Un “diavolo” fra gli ulivi



Negli anni '40 del secolo scorso viveva, a Grottaglie, un contadino che si chiamava Giovanni La Patana.
Egli era sposato, aveva una bella famiglia e riusciva a soddisfare i bisogni quotidiani dei suoi cari grazie ad un piccolo pezzo di terra, un po' lontano dal paese, perché bisognava camminare per ben due ore per arrivarci, ma che gli rendeva bene, perché la terra era fertile ed era fiancheggiata da un ruscello che, anche d'estate, era sempre pieno d'acqua: un'acqua buona da bere e preziosa per il suo campicello e che, purtoppo, poco più avanti si disperdeva nel sottosuolo, tuffandosi in una grava.
Quel fazzoletto di terra, (che gli era stato dato in eredità da suo padre), grazie al lavoro previdente e secolare dei suoi antenati, era pieno di alberi da frutto di ogni tipo e, in ogni stagione, l'orto era ricco di verdure: in inverno cavoli, finocchi e rape; in primavera legumi da mangiare freschi o da essiccare; in estate peperoni, pomodori, melanzane, sedani, zucchine e tutto quello che si può immaginare e che poteva essere utile per la mensa quotidiana.
Bisognava però lavorare molto, impegnarsi quotidianamente ed essere sempre lì presente, anche per evitare la mano leggera di qualche ladruncolo.
Egli aveva un asinello che l'aiutava nei suoi lavori e gli rendeva più agevolo il tragitto da casa a quel campicello.
La sua vita avrebbe potuto essere più o meno tranquilla, anche se, pur lavorando, non guazzava certamente nell'oro, ma Giovanni aveva un problema... un grosso problema: aveva una fobia pazzesca per il... davolo!
Era una paura che gli avevano inculcato nell'anima fin da piccolissimo e, quando la sua mamma si era accorta che quella paura era diventata una cosa patologica, gli disse (e glielo ripeteva ogni giorno), che il diavolo si poteva scacciare recitando le “avemmarie”.
Suo padre, invece, cercava di convincerlo che il diavolo non esiste.

Durante il giorno, mentre lavorava, bastava un fruscìo, un soffio di vento, qualche piccolo rumore, lo scivolare di un ramarro fra i cespugli, il battito d'ali di un uccello, o qualsiasi altra cosa che rompeva il silenzio dei campi per farlo sobbalzare e fargli vedere le sembianze del diavolo ovunque.
Per questo motivo, durante la giornata, egli recitava molto spesso le “avemmarie” ad alta voce, e quando più il terrore gli attanagliava il cuore, tanto più forte recitava la sua preghiera.
Un suo confinante, che si chiamava compare Angelino il Trappitaro, conosceva bene il suo problema ed una sera, verso l'imbrunire, sentendolo salmoidare a ritmo frenetico, pensò: <<Chissà per quale bagattella ha paura stasera... ma adesso gli devo far venire io una bella cacarella!...>>
Lo vide sul sentiero che attraversava il fondo che portava alla stradina e si avviò anche lui verso il confine, per dargli voce dal muretto a secco.
Intanto le chiome degli ulivi secolari accrescevano l'oscurità e, con questa, cresceva la paura di Giovanni La Patana.

Il tono della sua voce aumentò e si moltiplicò il numero delle “avemmarie”.
Ad un tratto, però, quella litanìa cessò, perché Giovanni stava cercando di darsi coraggio da solo e, infatti, il compare Angelino il Trappitaro lo sentì dire, tra sé e sé, in modo distinto:
<<Il diavolo non esite Giovà...di che ti stai prendendo paura? Te lo diceva sempre tuo padre... il diavolo non esiste!...>>
Poi cominciò a canterellare:
<<Il diavolo non esiste... Il diavolo non esiste!...>>
Il Trappitaro ascoltò, si ricordò delle liti che avevano avuto per motivi di confine e decise di prendersi gioco di lui con uno scherzo semplice ma... cattivello. Nascosto dal muretto a secco, corse in avanti verso un ulivo secolare che sporgeva con la sua chioma sulla stradina, proprio dove il suo compare aveva legato l'asino.
Vi salì sopra e si nascose sui rami pendenti sulla stradina.

La cantilena era giunta quasi fino a lui, sempre più chiara, sempre più forte:
<<Il diavolo non esiste, il diavolo non esiste...>>.
Quando compare Giovanni fu a pochi passi da lui, il Trappitaro fece ondeggiare l'estremità di un grosso ramo.
Compare Giovanni vide i rami muoversi e si fermò.
Guardò l'asino che era legato lì sotto. Guardò gli altri ulivi vicini e non si muoveva foglia.. solo lì, vicino a lui, vicino al suo asino, c'era tutto quel fruscìo.
Poi ricominciò con la sua cantilena:
<<Il diavolo non esiste, il diavolo non esiste...>>
...E il Trappitaro che se la godeva, rispose con voce cavernosa:
<<Non esiste? Io qua sto!... E a te sto aspettando!..>>
Il terrore prese compare Giovanni che si bloccò per un istante, cercando di focalizzare meglio quel ramo, ma non si accorse dello scherzo, poi buttò a terra la zappa, il tascapane ed altri attrezzi, lasciò l'asino lì, come l'aveva sistemato già da tempo, e si avviò con una corsa frenetica, pazzesca verso casa.
Appena arrivò, ebbe problemi impellenti di evacuazione intestinale, poi tremante e pallido, si stese sul letto.
Intanto compare Angelino il Trappitaro, non sapeva che fare, aveva cercato di dargli voce, mentre fuggiva per lo spavento, ma non aveva fatto in tempo, perché lui era stato così veloce che, in un lampo, era sparito dietro la curva.
Decise allora di caricare gli attrezzi di lavoro, buttati a terra, sull'asino del compare, poi legò l'animale in coda al suo asino e, passo-passo, si avviò con i due asini verso il paese.
Arrivò a Grottaglie, bussò alla porta del compare Giovanni, e consegnò l'asino con tutta l'attrezzatura.
<< Che cosa è successo?>> Chiese alla signora, fingendo di non saperne nulla, <<Come mai il compare ha lasciato l'asino da solo in campagna, si è sentito male?>>
...<<E si un po'. Ha disturbi all'intestno>>
<<Ha la sciolta?...>>
<<E si. Cose che capitano...>>
<<Ma l'asino in campagna da solo non poteva stare, mica l'avreste ritrovato domani...>>
<<Infatti. Grazie, Grazie!>>.
Qualche sera dopo, in piazza, mentre tutti i cafoni erano lì per "cercare la giornata", tutto il paese sapeva già di quella strana storia del “diavolo fra gli ulivi” e della cacarella di compare Giovanni la Patana





Tratto dal libro
Ed ora ad occidente verso Campo freddo
Scritto da Giuseppe Laino
Scorpione Editore