Manduria: la leggenda dell'eroe messapico Dazimos (300 a. C.)

Questa leggenda ha un'origine ben precisa.
Siamo a circa 300 anni prima della nascita di Cristo, quando dalla città di Taranto partirono degli eserciti bellicosi e violenti che, dopo aver distrutto e conquistato numerosi villaggi minori, si diressero, con lo stesso intendo distruttivo, prima verso Manduria per poi raggiungere e sottomettere anche Oria.
Essi erano spalleggiati e rinforzati anche da altri uomini armati che continuavano ad arrivare dalla cittò greca di Sparta, perché Taranto era una colonia degli Spartani: gli antichi abitanti Japigi della città di Taranto erano già stati trucidati o ridotti in schiavitù dai loro invasori.
Il popolo Japigio-messapico, che viveva a Manduria, aveva costruito grosse e robuste mura a protezione del loro centro abitato, aveva accumulato provviste alimentari per far fronte ad eventuali avversità e possedeva numerose cisterne per la raccolta dell'acqua, ma l'assedio dei Tarantini fu lungo e pernicioso e non si riusciva a scacciarli in nessun modo, per cui tutte le loro provviste alimentari si stavano esaurendo ed i soldati predisposti per la difesa della città erano ridotti allo stremo.
...A volte, però, la necessità aguzza l'ingegno.!
Un giorno, un giovanotto che si chiamava Dazimos ed era molto abile nell'uso del giavellotto, si eresse maestoso sulle mura della città e... uccise il re dei Troiani/tarantini!
Mentre il re dell'esercito avversario, rivestito di borchie dorate,
1.jpg
frangie pavoneggianti, e ben acconciato su un maestoso cavallo, passava in rassegna i soldati al suo seguito, Dazimos, ilcoraggiosissimo ragazzo di Manduria, si eresse sulle mura della città e, con un'azione fulminea, lanciò il giavellotto verso di lui e lo colpì alla gola uccidendolo all'istante.
Nella notte che seguì i soldati ta
rantini/spartani sparirono con tutto il loro accampamento e si sentivano, in lontananza, soltanto canti funebri.
La città di Manduria fu libera, finalmente, ma anche i suo eroe Dazimos era sparito: pare che un'acquila gigantesca l'abbia rapito e portato in alto nel cielo avvolto in una luce accecante.



Tratto dal libro
I nostri antenati
Viaggio nel tempo dei Messapi
di
Francesco D'Andria
SCHENA EDITORE