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Discussione: Nerina Storia di un viaggio nello spazio di un piccolo mondo di piccoli uomini

  1. #1

    tour Nerina Storia di un viaggio nello spazio di un piccolo mondo di piccoli uomini

    Nerina
    Storia di un viaggio nel tempo e nello spazio di un piccolo mondo di piccoli uomini

    cascina Bacchiasso.jpg



    Scritto da

    ANGELINA STANZIANO

    Informo i miei lettori che questo è il racconto di un viaggio immaginrio fra luoghi e cose, le cui immagini sono state tratte dal Web.
    Ogni riferimento a persone e storie varie è puramente casuale: lo scopo è un'itinerario storico fra il modo di vivere dei popoli del sud nella seconda metà del secolo scorso.
    Angelina Stanziano







    Il racconto di Nerina: gita ad Avigliana


    La piccola, bella cittadina di Avigliana è sempre stata presente nei miei sogni ma non mi è mai stato possibile farci una capatina; e non perché fosse lontana, io vivo a Torino, cioè a nemmeno un'ora di strada con la macchina... e poi alla mia Mamma Dora piace molto viaggiare e benché, per impegni di lavoro, non sempre mio padre ci poteva accompagnare, ho visitato tanti bei posti sia in Italia che all'estero.
    Nessuno, però, aveva interesse ad accompagnarmi là, dove avrei voluto; anzi dicevano che dovevo togliermi certe fantasie dalla testa perché ormai avevo una bella famiglia e non mi dovevo creare problemi inutili.
    Che motivo avevo per essere triste? Forse non ricambiavo il
    loro affetto?
    Insomma, mamma e papà erano gelosi e, per quanto mi sforzassi per rassicurarli dei miei sentimenti, non ero mai riuscita a realizzare il mio desiderio.
    Anche dopo le nozze ho avuto delle difficoltà: le gravidanze, i figli piccoli da crescere.... Ma ora, finalmente, ero in viaggio verso la Valle Susa con mio marito ed i miei figli.
    Sulla strada non c'era molto traffico e tutto era bello.
    Mentre con lo sguardo mi godevo il paesaggio, i miei pensieri
    vagavano nel passato e ricordai un tempo ormai lontano quando, nel '72, nel giorno del mio dodicesimo compleanno, piansi in classe.
    Rividi l'insegnante che prima cercò di calmarmi e poi fece intervenire il Preside. Ricordai il disagio che provai fra
    tutte quelle premure e, soprattutto, il fatto che, per distogliere l'attenzione dal vero problema che mi opprimeva, mostrai il ricamo che avevo fra le mani gridando: <<Guardate, guardate se è possibile lavorare in queste condizioni!...>> Lanciando una frecciatina all'operato della professoressa.
    Ricordai anche il Preside che osservava attentamente il lavoro: era un bel cuscino da salotto ma lo avevo mostrato dal rovescio dove avevo pasticciato un po'.
    Per me furono attimi di grande tensione, ma loro si guardarono in faccia con espressione interrogativa e mi lasciarono in pace.
    Poco dopo si scoprì il reale motivo di quel pianto così dispera
    to.
    Era successo che, Giuditta, una ripetente piuttosto antipatica, aveva trovato il modo per ferire la mia sensibilità col ritornello: "Puttana, figlia di puttana..." Riferendosi chiaramente alla mia condizione di figlia adottiva.
    Quante sofferenze per quella storia! Piangevo, soffrivo, ma non
    osavo rendere pubblico l'insulto più volte ricevuto.
    Ora grazie a Dio tanti problemi li avevo superati ma avevo ancora un inesauribile desiderio di conoscere il mio passato e dovevo ritrovare la mia mamma naturale perché sentivo che la mia ricerca di identità si sarebbe conclusa solo col suo riconoscimento.


    .... continua ..............................




  2. #2

    Nerina. Ecco Avigliana!

    Nerina. Ecco Avigliana!


    Ecco Avigliana.
    Che emozione!
    Appena uscimmo dal Corso Francia ammutolii perché sia alla mia destra che alla mia sinistra si stagliavano verso il cielo monti dal profilo familiare.

    Castello3-800.jpg


    Eravamo vicino alla stazione ferroviaria e, subito dopo, girammo a sinistra.
    Proseguimmo verso "Piazza del Popolo", dove ebbi un sussulto:
    <<Gira di qua, di qua!... >> Dissi a mio marito.
    <<Dove? >> Mi chiese lui con tono breve e asciutto.
    <<Andiamo per questa strada che sale verso destra.>>
    Vito rallentò la marcia, girò lo sterzo e..... un divieto
    d'accesso ci bloccò.
    Parcheggiammo la macchina e proseguimmo a piedi.
    Percorremmo quella salita che diventava sempre più stretta e ripida. Passammo davanti all'ospedale e ad una vecchia fontana, poi, superata una curva a gomito, ci ritrovammo in Via Porta Ferrata. Lì ci fermammo, ci sedemmo sul muraglione panoramico e osservammo il paesaggio sottostante.

    via p. Ferrata.jpg


    Si vedeva in lontananza la Dora Riparia, di fronte i boschi che s'inerpicavano tra le rocce e, in alto, sul primo monte a destra, una grande croce che ne indicava la cima.
    Alle nostre spalle la strada, ora più ampia, saliva ancora. Ricordavo bene anche quel selciato: è fatto con ciottoli di fiume perfettamente levigati dal tempo, ed è sicuramente di origine medioevale.
    Proseguendo per quella strada vedemmo, sulla sinistra, cinque gelsi imponenti, secolari, con una chioma folta e regolarissima a causa della "capitozzatura" subita di recente. Essi sporgevano sulla strada dall'alto di un muro di cinta e mi ricordarono una notizia letta chissà dove: le foglioline tenere dei gelsi sono il cibo preferito dei bachi da seta che un tempo erano la ricchezza di queste zone..... Chissà, forse in quel caseggiato poco distante, alto e imponente, dall'aria austera, tanti tempo fa si lavorava la seta...
    Osservai attentamente i palazzi intorno: avevano una struttura molto sobria ed erano privi di inutili ornamenti, spesso non avevano intonaco e mostravano con orgoglio i mattoni
    rossi sistemati da mani sapienti chissà quanti secoli orsono.

    via porta ferrata.jpg

    C'erano degli artisti che si erano disposti con le loro tele
    qua e là, e dipingevano monumenti e paesaggio.
    Andammo avanti fino all'incrocio: sulla destra leggemmo "Via Norberto Rosa" ed era una viuzza che saliva verso il castello; di fronte, dopo una curva, la strada discendeva.
    Persi l'orientamento: quella strada che credevo di ricordare bene mi apparve tortuosa e complicata. Nell'incertezza girai a destra.


    .............................. continua …...........................

  3. #3

    Il viaggio di Nerina: il castello di Avigliana

    Il viaggio di Nerina: il castello di Avigliana



    Dopo aver percorso un breve tratto di quella stradina arrivammo su un largo spiazzo, a ridosso della rocca su cui ci sono ancora i ruderi del castello. Era un posto meraviglioso che, anche se vicinissimo al centro storico del paese, c'era una fontanella con un'architettura in pietra grezza fatta da tre piccoli arch, l'acqua che zampillava era buonissima e si respirava un'aria purissima e profumata dai pini.

    Da lassù si vedeva il lago...
    Mentre mi sforzavo di mettere a fuoco qualche ricordo, sentii un'esclamazione di meraviglia dei miei figli:
    " Sono due! Mamma, guarda, sono due laghi: uno più grande e l'altro più piccolo. Quell'altro sta più in fondo , vieni di qua che si vede meglio!..."




    Fui felice di aver scoperto un posto così bello per far giocare i miei bambini; ma mi resi conto che avevo sbagliato strada e avrei voluto tornare subito indietro per portare a termine la
    mia ricerca; Vito però non era d'accordo, anzi, percorrendo un sentiero ripido e sconnesso, ci guidò fin sopra le rovine del castello.

    Devo dire che, al di là di tutti i motivi che mi rendevano
    impaziente, aveva ragione lui perché vale davvero la pena salire fin lassù. E' un autentico paradiso.... Pur avendo i piedi ben attaccati al suolo, ci sentivamo leggeri e un po' come sospesi a
    mezz'aria perché, dall'alto, riuscivamo a vedere l'intero territorio di Avigliana.
    Tutto ciò che la natura può offrire di bello era sotto i nostri occhi: montagne e vallate, boschi e prati, laghi e fiumi, e, sopra ogni cosa, un cielo di un bellissimo azzurro....

    Oh se avessimo potuto volare!....




    .............................. continua …...........................




  4. #4

    Il viaggio di Nerina- Avigliana: Piazza Conte Rosso e la chiesa di San Giovanni

    Il viaggio di Nerina- Avigliana: Piazza Conte Rosso e la chiesa di San Giovanni

    Al ritorno ci ritrovammo in Piazza Conte Rosso, che è circondata da antichi portici e ha un grande pozzo al centro.
    Lì riconobbi, sotto i portici, il negozio di generi alimentari da cui si serviva la mia mamma.

    1.jpg
    Entrai e comprai un pacco di biscotti ed una
    bottiglia di acqua minerale.
    Osservai tutto e tutti ma nessuno dei presenti mi ricordava nulla: la bottegaia che ricordavo io era una signora che era arrivata lì dal Veneto... ora non c'era più.
    Uscii delusa.
    Poco più avanti vidi una chiesa.

    Ci entrai, ma non mi ricordò

    p. conte rosso.jpg
    nulla. Forse, da piccola, non c'ero mai stata, con la mia mamma... Diedi prima un'occhiata intorno, poi chiesi ad una
    vecchietta seduta di fronte all'altare maggiore:
    << Come si chiama questa chiesa? >>
    <<Questa è la parrocchia di San Giovanni.>>
    ...Il mio cuore cominciò ad accelerare i suoi battiti perché
    avevo scoperto di essere proprio nel luogo dove avevo ricevuto
    il battesimo. Pensai che, con un po' di fortuna, se avessi
    incontrato un parroco compiacente, nel registro della parrocchia
    avrei pututo leggere il mio cognome di origine e ritrovare,
    così, la mia famiglia.
    Credetti che fosse più facile avere una notizia del genere da un sacerdote che non da un funzionario dello Stato. Cercai fiduciosa il parroco, ma non fui fortunata:
    << Sono notizie riservate,>> mi disse. << La legge ci impone il segreto d'ufficio e, per quanto possa essere comprensibile l'ansia di una figlia sensibile come lei, è rischioso trasgredire una norma di legge, perché potrebbero esserci anche dei risvolti negativi.>>
    Furono inutili tutte le mie insistenze....
    " Che legge strana!" Pensai. "Sui miei documenti c'è scritto a chiare lettere che sono una figlia adottiva, ma nemmeno adesso che sono adulta, sposata ed anche madre, mi viene riconosciuto
    il diritto di conoscere la mia storia personale!
    Per proteggere chi?
    E da che cosa?
    E' possibile che nessuno di tutti i 'papaveri' che ci governano abbia mai pensato ai disturbi psico logici che una situazione del genere provoca nella mente di chi si trova nella mia condizione?
    Proseguimmo per quella discesa.
    Passammo sotto il ponticello medioevale di "Via Garibaldi" e mi fece uno strano effetto: quel ponte, come del resto le strade, le case e tutto ciò che stavo riscoprendo dopo tanti anni, era in realtà molto più piccolo di come lo ricordavo. Non era un difetto di memoria: era un fenomeno naturale dovuto semplicemente al fatto che ora erano cambiate le proporzioni tra la mia statura e le cose.
    ponte di borgo vecchio.jpg




    .............................. continua …...........................

  5. #5

    Il viaggio di Nerina- Avigliana: la cascina “Bacchiasso”

    Il viaggio di Nerina- Avigliana: la cascina “Bacchiasso”




    Attraversammo "Corso Laghi"; di fronte c'era una stradina che portava verso la campagna, noi l'imboccammo e la percorremmo lentamente.
    Fummo attratti prima dalla bellissima chiesa di San Pietro, poi da una lunga fila di ciliegi che costeggiavano la strada e da un castagneto.
    Dopo due o forse tre chilometri, ci ritrovammo nel cortile di una vecchia cascina: la cascina Bacchiasso, ossia l'origine di tutta la mia “odissea”!.
    Poco distante dal grande ingresso c'era un pozzo con in alto le carrucole per i secchi e, come ricordavo, a rimpetto, quella che certamente è stata la mia prima casa.cascina Bacchiasso.jpg

    Era stata ristrutturata, ma era disabitata.
    I cani abbaiavano furiosamente ed una signora anziana si affacciò sull'uscio di una porticina verde.

    Le chiedemmo scusa del disturbo e qualche notizia degli abitanti di quella casa. Lei ci diede le informazioni richieste con molta semplicità:
    <<Si sono separati.>> Ci disse. << Ora lui vive con un'altra donna in paese e fa il fruttivendolo, della signora Annella invece, non abbiamo avuto più notizie. La casa è chiusa da molto tempo e, solo di tanto in tanto, viene la figlia Rita per fare le pulizie.>>.
    Da queste poche parole avevo già saputo due cose molto importanti, per me: la mia mamma si chiama Annella e ho una sorella che si chiama Rita.
    Naturalmente non mi bastava e le chiesi ancora:
    <<Signora, lei di me non si ricorda?>>
    << Di lei signora? No. Dovrei?.... >> Rispose quella donnina
    quasi in tono di scusa.
    <<Beh, veramente ero molto piccola quando giocavo in questo cortile. Io mi chiamo Nerina....>>
    <<Nerina?!.... Tu sei la piccola Nerina?>> Ripeté lei felicemente sorpresa.
    <<Si, certo, sono io.>>
    <<Ma cara.... Come sei diventata bella!.... Ma dimmi, dov'è la tua mamma?
    Perché vieni a chiedere a me le sue notizie? Io sono Laura, non mi conosci più? Vieni, venite in casa....
    Entrate, sedetevi, vi offro qualcosa.>>
    Quella signora era commossa più di me che a stento trattenevo le lacrime.
    Che cara signora! Aveva il volto tondo, con folte sopracciglie che incorniciavano due occhi nerissimi, e la sua pelle portava le tracce delle molte ore passate al sole.
    Era una donna sobria, vestita in maniera dimessa ma non trasandata e portava sulla testa un fazzoletto annodato dietro la nuca.
    Zoppicava un poco perché le faceva male una gamba.
    Da lei seppi altre cose; per esempio che i miei ricordi non
    potevano risalire a quando realmente abitavo lì, perché fui cacciata da quella casa, insieme alla mamma, quando non avevo ancora due anni.
    Ella mi disse che quel cortile lo posso ricordare solo perché
    mia madre, di tanto in tanto, con la speranza di rivedere le
    altre tre figlie (Rita, Adele e Michela), mi prendeva con sé e
    mi portava a far visita a lei, alla cara signora Laura, che ci
    offriva una sedia per farci sedere un po' fuori, davanti al suo
    uscio. Mio padre, infatti, ci aveva proibito sia di entrare in
    quella che doveva essere la nostra casa, sia di parlare con le
    altre tre bimbe.
    Mi disse anche che la mamma non riuscì più a vedere le sue
    creature perché lui le affidava a volte ad un parente, a volte
    ad un altro, ed infine le chiuse tutte e tre in un orfanotrofio di Chivasso.
    Consultando una guida telefonica, trovai l'indirizzo di quello
    che dovrebbe essere il mio padre naturale e di mia sorella Michela, che non è sposata e vive nello stesso condominio del
    padre. Trovai anche l'indirizzo ed il numero di telefono di
    Adele, un'altra sorella che vive sola con la sua bambina perché
    il fidanzato l'ha lasciata. Mi mancava l'indirizzo di Rita e, soprattutto, quello della mia mamma.




    .............................. continua …...........................

  6. #6

    Il viaggio di Nerina- l'incontro con la sorella Adele

    Il viaggio di Nerina- l'incontro con la sorella Adele





    Forse sarebbe stato più "normale" andare a far visita a quel tale mio "padre" ma, dal momento che quand'ero piccola in casa
    sua non mi volle, preferii recarmi da mia sorella Adele.
    Ricevetti un'accoglienza festosa: mia sorella pianse e rise
    per la commozione. Non credeva ai suoi occhi perché le avevano
    detto che non mi avrebbe mai più rivista in quanto succede così
    per tutti i bambini abbandonati.
    Conobbi anche mia nipote che è una bimba deliziosa, ed ebbi
    modo di valutare i gravi danni che il dramma di famiglia ha
    causato sul carattere di Adele, che è un fiore di ragazza, di
    media statura e perfettamente proporzionata, ed ha un volto largo e chiaro incorniciato da una folta capigliatura color castano.
    Il suo sorriso serio, però, tradiva qualche durezza.
    Infatti aveva sempre un atteggiamento da giudice ed un parlare aspro e distaccato. Nelle sue parole si notava spesso acredine ed astiosità perché aveva il cuore gonfio di odio verso tutti: ce l'aveva con la matrigna perché non si sentiva amata, con il fidanzato che l'aveva ingannata, con la suocera che aveva impedito le sue nozze e, soprattutto, con la mamma perché secondo lei è una puttana che ha abbandonato marito e figli prima per un uomo, poi per un altro.
    A sostegno di queste sue convinzioni mi disse che io non
    sono figlia del suo stesso padre ma di un altro uomo, un certo
    Nicola, che è anche cugino e cognato della mia mamma e che ora abita in Valla D'Itria.
    Pare che lo scandalo che ha rovinato la nostra famiglia sia
    scoppiato quando avevo già un anno perché si accorsero che
    assomigliavo più a quest'uomo che a quello che dovrebbe essere
    mio padre.
    Adele mi disse anche che la mamma si è formata un'altra
    famiglia in Germania, ma che nessuno ne conosceva l'indirizzo
    preciso e che sia lei che le sue sorelle, le avrebbero chiuso
    la porta in faccia se l'avessero vista sul loro uscio.
    Ebbi l'impressione che ella fosse stata fortemente condizionata, nei suoi giudizi, dall'educazione paterna. Infatti mi sottolineò spesso il fatto che, pur fra tanti guai, lei è stata più fortunata di me in quanto, essendo figlia legittima di quel padre così "virtuoso", non è stata abbandonata. Inoltre il feroce disprezzo che dimostrò verso la sua vera mamma, mi palesò, in modo inequivocabile, che era stato represso in lei ogni naturale sentimento di amore filiale e che nessuno le aveva mai insegnato un comandamento di Dio che non ammette eccezioni: "Onora il padre e la madre"..
    Anche se le feci notare che, a conti fatti, non mi sentivo affatto più sfortunata né di lei né di altri, perché non sono mai stata abbandonata dal Signore e sono cresciuta in una famiglia affettuosa, lei non cambiò idea e continuò ad imprecare contro la mamma.
    In seguito cercai anche le altre due sorelle, ma non ruiscii ad incontrarle e credetti che i vari ostacoli fossero causati da
    chi sa quali assurdi "ordini" paterni.
    Mi recai personalmente a quella tale rivendita di frutta e verdura e vidi "lui" dietro un cumolo di meloni: ne acquistai uno e, mentre aspettavo il mio turno, l'osservai. Sembrava un uomo normale, di statura medio alta, con il volto largo e rubicondo ed un paio di occhi neri, spietati. Aveva i capelli brizzolati, crespi, ed una voce grave. Era molto loquace e voleva apparire quasi buono, ma era un perbenismo di facciata.
    Avevo tanta voglia di gridargi in faccia il mio disgusto e non
    riuscivo a parlare. Sentivo un'oppressione nel petto e mi allontanai in fretta per soffocare una lacrima.




    * * * * * *

  7. #7

    Il viaggio di Nerina: visita agli zii in Valle d'Itria

    Il viaggio di Nerina: visita agli zii in Valle d'Itria





    La Valle D'Itria è completamente abitata, è composta da piccoli appezzamenti di terreno recintati da muretti di pietre a secco
    ed è fiorita di una quantità incredibile di trulli.
    I trulli sono delle antiche abitazioni costruite con pietre conce, smussate e sapientemente sovrapposte a secco. Anche se la tecnica costruttiva è primordiale, essi sono un documento di genialità e di bravura incontrastabile.trulli.jpg
    I trulli sono sempre rigorosamente imbiancati con la calce e sulla sommità conica di ognuno di essi è posto una specie di trofeo, di forma varia
    e singolare. Il complesso di abitazione per ogni famiglia è formato da quattro o cinque trulli intercomunicanti fra loro, e le piante coltivate nei campi circostanti sono tipiche della zona mediterranea: viti, olivi, mandorli, fichi, peri..
    Fu facile rintracciare l'abitazione di Nicola perché si trovava lungo una strada provinciale, a qualche chilometro dal centro abitato.
    Il sole era ardente e abbagliante ed il vento mi scompigliava i capelli. Avevo il viso leggermente arrossato e gli occhi mi brillavano più del normale. Il mio sguardo spaziò prima verso le chiome degli alberi, poi scrutò i dintorni: c'era un grande piazzale davanti ai trulli di Nicola ma era invaso da una schiera di bambini che giocavano e da un gruppo di adulti che, seduti all'ombra di un ulivo, chiacchieravano serenamente.
    Parcheggiai la mia utilitaria nella cunetta, quasi rasente ad un muro a secco e mi avviai, titubante, verso di loro. Intanto, una signora anziana emerse da una folta fioritura di dalie e
    gelsomini che circondavano un orticello.
    Ella aveva notato il mio comportamento incerto e si era avvicinata. Era bassotta, un po' tozza, con i capelli brizzolati,
    ravviati modestamente e raccolti in due trecce che le incorniciavano il viso largo e bruno.
    Prima ancora che avessi il tempo di pensare al modo di presentarmi, ella mi chiese, con voce alta e grave:
    <<Ch'it perzë a vië?...>>
    Capii.
    Era un suono natìo: il mio dialetto, la lingua d'infanzia.... Anche il timbro della voce mi diceva qualcosa.....Mi passai un dito su un occhio per asciugare una lacrima e rimasi, per qualche attimo, muta.
    Era evidente la mia commozione; sospirai ricacciando indietro
    altre lacrime, poi riguadagnai il mio autocontrollo e cercai di spiegarle qual era la mia meta ed il motivo della mia ricerca.
    Ella balbettò un susseguirsi di parole col suo perfetto accento
    foggiano che, però, non riuscii più a comprendere; il suo sguardo, prima lento e tranquillo, si animò, poi mi abbracciò, mi prese per mano e quasi mi trascinò verso casa sua...
    -<<Nico', Nico'.....>> Chiamava a voce alta. <<Vieni a vedere chi c'è!....>>
    Lievemente imbarazzata, ma felice, mi lasciai condurre docilmente. Conobbi così Nicola, anche lui basso ma proporzionato; ancora snello e agile nonostante l'età avanzata. I suoi capelli, bianchi e radi, erano pettinati a spazzola; aveva una carnagione bruno olivastra, asciutta e quasi senza rughe.
    Il volto, largo, era caratterizzato dagli occhi neri, il naso
    aquilino, le labbra sottili ed un sorriso austero.
    Essendo una domenica di sole, si era riunita in quella casa di campagna tutta la famiglia dell'anziana coppia: figli, nuore,
    generi e nipoti.
    Notai che, a parte le nuore ed i generi, si assomigliavano un po' tutti ed avevano tutti quanti la stessa statura.
    Dopo le presentazioni, ognuno chiese rapide notizie sulla vita
    presente e passata di ciascuno, poi, quasi a voler fugare nella
    mente dei presenti, eventuali dubbi sulla sua fedeltà al matrimonio, Nicola, rivolgendosi a me, con voce soda e tranquilla, disse:
    << Tu sei la prova vivente che la tua mamma è stata accusata ingiustamente di adulterio. Guardati intorno: tu sei così alta e snella, mentre tutti i miei numerosi figli sono di bassa statura. Sono molto orgoglioso dei miei ragazzi, questo sia chiaro, ma lo sarei ancora di più se fossero alti quanto te.
    Hai la statura di Angelo, il tuo nonno paterno, e la carnagione liscia e bruna che ho io e che aveva anche mio padre, zio della tua mamma. Se nessuno te l'ha ancora detto, sappi che Annella è mia cugina, siamo figli di due fratelli; non c'è quindi da stupirsi se tu assomigli un po' anche a me. Sono scherzi che fa la natura, per capirli bisognerebbe conoscere bene la legge di Mendell.
    Quando i tuoi genitori litigarono, ti avrei accolta volentieri in casa mia, ma la situazione era tale che, se l'avessi fatto, avrei alimentato i sospetti e scatenato la furia vendicativa di tuo padre che era, scusa se te lo dico, ignorante e cocciuto.
    Oltre tutto lui è anche un ipocrita perché finge buon cuore verso tutti e non ha saputo riconoscere e sostenere la sua figlia più bella.>>
    Fece una pausa d'effetto, per dare maggiore enfasi alle parole, poi continuò:
    << Ha fatto tante storie per il colore della tua pelle e non era proprio il caso perché nessuno della sua famiglia può vantare una pelle liscia e perfetta come la tua: loro hanno avuto l'acne per molti anni e se ne vedono ancora le cicatrici; inoltre tu sei bruna, non sei negra.>>
    Nicola mi aveva già convinta. Aveva ragione lui, anche perché,
    se fossi stata veramente sua figlia, vedendomi così, all'improvviso, l'emozione l'avrebbe tradito.
    Zia Rocca, però, pensò che il discorso del marito non fosse stato abbastaza chiaro e, sforzandosi di parlare in italiano, propose di raccontarmi tutta la storia, ordinatamente, dall'inizio.

    Era ciò che desideravo e fu così che, tra una "pastarella",pastarelle.jpeg dei croccanti con le mandorle, qualche nocciolina ed un sorso di birra, cominciò un lungo racconto.
    Non tutta la comitiva ebbe la pazienza di ascoltare perché era una storia dolorosa che conoscevano fin troppo bene, così, ad
    uno ad uno, si allontanarono e rimanemmo sole.
    Zio Nicola era poco lontano, si occupava dell'orto e scherzava con i bambini; solo di tanto in tanto si avvicinava per interloquire con noi.







    .............................. continua …...........................

  8. #8
    Il viaggio di Nerina- IL RACCONTO DI ZIA ROCCA





    << Noi siamo originari di Casalnuovo, un paesino della provincia di Foggia, interamente costruito sulla sommità di una collina del Subappennino Dauno.


    Annella è mia sorella e siamo figlie di una coppia di contadini poveri ma onesti; di questo ti puoi informare meglio perché il paese è sempre là e ci sono ancora tanti vecchietti che conoscono bene tutta la nostra generazione.
    Avevamo un pezzo di terra, poco lontano dal centro abitato, ed una casetta di due stanze nel centro storico del paese, con
    il tetto di legno, il pavimento di pietra grezza, i muri rigonfi e due ingressi separati: uno su via dell'olmo e l'altro sul largo del pozzo di Nescë.
    largo lanza.jpg


    Quella casetta l'avevano acquistata con duri sacrifici i nostri
    genitori e sembrò una grande conquista per la famiglia.
    C'erano, vicino la nostra casa, la fontana pubblica, il forno, il mulino, la chiesa e perfino la pozzetta della fognatura dove poter buttare, la mattina presto, l'acqua sporca... in quel periodo era molto, nessuno aveva il bagno in casa...
    Mamma e papà avevano sempre sognato, per noi, un avvenire tranquillo fra le pareti domestiche e le viuzze di quel paesetto. Progettavano di dividerci quella modesta casa con due usci, in modo che potessimo vivere sempre vicine, ...e poi c'era quel terreno, che, essendo poco distante dal paese, sarebbe stato, per noi, una dote preziosa.17.jpg
    Chi avrebbe mai immaginato tante disgrazie ed un destino così
    avverso?...


    .............................. continua …...........................

  9. #9

    Il viaggio di Nerina- l'infanzia di mamm'Annella a Casalnuovo Monterotaro (FG)

    Il viaggio di Nerina- l'infanzia di mamm'Annella a Casalnuovo Monterotaro (FG)



    Il racconto di zia Rocca.


    Tua madre è nata nel '33, il giorno di Sant'Anna, io sono otto
    anni più grande.
    Lei da piccola, era molto bella, morbida e rotonda come un
    bambolotto biondo, ma è sempre stata sfortunata.
    Aveva appena un anno quando la nostra mamma dovette lasciarci per curarsi una brutta malattia nell'0spedale di Taranto dove stette ricoverata per oltre due anni.
    Così piccola ella rimase senza le cure materne. Il giorno io e lei stavamo sempre sole, perché nostro padre andava a lavorare, e io dovetti abbandonare la scuola per accudire lei.
    Vicino casa nostra abitavano i nonni e zia Racheluccia che, di tanto in tanto, ci aiutavano. C'erano anche tante altre brave donne nelle vicinaze che ci guardavano con occhi caritatevoli, ma l'affetto e la sollecitudine della mamma mancarono a tutte e
    due, e soprattutto a lei, che era così piccola.
    Questo fatto segnò gravemente il suo carattere e limitò lo sviluppo delle sue capacità intellettive. Anch'io ho le mie
    Responsabilità nei suoi confronti, ma che capivo, avevo nove anni!...>>
    Zia Rocca sospirò con aria infelice, poi aggiunse tristemente, mentre mi osservava di sottecchi:
    <<Facevo la "mammarella": per ogni piccola cosa la picchiavo, poi, quando lei piangeva, le intimavo di stare zitta e lei, più
    spaventata che mai, cercava di soffocare precipitosamente, nel
    suo piccolo petto, i singhiozzi.>>
    Fece un'altra pausa mentre continuava a scrutare la mia reazione. Poi decisa ad essere sincera, continuò:
    <<Mio padre era severo con me. Una volta, per timore di buscarle, non gli dissi che la bambina era caduta dal letto (il letto era alto!...).
    Annella non riuscì poggiare un piede a terra per molti giorni e me la portai in giro tenendola sulle spalle fino a quando non guarì ma nessuno si accorse di nulla, nessuno si preoccupò, nessuno mi chiese perché Annella non camminava più....>>
    Fece un'altra pausa, forse per prendere fiato e riordinare i ricordi. La sua voce era diventata, via, via, sempre più roca
    ed incerta. Mentre tacevo rispettosamente, lei, un po' imbarazzata, mi guardava e si asciugava il sudore. Poi continuò:
    << Quando nostra madre tornò dall'ospedale Annella aveva tre anni e non la riconobbe; lei cercò di farci dimenticare le disgrazie passate ma le riuscì solo in parte perché io non volli più tornare a scuola e mia sorella era ormai così definitivamente inibita che nella sua vita non è riuscita a fare profitto in nessuna attività. Pensa che nella Scuola Elementare ha ripetuto
    tre volte la prima classe e due volte la seconda…. Ma forse lei, fin da piccola, aveva dei problemi di vista che nessuno mai aveva diagnosticato… e le maestre di quei tempi, poi, con le classi numerosissime e con tutti i problemi che avevano per gestire così tanti bambini, sai quanto stavano a pensare se qualcuno non tanto ci vedeva?!...
    E' cresciuta sempre sottomessa, con un profondo senso d'inferiorità radicato nell'animo, incapace di reagire agli insulti,
    alle accuse ingiuste, alle minacce che di volta in volta le arrivavano prima dalle compagne di giochi e poi, più tardi, anche dagli adulti...
    La mamma si mortificava per non essere riuscita a farci studiare nemmeno fino alla quinta elementare. Ella aveva imparato, nei
    due anni di degenza in ospedale, che la mancanza di cultura fra
    noi, povera gente, era stata l'arma con cui eravamo stati tenuti poveri dai potenti e non avrebbe mai voluto vedere, sulle nostre
    mani, i segni lasciati dalle stoppie e dalla zappa, perché la
    vita dei braccianti era allora afflitta, triste e segnata dalla
    carestia.
    Per avere la speranza di potersi tirar fuori, un giorno, da quella bestialtà, era necessario assolvere almeno all'obbligo
    scolastico; ma la situazione era tale che la cultura, per la nostra famiglia, restò un miraggio.
    Non molto tempo dopo morì nostro padre e fu un grande dolore, ma ci stringemmo intorno alla mamma e tirammo avanti.
    Intanto Annella, man mano che cresceva, diventava sempre più
    bella. Era di statura media, ma la figura era perfettamente
    proporzionata e dritta. Aveva capelli abbondanti, non molto
    ricci, di un biondo tendente al rosso; un volto ovale, regolare, molto dolce. La carnagione era chiara ma sempre un po' bruciata
    dal sole, ...e gli occhi! Che begli occhi aveva.....Erano azzurri, tranquilli, sinceri, onesti e penetranti; spesso li strizzava e credevamo che si trattasse di un vezzo, invece, molto più tardi, ho scoperto che lo faceva a causa di una miopia che nessuno aveva mai diagnosticato. I contadini non si potevano permettere nemmeno gli occhiali!
    Era una ragazza buona Annella, facilmente impressionabile.>>
    A questo punto il racconto fu disturbato dai bambini che
    incominciarono a girarci intorno con tricicli e biciclette: si
    erano inventati una pista accidentata, per rendere più entusiasmante il gioco. Di tanto in tanto, nella fretta, ci urtavano, ridevano soddisfatti e ci indispettivano. Approfittai di tale pausa per chiedere:
    <<Zia Rocca, non avresti delle fotografie da farmi vedere?>>
    <<Oh si, si certo...>> Rispose dandosi un colpetto alla fronte.
    <<Non ci stavo pensando; non sono molte per la verità, e sono anche vecchie e sbiadite, ma ce l'ho. Le vado a prendere.>>
    Si allontanò lasciandomi visibilmente commossa. Rispondevo alle interlocuzioni dei bambini e di Nicola con appena qualche cenno; il più delle volte annuivo semplicemente e, di tanto in tanto, mi passavo una mano sugli occhi. Tornò dopo
    pochi minuti con una scatola di scarpe in cui aveva religiosamente sistemato varie buste. Ne scelse una e, affondando la testa nelle spalle, disse:
    << Le foto della tua mamma son tutte qui: a quei tempi era un lusso andare dal fotografo e noi non potevamo permettercelo.>>
    Estrassi dalla busta quattro o cinque fotografie ingiallite dal tempo; le osservai attentemente e mi accorsi che la descrizione fatta da zia Rocca non era affatto esagerata: i
    lineamenti di quella ragazzina erano puri, perfetti e, dalla sua
    espressione, riuscii a leggere tanta umiltà. Era un messaggio
    di bontà e di dolcezza che mi arrivava da un mondo lontano e
    che, in qualche modo, mi apparteneva.


    .............................. continua …...........................

  10. #10

    Il viaggio di Nerina- mamm'Annella rimase orfana a soli 17 anni...

    Il viaggio di Nerina- mamm'Annella rimase orfana a soli 17 anni...

    Il racconto di zia Rocca.


    La zia mi diede un po' di tempo per riflettere, ascoltò i miei commenti, aggiunse le sue riflessioni e poi riprese il racconto,
    con voce atona, senza alzare lo sguardo, tendendomi un'altra foto:
    << Guarda qua: Annella aveva quasi diciassette anni ed è stata scattata pochi giorni prima che morisse nostra madre.
    Chissà, forse è stato un presentimento...
    Era il mese di luglio, mia sorella si alzò di buon ora per andare a spigolare con alcune compagne e la mamma rimase a letto perché da alcuni giorni accusava un brutto mal di testa.
    Sembrava una giornata come tante altre.
    Annella era riuscita a raccogliere un bel sacco di spighe che aveva lasciato nella nostra casupola di campagna. Verso mezzogiorno tornava a casa, con aria stanca e la testa bassa.
    Nelle stradicciole del paese si respirava l'aria tranquilla di sempre. Brevi cenni di saluto, qualche sorriso e lo svolazzare allegro delle rondini accompagnavano il suo cammino.
    Gente come lei, in paese, ce n'era tanta e tutti si erano
    alzati molto presto la mattina per andare nei campi.>>
    La zia interruppe nuovamente il suo racconto con un profondo sospiro. Poi, ricacciando la commozione e controllando il tremito della voce, riprese:
    <<Mia sorella non immaginava quel giorno che a casa un'angoscia disperata ed un dolore sovrumano, l'avrebbero atterrita, straziata, fin quasi a romperle il petto.
    Nella nostra piccola casa, tra il Largo del Pozzo di Nescë e
    la Via Dell'olmo, la mamma, a causa della pressione alta, stava morendo. Avevo cercato in paese un medico, ma le sue cure furono inutili e dannose. Pensa che le estrasse un catino di sangue!... Nel nostro cuore è rimasta la certezza di aver perso la mamma proprio a causa di quel barbaro salasso....
    Oggi basterebbe una pastiglia e, a distanza di tanti anni, mi riesce ancora difficile credere che allora non esistessero mezzi adatti e più umani per curare quel male.
    Annella fece appena in tempo ad abbracciarla un'ultima volta prima che spirasse e poi le rimase accanto attonita per molto tempo.
    Era digiuna, perché non aveva toccato cibo dalla sera precedente, e non volle neanche un bicchiere di latte.>>
    Il racconto di zia Rocca mi aveva talmente coinvolta che ormai anch'io, come lei, avevo un fazzoletto in mano per asciugarmi gli occhi. Lei riprese fiato e aggiunse:
    << Io e mio marito, con l'aiuto di una comare, organizzammo il funerale.
    Sistemammo la bara sul tavolo, al centro della stanza, tutt'intorno c'erano le sedie per i parenti, gli amici ed i conoscenti, che venivano a porgere le loro condoglianze.
    Non c'erano fiori né altri addobbi. Il drappo nero sulla porta o qualsiasi coccarda funebre, costavano troppo e se li potevano permettere soltanto i ricchi.
    Com'era usanza del paese, le donne accorse piangevano tutte e, ora una, ora l'altra, ricordavano episodi, virtù e situazioni che riguardavano la defunta, con una cantilena funebre cadenzata, che rendeva più acuto ed allucinante il nostro dolore. Si aggiungeva così, al dramma, una suggestione collettiva che portava verso lo sfinimento.
    A volte sembrava che quelle brave donne, vinte dalla stanchezza, si adagiassero in un pianto silenzioso; ma tale silenzio durava poco perché c'era sempre qualcuna che, un po' per il dolore, un po' per rispettare la consuetudine, si sentiva in dovere di alzarsi dal suo posto, avvicinarsi alla bara e ricominciare la cantilena, a voce alta, agitando un grosso fazzoletto da naso. Fu comare Cietta che, in uno di tali piagnistei, chiese alla defunta:
    " Tu che ti sei preoccupata sempre di tutti, perché te ne sei andata così presto? Perché non ti ha fermata l'amore per Annella che è ancora così giovane e senza un marito? Cosa ne sarà adesso di questa povera figlia tua?...."
    Era chiaro che mamma Carmela non poteva darle nessuna risposta da dentro la bara, ma Annella svenne e fu soccorsa dalla nonna e da zia Racheluccia che la portarono a casa loro.
    Nel pomeriggio dell'indomani arrivò il sacerdote, benedisse la salma, poi la bara venne chiusa e quattro uomini la trasportarono a spalle fino alla Cappella di Santa Maria della Rocca. cappella.jpg

    Non c'erano, né ci potevano essere, altri mezzi di trasporto per i defunti perché le stradicciole del paese altro non erano che lunghe e strette gradinate, pavimentate con ciottoli mal connessi.
    Un sole cocente bruciava le vie.
    Dopo la messa, il corteo funebre, formato da soli uomini, si Avviò verso il cimitero.
    Noi donne rimanemmo a casa, perché così era l'usanza comune, e, qualche ora dopo, eravamo sole col nostro dolore.
    Ora c'era silenzio.
    Comare Teresina ci portò un po' di brodo caldo, noi lo bevemmo e poi cercammo di riposare... Ma chi poteva dormire!...
    Annella ci fece preoccupare molto perché si addormentò, ma il suo sonno fu inquieto e senza riposo. Respirava con grande difficoltà e, di tanto in tanto gemeva o singhiozzava....
    L'indomani mattina si alzò presto e passeggiava intontita per la casa, poi, a tratti, si sedeva, con la testa fra le mani e con gli occhi lucidi. Aveva la febbre....
    Le preparai un infuso di camomilla e malva: lei lo bevve e docile tornò a letto.
    Sembrava più calma, ma si lamentava della sua sorte tanto disgraziata.

    .............................. continua …...........................

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