, in paese e a pochi passi da casa mia.


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                • #23
                  Aprile 1985: fiocco azzurro

                  Aprile 1985: fiocco azzurro

                  MIA MADRE CON MIO FIGLIO FERNANDO.jpg



                  Non fu facile arrivare a quest’altra gioia, avevo provato più volte ad arricchire la mia famiglia con l’arrivo di un altro bimbo, ma diverse gravidanze le ho perdute strada facendo a causa di una fragilità capillare e di tosse terrificante che mi scuoteva terribilmente fin dai primi mesi e non se ne capiva il motivo;


                  I denari che davo ai ginecologi erano, a dir poco, soldi buttati!


                  Fu un’ostetrica che trovò la soluzione al mio problema in un modo tanto semplice quanto straordinario: avevo bisogno di una buona dose giornaliera di vitamina C, che potevo assumere tranquillamente, senza problemi per il feto, con delle pastiglie effervescenti sciolte in acqua.


                  Ho seguito il suo consiglio assiduamente per tutta la gravidanza.


                  Così facendo si calmava miracolosamente la tosse, guariva la faringite e, addirittura, ne avevano un beneficio anche le mie vene varicose e i vasi capillari.

                  La gravidanza andò avanti senza problemi e la notte del 2 aprile del 1985, nel piccolo Ospedale di Cisternino, (non più all’Ospedale di Brindisi, dove avevo avuto non poche delusioni), nacque Fernando, anche lui sano, bello, dolcissimo.


                  Ora avevo una famiglia davvero al completo!

                  MIA MADRE CON cLAUDIA E FERNANDO DAVANTI CASA MIA.jpg



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                  • #24
                    La setta demoniaca dei monaci Mercedari, cancro della mia famiglia.

                    La setta demoniaca dei monaci Mercedari, cancro della mia famiglia.

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                    I Mercedari sono dei monaci che gestiscono, a San Vito dei Normanni, la parrocchia di san Francesco.

                    Hanno una veste bianca e si presentano come i santoni dell’umanità ma a mia figlia, a me ed alla mia famiglia hanno fatto tanto male quanto ne avrebbe potuto fare una setta di feroci delinquenti.

                    Quelli che, prima di altri, sono stati molto attivi in quest’azione delinquenziale avevano un nome ed un cognome, ma non è il caso di fornire particolari dettagli sulla loro identità perché poi ho dovuto prendere drammaticamente atto che furono loro complici tutti i monaci Mercedari di San Vito, le monache Mercedarie del convento di Novoli (Le), i monaci Marcedari di Nemi (RM) e , infine, le monache Mercedarie di Roma che hanno una ricca sede nel quartiere Parioli.pbaxac.jpg

                    Insomma si trattò di una vera e propria pericolosissima associazione a delinquere con sedi e ramificazioni molto estese!...

                    I fatti si svolsero così: nella famiglia di mio marito (mia suocera e tre figlie femmine, tutte bigotte e di scarsissima cultura), quando si accorsero che io non frequentavo nessuna chiesa cattolica e che tendevo a dare la stessa educazione alla mia bambina, denunciarono il fatto ai loro “confessori” e si coalizzarono per staccare da me la mia piccola e per portarla nell’entourage di quei malevoli soggetti vestiti di bianco di cui erano assidue frequentatrici.

                    Ora io abitavo nella zona 167, all’estrema periferia della zona nord della città, mentre mio marito aveva il suo ufficio di consulenza commerciale all’altro capo di San Vito, zona sud, nei pressi della chiesa dei Mercedari e di tutti gli esponenti più sciocchi e ignoranti di casa sua.

                    La ragazza frequentava la ragioneria e, almeno inizialmente, il suo progetto di vita era quello di lavorare, in seguito, nell’ufficio paterno.

                    Con queste premesse, non mi sembrava troppo strano il fatto che lei, quasi tutti i pomeriggi, andava via da casa per recarsi allo studio di papà … anche se mi accorgevo che non sempre era così.

                    Il fatto che Demetrio, nonostante la sua buona cultura, subisse, nella gestione della sua vita spirituale e quotidiana, l’ignoranza di sua madre e di tutto l’entourage che la circondava, non era per me un mistero, perché loro lo tenevano psicologicamente assoggettato per due motivi:

                    · lui era l’unico della famiglia ad avere un buon titolo di studio perché loro glielo avevano permesso,

                    · il padre, prima di morire, gli aveva raccomandato di non abbandonare mai né la madre né le tre sorelle.

                    Era così forte questa sottomissione psicologica che mia suocera arrivò a dirmi, in una discussione;

                    <<Lui è marito a me, perché io marito non ne ho e lui è… marito a me!>>

                    Demetrio aveva, quindi, un’eredità morale molto gravosa, che si ripercuoteva anche sulla gestione dell’economia familiare, ma per quanto riguarda l’educazione della figlia, fino a che punto si sarebbe fatto coinvolgere dall’insipienza di quelle quattro donne?

                    Io non l’avrei mai immaginato.

                    Lui fu loro succube fino al punto da essere loro complice nella distruzione psico-fisica della ragazza, perché Claudia, in realtà, all’ufficio del padre non si appoggiava per nulla ed era sempre in balìa di quei monaci che erano la sua distruzione sia dal punto di vista intellettivo che per il suo equilibrio psico-fisico.

                    Io, impotente, non riuscivo più a comunicare con mia figlia e lui, il padre, quasi, quasi ne godeva!


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                    • #25
                      13 aprile 1995: un giovedì “Santo” gestito dai diavoli Mercedari

                      13 aprile 1995: un giovedì “Santo” gestito dai diavoli Mercedari




                      Il giovedì santo, nella gestione clericale del pecorame cattolico, è dedicato alla “visita dei sepolcri”, nel senso che, ogni fedele si deve fare il giro di tutte le parrocchie della città per far visita ai cosiddetti “sepolcri” che vengono allestiti per l’occasione in ogni chiesa.

                      Claudia aveva già compiuto i suoi 18 anni pochi mesi prima, quindi era maggiorenne (e la cosa era stata ben studiata nell’ambiente che frequentava).img010.jpg


                      Quella sera io e Fernando, il mio bimbo più piccolo, eravamo in casa, sul divano, ben lontani da tutto quello schiamazzare di preti e giaculatorie di cui facevano eco mia figlia e mio marito, anzi, per quanto riguardava Fernando, in considerazione di quanto mi stavano facendo soffrire con la prima figlia, mi sono sempre rifiutata, categoricamente, di farlo avvicinare, sia pure con cautela, ad ogni e qualsiasi soggetto clericale, ed è stata una scelta quanto mai azzeccata, perché lui è cresciuto benissimo, si è laureato in Ingegneria Informatica, ha trovato un ottimo lavoro e vive tranquillo, in un paradiso sospeso tra cielo e terra, al terzo piano di una palazzina, tra il verde dei prati ed il cinquettìo degli uccelli.Fernando Marinò.jpg

                      Per Claudia, invece, ero impotente … perché lei ora era maggiorenne … lei non mi sentiva più e ci salutò, guardò me ed il fratello, e uscì dicendo che andava a vedere “i sepolcri”.

                      Anche mio marito era fuori, che io sappia, per lavoro, ma, a tarda sera, lui rientrò in famiglia e la ragazza non si vide.

                      Dov’è?

                      Chiese lui a me,

                      “E’ andata in chiesa, è in giri per i sepolcri …”

                      “Ma è tardi, a quest’ora dovrebbe già stare a casa da un pezzo … vado in chiesa a vedere”.img008.jpg


                      Lui uscì in cerca della figlia, girò, la chiesa e l’intera città erano deserte, ma della ragazza nessuna traccia.

                      Si rivolse a quel tale monaco (Angelo si faceva chiamare, ma era un lucifero incarnato) e gli chiese:

                      “Dov’è mia figlia?”

                      E quello gli rispose:

                      “Che ne so io! Io la notte dormo …”

                      Quasi a fargli intendere che la ragazza aveva preso chissà quale brutta strada …

                      Furono ore terribili per noi.

                      Mio marito non prendeva pace e tutti gli insipienti della sua famiglia di origine, che l’avevano indotto su quel baratro, non potevano essere di nessun aiuto.

                      Nessuno sapeva nulla.

                      Alcuni parrocchiani che conoscevano bene me e le frequentazioni di quei monaci, mi dissero:


                      “Vedi che quelli hanno come rapida frequentazione il convento di Novoli, poi quello di Nemi, quello di Roma, e un altro in Sardegna… questi sono i loro agganci, devi cercare tra questi ”

                      A quel punto, andare a denunciare la scomparsa della ragazza ai carabinieri poteva essere di grande pregiudizio per la stessa incolumità fisica della ragazza perché, non è una novità, la chiesa cattolica, pur di non fare brutte figure, pur di non suscitare scandali e di salvaguardare il buon nome di tutto l’impero ecclesiastico, è capace di far sparire, fisicamente, le persone che si trovano, in un modo o nell’altro, nelle loro grinfe (ci sono casi eclatanti, anche relativamente recenti, come quello di Emanuela Orlandi ed Elisa Claps).

                      In più, essendo la ragazza maggiorenne, non ne avrei ricavato nulla perché sarebbe apparso tutto come un allontanamento volontario, e come tale, i militari non avrebbero avuto nemmeno motivo per indagare.

                      Decisi, così, di fare le mie ricerche da sola.

                      Mi rivolsi al convento di Novoli.

                      “E’ lì da voi mia figlia Cluadia?”

                      “No. Qui non è venuto nessuno”.

                      Chiesi anche ad altri conventi, di monaci diversi… nessuno sapeva nulla!

                      Io ero distrutta.

                      Sono state quelle le vacanze di Pasqua più brutte della mia vita.

                      Anche mio marito batteva ogni pista possibile e condivideva le mie preoccupazioni in caso di una denuncia ai carabinieri.

                      Anche lui si sentiva impotente, spiazzato, deluso e perfino deriso nei suoi sentimenti più cari.

                      Nessuno gli diceva nulla.


                      ................... continua ........

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                      • #26
                        Il giorno di Pasquetta non mi reggevo in piedi e lindomani avrei dovuto riprendere il mio lavoro a scuola.
                        Feci un ultimo, disperato tentativo: andai a trovare un collega, professore di religione, sacerdote dei salesiani (che sono dei cristiani ben diversi dai monaci ).
                        Conoscevo bene quel sacerdote, appunto perché era un collega di lavoro, insegnava religione negli stessi corsi dove insegnavo io, gli spiegai analiticamente ogni cosa e fu lui che, senza promettermi nulla, risolse la situazione
                        Forse gli bastò una semplice telefonata, non so cosa fece realmente, ma un suo discorso di disapprovazione risuonò altissimo, nelle mie orecchie, subito, chiaro e forte, perché mi disse:
                        <<Queste sono cose che, prima o poi, in un modo o nellaltro, vengono a galla, e a quel punto la chiesa che figura ci fa?>
                        Non so cosa fece dopo, ma
                        sta di fatto che, quella stessa sera, squillò il telefono di casa mia, alzai la cornetta e
                        << Pronto!>>
                        <<Mamma sono io, Claudia.
                        <<Dove sei?>>
                        <<Sono a Roma, nel convento delle monache Mercedarie?>>
                        <<Stai bene?>>
                        <<Si mamma, sto bene>>
                        <<E come ci sei arrivata lì>>
                        <<Mi hanno portata prima a Novoli, poi sono state a Nemi e adesso sono qui>>
                        <<Ma tu devi ancora completare gli studi, devi fare l'esame di maturità, come farai adesso?>>
                        <<Penseranno a tutto loro .>>.
                        In sostanza tutta la setta al completo dei Mercedari, articolata nei settori maschile e femminile, si era coalizzata prima per rapire mia figlia, manipolando il suo cervello; poi, quando io e suo padre la cercavamo a San Vito, a Novoli, a Nemi e dappertutto, ci avevano negato ogni e qualsiasi sua notizia, e fu solo per un intervento estraneo al loro clan, e con l'ordine dei loro superiori, che si risolsero per farci avere notizie della ragazza.
                        Per mio marito fu una scoppola immensa, che finalmente gli fece capire il suo tragico errore e iniziò, tra me e lui, una nuova complicità, finalizzata al recupero della ragazza.
                        Naturalmente, dopo una simile esperienza, né i Mercedari, né altre chiese parallele, hanno visto fra i loro banchi il volto di Demetrio, che si è definitivamente allontanato dal cattolicesimo.
                        Ora eravamo in due a nutrire un odio viscerale verso tutto l'impero Vaticano.

                        .................... continua ........
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                        • #27
                          Lesame di maturità di Claudia
                          L’esame di maturità di Claudia




                          Ora che sapevo dov’era finita la ragazza, ora che avevo un numero di telefono ed un indirizzo per rintracciarla, il primo problema da seguire ed affrontare era quello del suo esame di Maturità.

                          Ogni sera le telefonavo e chiedevo:

                          <<In che modo le suore che ti hanno presa in carico stanno risolvendo il problema? Hanno chiesto il tuo trasferimento presso qualche Istituto di Roma?

                          Che dobbiamo fare?

                          Per completare il programma ti servono i libri, te li portiamo?>>

                          La risposta era semplicemente un nulla. Nessuno, in quel convento, si dava realmente da fare per risolvere questo suo gravissimo problema.

                          La sua vita, lì dentro, era semplicemente quello della sguattera che si doveva alzare alle 4.30 di mattina per la prima messa e poi… pulisci qua, lava lì, strofina di là… tutto al servizio delle vecchie volpi che erano a capo della struttura.

                          Io non prendevo pace:


                          <<Figlia mia, anche per presentarsi da privatista, presso un qualsiasi Istituto, ci sono dei termini, per la presentazione della domanda, che sono già scaduti…>>

                          Niente.

                          Ormai la ragazza era lì e per ogni altro problema nessuno muoveva un dito … non si muoveva foglia!

                          Dopo qualche settimana io e mio marito ci mettemmo in macchina e portammo alla ragazza i suoi libri e i suoi vestiti, chiedemmo alle monache come si sarebbe risolto il problema dell’esame di maturità e non avemmo nessuna risposta concreta.

                          Decisi di andare a parlare con il preside dell’istituto di ragioneria di Mesagne , dove aveva studiato Claudia fino a pochi giorni prima.282000995_3227277414186361_8629979322140607839_n.jpg

                          Spiegai il problema.

                          Il preside aveva i dati completi ed aggiornati di tutta la situazione della ragazza perché c’era stato un consiglio di classe pochi giorni prima, quindi mi disse:

                          <<Signora, non è proprio il caso che sua figlia si presenti, per l’esame, in nessun altro istituto Nazionale, a nessun titolo, perché qui ha già le valutazioni più che positive, in tutte le materie, ed ha una piena ammissione all’esame di maturità. Sua figlia si presentava spesso, da volontaria, a tutte le interrogazioni ed era sempre ben preparata. Dovete trovare solo il tempo e il modo per farla ritornare qui e darle la possibilità di affrontare l’esame.>>

                          A questo punto le monache Mercedarie dei Parioli erano con le spalle al muro: la ragazza doveva sostenere il suo esame a Mesagne… Non potevano dirle di no, ma non le permisero di tornare a casa, nemmeno per pochi giorni, perché lei aveva avuto “la chiamata dal Signore” e non poteva più parlare con sua madre; quindi la ragazza fu indotta, per dare l’esame, a ritornare nel convento Mercenario di Novoli, per il tempo necessario dell’esame, e sarebbe stata qualche altra “associata con la veste bianca” di quella struttura ecclesiastica che l’avrebbe accompagnata, di volta in volta, a Mesagme.

                          Io, come madre, non potei fare altro che sedermi fra il pubblico ed assistere all’esame della mia ragazza, come un’estranea.

                          Il suo fu un esame brillante … nonostante tutto, ed ebbe un voto finale di 56/60.


                          .................... continua ........

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                          • #28
                            Per le monache Mercedarie dei Parioli romani, la cultura di mia figlia non serviva
                            Per le monache Mercedarie dei Parioli romani, la cultura di mia figlia non serviva a nulla

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                            Ottenuto il suo bel diploma di ragioniera, la ragazza ritornò a Roma ed io continuai a seguirla, come potevo, con lettere e telefonate.

                            Le chiedevo:

                            <<Cosa si prospetta ora per te?

                            Andrai all'Università?

                            Ti faranno lavorare per qualcosa di cui hai dimostrato di essere brava e con un titolo di studio adeguato?>>

                            Niente!

                            In quel convento lei serviva solo per pulire e strofinare, lei lì doveva essere l'ancella di chi?

                            Di Dio?


                            No!

                            Lei era l'ancella di quelle poco di buono che dirigevano il convento!.

                            Del resto non è una novità: nella chiesa cattolica ci sono si degli ordini che curano molto bene l'aspetto culturale di chi ne entra a far parte, (e sono per lo più i Salesiani e i Gesuiti), ma gli altri, la grandissima parte di tutti gli altri ordini monacali e simili, sono costituiti da soggetti di scarsissima cultura che basano il loro carisma sull'abito che portano e i rituali, sempre uguali e ripetuti a pappagallo, quotidianamente e in modo ciclico, come lo scorrere di giorni e delle stagioni dellanno; la loro forza è basata solo nel fatto di stare insieme in un clan, ben organizzati e protetti da quello che altro non è che un'antica reminiscenza dellimpero Romano: la chiesa cattolica e il Vaticano.


                            Insomma mia figlia, lì dentro, era completamente persa, sotto tutti i punti di vista, ma io aveva un'intima certezza: una situazione conflittuale del genere, in una qualsiasi famiglia, non può durare a lungo. Nel tempo le possibili soluzioni sono due:

                            1. i genitori accettano la scelta della figlia,

                            2. la figlia ritorna sui suoi passi e si ricompone la famiglia.

                            E' una cosa ben studiata e classificata su tutti i libri di pedagogia e psicologia.

                            Nel mio caso specifico, siccome non era assolutamente possibile che fossi io ad accettare una cosa del genere, ci poteva essere un'unica sola alternativa: la ragazza da quella prigione, prima o poi, sarebbe uscita, e toccava a me starle vicino nei modi possibili e non farla sentire abbandonata a se stessa.


                            .................... continua ........

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                            • #29
                              Il mio piano educativo per recuperare mia figlia.

                              Il mio piano educativo per recuperare mia figlia.
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                              Visto e considerato che la ragazza, in fatto di religione, aveva subito un accurato lavaggio del cervello da parte di esponenti fanatici del cattolicesimo, senza avere nessuna opportunità di valutazione critica di quanto le veniva propinato come verità assoluta, e visto che ora quel sistema di gestione del suo cervello si era ancora di più fortificato tenendola chiusa lì dentro, toccava a me, coi pochi mezzi disponibili e a buona distanza da lei, farle da “Grillo parlante” e cercare di offrirle un contraddittorio efficace a tutto quello che giornalmente e ciclicamente le veniva propinato.
                              Era da tempo, da tanto tempo, che io non prendevo in mano i cosiddetti “vangeli” o qualsiasi altra pubblicazione religiosa, ma in casa di mio padre non mancavano Bibbie, chiave bibbliche luterane e pubblicazioni che contestavano criticamente, l’interpretazione dei Vangeli in chiave cattolica, su tanti e vari temi, a cominciare dall’istituzione dello stesso papato, e poi la confessione, la storia di Maria Vergine, quella dei fratelli di Gesà, il battesimo ai neonati, la cresima…. E tanto altro.
                              …Ma c’era anche un altro problema che avrei voluto risolvere e capire per dirlo a lei: qual era la visione ebraica di tutto il Cristianesimo.
                              Io volevo sapere, per me e per mia figlia
                              1. perché Gesù, ebreo, fu idolatrato da tutti meno che dai suoi compaesani, dai suoi familiari e dai suoi fratelli ebrei?
                              2. Perché Gesù non scrisse di suo pugno quello che predicava?
                              3. Le storie riportate dei cosiddetti “vangeli”, per circa tre secoli dopo la morte del Cristo, circolavano nell’Impero Romano solo oralmente, come tanti altri racconti e storie fiabesche. Poi ci furono degli antichi scrittori che trascrissero tali racconti e se ne sono registrate tante versioni, spesso molto diverse tra loro. Gli stessi quattro “vangeli” scelti dagli antichi “dottori della Chiesa” sono diversi fra loro.
                              4. Nessuno degli “evangelisti” ha quindi mai ascoltato né tantomeno visto, il Cristo, ma ha scritto solo quello che si raccontava tra il popolo, dopo tanti anni .
                              5. In tale contesto, i quattro Vangeli scelti dagli antichi “dottori della chiesa”, che credibilità possono avere?
                              Ho cominciato a studiare cercando libri adeguati allo scopo ovunque possibile. Andai alla biblioteca ebraica di Roma e chiesi consigli alla titolare per la scelta dei libri da acquistare … e mi ritrovai nelle mani dei tesori di cultura che non sapevo nemmeno che potessero esistere!
                              Ora di materiale ne avevo abbastanza, ma come fare per farne arrivare qualche giusta goccia nel cervello di mia figlia?
                              Il problema l’ho risolto così: la liturgia della chiesa cattolica è sempre uguale e si ripete, di ricorrenza in ricorrenza seguendo il calendario.
                              Quindi io, semplicemente sfogliando il calendario, potevo sapere quali erano le cazzate del giorno che le stavano propinando fin dalla prima messa mattutina.
                              Di conseguenza io avevo il mio bel da fare perché dovevo leggere e approfondire gli stessi argomenti con la criticità di un “Grillo parlante”, e poi, in modo chiaro e conciso, scrivere tutto in una normale lettera che lei non aveva difficoltà a ricevere.
                              Chiaramente, per completare un simile lavoro, avevo bisogno di almeno un anno.
                              In parallelo le telefonavo la sera, tutte le volte che me lo permettevano, ma quelle telefonate mi servivano solo per farle capire che lei non era sola, che era sempre e comunque la mia bambina, che nessuno l’aveva abbandonata, nonostante tutto, e cercavo di capire qual era il suo stato d’animo ed il suo morale.
                              Sapevo che mia figlia, lì dentro, aveva quanto mai bisogno di me che, ormai, ero il suo unico aggancio con il mondo esterno.
                              Fu così che Claudia, mentre da una parte leggeva e sentiva il suo “ grillo parlante” , all’interno del convento si trovò testimone di fatti davvero scabrosi, molto lontani da quella pace paradisiaca che le avevano prospettato in precedenza: c’erano suore isteriche, caratteriali, irascibili e, la notte, da alcune di quelle “celle”, si sentiva un rumoreggiare che faceva pensare di tutto.
                              Ci fu il caso di una ragazza indiana che le fece molta impressione: lei proveniva da una famiglia poverissima. Chissà con quale stratagemma l’avevano presa e portata e Roma, e lei ne soffriva … ne soffriva così tanto che cominciò a rinunciare il cibo.
                              Ormai era anoressica e si temeva che morisse per fame. Per evitare un tale scandalo, fu messa su un aereo e rispedita a casa.
                              La ragazza, ritornata nella poverissima casa paterna, ricominciò a mangiare e riacquistò la salute, tanto che trovò anche marito e ritornò a Roma a fianco del suo uomo!.


                              .................... continua ........

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                              • #30
                                L’acquisto di un alloggio, a Roma, per risolvere il problema

                                L’acquisto di un alloggio, a Roma, per risolvere il problema


                                DSC01376.jpg


                                Avevo capito che lì dentro, mia figlia, non era a proprio agio, ma non aveva più il coraggio di dirmi semplicemete:

                                “Mamma, torno a casa…”

                                Certamente, per un suo ritorno a San Vito, avrebbe pesato moltissimo, nella sua mente, il contesto delle sue amicizie, delle sue conoscenze, la storia clericale che si portava dietro…


                                Mi resi conto che, se volevo davvero recuperare mia figlia alla vita, dovevo darle un’opportunità di crescita diversa, lontano da San Vito e da tutti i Mercedari.

                                Avevo dei risparmi, miei personali, che potevano bastare per comprare un piccolo appartamento a Roma.


                                Ne trovai uno, seminterrato, di circa 50 metri quadri, nel quartiere Tor Pignattara, a poca distanza dalla Casilina.

                                Era un’occasione buona, utile allo scopo, non troppo costosa e ben collegata con il centro storico della città.

                                Mio marito appoggiò la mia idea speranzoso, e fu al mio fianco sia all’atto dell’acquisto che in seguito, per il suo arredamento.DSC01353.jpg


                                Riuscimmo a mostrare a Claudia il nostro acquisto.

                                Lei ne rimase felicemente sorpresa, perché capi che avevamo fatto tutto per lei, per darle una possibilità di crescita autonoma, di studio o di lavoro o comunque le sarebbe piaciuto.

                                Fu quella la soluzione definitiva del problema, perché poi la ragazza è uscita da quella maledetta gabbia dei Mercedari e ha cominciato a gestirsi la sua vita da sola, in modo autonoma, prima impegnata negli studi, poi nel lavoro, ma sempre in piena autonomia e ben lontana da ogni chiesa.

                                Dopo di lei, altre ragazze hanno lasciato quel convento, e ce n’è stata qualcuna che ha chiesto alla mia Claudia un po’ di ospitalità, per realizzare i propri progetti lontano dai monaci.

                                Anche questa fu una bella soddisfazione.
                                Ora nella mia famiglia è tutto a posto, la vita scorre tranquilla, ma nessuno più frequenta chiese di nessun tipo, e anche i programmi televisivi che impongono frequentemente la presenza di tali soggetti ci danno fastidio e si cambia canale: sono tutti dei lupi mascherati da pecore!

                                Angelina Stanziano

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