Carlo Borromeo e l'ossessione per le streghe

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in data novembre 04, 2014
Anno del Signore 1565, la città di Lecco attraversava un complesso periodo.
Con la caduta del Ducato di Milano, Lecco passò alla Spagna e, sotto Carlo V, fu trasformata in una piazzaforte militare.
In questo tormentato periodo si colloca la figura di Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, signore di Musso, un capitano di ventura che dominò la scena lombarda dapprima con azioni piratesche e, successivamente, con una disinvolta e machiavellica condotta politica.
Gian Giacomo Medici ottenne il dominio di Lecco, della Valsassina e di parte della Brianza, dominio che perse quando, momentaneamente, questi territori tornarono sotto Francesco Sforza duca di Milano.
Il Medeghino passò quindi agli ordini di Carlo V, facendosi onore come condottiero dell'esercito imperiale.
Di fatto in questo periodo il potere rimase nelle mani del Patriziato Milanese, secondo la tradizionale politica spagnola che mantenne l'autonomia dei vari Paesi dipendenti dalla Corona di Spagna. Quell'anno il prevosto della città adagiata sul lago, Giorgio Ratazio, chiese espressamente, e con grande partecipazione emotiva, a Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano dall'anno precedente, l'allargamento delle carceri vescovili per poter rinchiudere gli eretici, che stavano aumentando di numero in quelle terre di confine.
Monsignor Ratazio operava come Primo Vicario dell'Inquisizione.
Il Cardinal Borromeo, grazie al sentito appello del prelato lecchese, decise di autorizzare i lavori.
In cuor suo, probabilmente, era conscio che sarebbero servite.
Quanto prima.
Per comprendere dobbiamo indietreggiare nel tempo e fermarci al 4 dicembre del 1563, giorno in cui si chiusero i lavori del Concilio di Trento.
Il quadro d’insieme di quei, quasi, 20 anni di discussione circa la fede è ancora in divenire, ma non possiamo avere dubbi sul fatto che una figura emerga in modo significativo: il Cardinal Carlo Borromeo, che spenderà il resto della propria vita nell’applicazione dei dettami del Concilio, nei quali vedeva un modello politico ed estetico della vita cristiana.
I lavori per l'allargamento delle carceri proseguirono, chiudendosi velocemente. Nel 1568, presso il vicariato di Luino, paese adagiato sulle sponde lombarde del Lago Maggiore, il Cardinale Carlo Borromeo ordinò, in modo perentorio, l'arresto di una donna, tale Domenica di Scappi detta la Gioggia, con l'accusa di stregoneria e di possessione demoniaca. Il percorso per la povera donna era segnato: dopo l'arresto fu consegnata nelle mani della Santa Inquisizione per il giusto processo.
Fu ritenuta colpevole di ogni male terreno.
La sentenza?
Il rogo purificatore.
La donna fu affidata al braccio secolare per l'esecuzione.
Il passaggio dall'Inquisizione al braccio secolare era obbligato in seguito al concetto per cui Ecclesia non novit sanguinem, ovvero la chiesa non sparge sangue.
Il caso di Luino è un passaggio importante per comprendere l’ostinata fermezza dell’uomo, Carlo Borromeo, nell'applicazione dei dettami decisi dalla Chiesa degli anni seguenti il Concilio di Trento.

Con queste premesse possiamo, comodamente, affacciarci su “quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli…”. Anno del Signore 1569, a Lecco iniziò il regime di terrore.
Dieci donne furono arrestate e tradotte nelle carceri vescovili.
Le accuse erano quelle classiche: “le donne sono accusate di aver fatto morire fanciulli e bestiame, di aver calpestato il crocifisso e l’immagine della Madonna, di aver rubato ostie consacrate e di aver fatto molti altri fatti strani e pisciatoli sopra”.
Apparve anche un'aggravante: “le donne hanno commesso ogni sorta di lussuria con quei loro demoni incubi”.
Il quadro accusatorio fu dipinto velocemente.
In pochi giorni aggiunsero la cornice.
Il cardinal Borromeo, preoccupato per la situazione in divenire, decise d'intervenire duramente in altre valli, in altri paesi.
Affidiamo la narrazione alle sue parole: “conviene farne esemplare dimostrazione, essendo questa peste sparsa per quelle montagne ed invecchiata in tale maniera”.
Il processo era un'inutile perdita di tempo.
Erano colpevoli nella testa dell'uomo che sarà santificato pochi anni dopo la morte.
Il problema consisteva nella mancanza della confessione. La sfacciata fortuna dell'uomo venuto da Arona, sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, vuole che al tempo esisteva un mezzo rapido per estorcerla: la tortura.
Le donne confessarono ogni male possibile, oltre quanto previsto dal quadro accusatorio.
Il cardinal Borromeo fu aspramente criticato per l'utilizzo della tortura.
Si difese con queste parole: “la donna negando ogni cosa ai miei officiali, cioè al vicario fiscale ed al notaro, si trovarono due sbirri quali dicono che furono chiamati dal Cavaliere di quel tempo e che cominciarono a dislacciarla sul davanti per darle di corda, e lei subito disse che lasciassero stare che voleva confessare, e la lasciarono”.

Delle semplici critiche fermarono l'avanzare dell'uomo dal naso importante?
Assolutamente no.
Quella peste andava debellata.
Quelle donnacce meritavano il rogo.
Si scontrò duramente con la Santa Inquisizione poiché quelle streghe non potevano ardere in pubblica piazza, non erano relapse, erano al primo arresto per il reato di stregoneria.
Nel frattempo le donne imprigionate nelle carceri erano, inspiegabilmente, diminuite di numero.
Due di loro perirono dietro le sbarre volute dal prelato lecchese ed autorizzate dal cardinale aronese.
Due donne morirono senza lasciare tracce nella documentazione.
Malattia o durezza della tortura?
Non lo possiamo sapere.
Il processo avanzava a rilento, con grande dispiacere del Borromeo.
Un giorno decise di scrivere direttamente al Vaticano, con la chiara intenzione di convincere la Santa Inquisizione che le accuse erano di una tale gravità che si poteva procedere all'esecuzione, sempre su pubblica piazza, anche in assenza di recidiva. Borromeo fremeva. Nell'attesa di una risposta escogitò uno stratagemma per risolvere il problema: se le donne fossero passate sotto il controllo del tribunale vescovile nessuno avrebbe potuto fermarlo. Scoppiò il finimondo.
Il cardinale Rebiba narrò che la lettera, inviata qualche settimana prima dal Borromeo, fu letta di fronte a Papa Pio V, al secolo Antonio Ghislieri.
Il Papa tenne un doppio comportamento: incantato dalla determinazione del cardinale lo elogiò ma aggiunse che i delitti dovevano essere provati. L'intervento di Pio V obbligò l'Inquisizione a riaprire le indagini.
Sulla scena entrò il Senato milanese.
Poi arrivarono, finalmente, gli avvocati difensori.
Alla fine del 1570 il Santo Uffizio sentenziò che non tutti i delitti di cui le donne erano accusate potevano essere provati.
Al Borromeo non sembrava necessario perdere tempo a verificare i delitti.
La condanna, secondo lui, non doveva colpire il reato di omicidio ma quello di eresia.
L'inquisizione dovette intervenire per impedire la giustizia sommaria fortemente voluta dall'arcivescovo nato sulle sponde del Lago Maggiore. Nel 1583, un anno prima di morire, Carlo Borromeo avrà ancora a che fare con donne accusate di stregoneria.

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