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Discussione: Una scolaresca napoletana nel Regno di Napoli

  1. #71
    Descrizione ambienti lavorativi Pietrarsa

    La Chiesa di Pietrarsa
    Come noto, il re Ferdinando II era molto devoto per cui fece costruire all’interno dell’Opificio di Pietrarsa una Chiesa che fu intitolata a Maria SS. Immacolata.
    Essa, completata ed aperta al culto nel 1853, fu costruita su quella porzione di terra situata di fronte all’entrata dello stabilimento, ingresso che in quel tempo si trovava all’interno di quello attuale.
    La Chiesa, che si estendeva su di una superficie di metri 45 per metri 15, era coperta per tutta la sua lunghezza da una volta artistica ed elegante e poteva contenere circa mille persone.
    In essa si venerava una statua della Beata Vergine realizzata in puro marmo di Carrara e più grande del vero. Non mancavano artistici quadri di Santi ed un “grande organo ad orchestra intera”.

    …………….. continua

  2. #72
    La statua di Ferdinando II

    Per ricordare il fondatore dell’Opificio, nel 1848 il direttore L. Corsi,cioè sempre il sottoscritto, chiese, anche a nome degli altri ufficiali, il permesso al Re di erigere quella statua che ancora oggi si ammira. Ferdinando II dapprima negò il consenso, ma poi cedette “alle calde insistenze di quei fedeli” ed acconsentì ordinando, però, che fosse fusa in ferro. Alle mie osservazioni che avrebbe voluto realizzarla in un metallo più pregiato, il Re rispose: «No, ferro, ferro, io so quel che dico!». E Ferdinando II sapeva il fatto suo.
    La statua, il cui modello in gesso è custodito presso il Museo di S. Martino in Napoli, è opera dello scultore napoletano Pasquale Ricca e rappresenta il Re in uniforme di capitano generale dell’Esercito nell’atto di ordinare la fondazione dello stabilimento. La fusione, fu eseguita nella stessa fonderia di Pietrarsa il 18 maggio 1852, ed essa suscita interesse in quanto è una tra le statue più grandi gettate in ghisa e la maggiore fra quelle lavorate nello stesso Opificio.
    Il giorno dell’inaugurazione, 11 gennaio 1853 genetliaco del Re, intorno alla statua fu realizzato un grande arco di trionfo con trofei militari sormontati dallo stemma regio. La grande scultura era occultata da una grande bandiera che la nascondeva alla vista del gran numero di invitati convenuti: autorità militari e civili, cittadini ed operai per i quali erano preparati appositi scanni. Per la Famiglia Reale, invece, era stata allestita una tribuna con vari ornamenti.
    Ad un cenno dato dal Sovrano fu tirata giù bandiera che copriva la Statua e tutte le navi ormeggiate nel porto e le batterie incominciarono una salva Reale in mezzo alle grida di Viva il Re.
    Statua in ghisa di Ferdinando II
    Nel frattempo, mentre le truppe presentavano le armi e le bande militari intonavano l’inno Reale Borbonico del Paisiello, una pioggia di fiori, lanciata da una superiore terrazza, cadeva intorno alla statua di Ferdinando II.
    Al cessare della salva, fu letto un breve discorso sulla Storia dell’Opificio di Pietrarsa da Vincenzo Afan de Rivera, capitano d’artiglieria.
    Detto questo il Col. Luigi Corsi ci salutò militarmente, si raccomandò sui nostri studi e si commiatò anche dal nostro maestro… poi scomparve nei suoi uffici.
    Durante l’intera visita, durata almeno tre ore, nella nostra classe non fiatò nessuno. Un po’ l’aspetto impegnato e ispirato del Col. Luigi Corsi, del nostro maestro che ne pendeva dalle sue labbra, un po’ per le lavorazioni che vedevamo nel loro svolgersi con precisione e serenità, un po’ per il rumore delle macchine dedicate alle lavorazioni meccaniche, per il sibilo delle fucine e il misto di rumori delle sale di assemblaggio… dal nostro gruppo non uscì una sola sillaba!
    A dire il vero ci fu un momento di intervallo che tenemmo subito dopo la visita della statua a Re Ferdinando II e lì, nel cortile di fabbrica, qualcuno di noi scrisse con il lapis qualcosa sul proprio blocco note. Un bisbiglio sommesso uscì dalle nostre bocche… ma l’estasi per ciò che avevamo osservato ci teneva bloccati; come se avessimo fatto un viaggio nel futuro e ci mancasse la consapevolezza di ciò che avevamo osservato realizzare da un nugulo di maestranze tutte intentissime al proprio lavoro.
    *
    [1]1845 – Napoli – A Pietrarsa vine costruita la prima locomotiva a vapore tutta napoletana nel 1845.
    [2]Pietrarsa, antico opificio borbonico 1840-1860 di Antonio Gamboni www.clamfer.it



    Tratt0o da
    FEGATO di Domenico Iannantuoni

  3. #73

    Un nostro compagno malato

    Un nostro compagno malato



    Lunedì 27marzo 1860



    L’officina di Pietrarsa rimase nelle nostre menti per lungo tempo almeno per tutto il fine settimana in modo vivido ma in molti di noi segnò tutta la nostra vita.
    Io in particolare decisi dopo questa esperienza di visita dello stabilimento di proseguire la mia vita con gli studi di ingegneria… mio padre aveva vinto la sua battaglia; ma non glie lo dissi affatto, mantenni dentro di me il segreto di questa mia scelta.
    Non so perché, ma facevo fatica a dire a mio padre che la sua visione del mondo era corretta e che lo sviluppo del progresso sarebbe passato sopratttto attraverso i pensieri dei nuovi filosofi della vita, gli ingegneri.
    In mattinata il maestro ci disse che il nostro compagno Roberto Cirio, il piemontese, era ammalato e che, nonostante la sua presenza alla visita di Pietrarsa, era ridotto in modo grave al San Gennaro ove suo padre e sua madre erano stato costretti a farlo trasportare d’urgenza.
    Tutti cogliemmo la notizia con sorpresa e preoccupazione.
    Roberto era un ragazzo dolcissimo e ben integrato nella nostra classe; si faceva voler bene da tutti e lo prendevamo spesso in giro per i suoi tentativi di imitare le nostre inflessioni di lingua che risultavano un misto di torinese e napoletano con un effetto cacofonico orribile; ma lui rideva più di noi quando gli uscivano alcuni strafalcioni e a volte creava perfino dei neologismi che noi subito acquisivamo come nostre nuove parole.
    Il nostro maestro riprese il filo del discorso:
    - Sebbene noi abbiamo nel nostro Stato delle Due Sicilie la più alta percentuale di medici per abitanti[1], cari ragazzi, dobbiamo sempre stare attenti al decorso di gravi malattie che la scienza medica ancora non ha ben evidenziato, pertanto vi invito ad andare a far visita a Roberto appena potete… ma non tutti insieme, datevi una organizzazione di visita tra di voi!-
    A me capitò proprio di andare nel pomeriggio medesimo a trovare Roberto, e ci andai con Maraglino, il nostro “buffone di corte”.
    Entrammo nell’ospedale che stava nel Rione Sanità, proprio a ridosso della chiesa di San Gennaro, in corrispondenza degli esodi o ingressi delle catacombe omonime risalenti al terzo secolo d.C.
    Ci fece strada un’infermiera che ci condusse fino al terzo piano e ci lasciò davanti ad una stanzetta semibuia dove all’interno di questa c’era un lettino bianco ed una signora seduta a lato che pareva dormisse.
    Noi rimanemmo per qualche minuto in silenzio osservando Roberto nel letto.
    Egli non si muoveva ed aveva un respiro affannato che insieme con il cospicuo sudore che gli colava dalla fronte ci dava qualche seria preoccupazione.
    La signora aprì gli occhi e vedendoci davanti al letto di Roberto ci disse, in dialetto torinese ed in parte in italiano, che era da sabato sera che Roberto era in quelle condizioni.
    Noi capimmo esattamente quello che lei disse, ma rimanemmo ancora muti con i nostri cappelli in mano, in silenzio. Poi io aggiunsi:
    - Signora, lei è la madre di Roberto?
    E lei annuì mentre iniziava a piangere sommessamente.
    - Signora Cirio, non faccia così, dobbiamo aver fiducia dei medici di Napoli, loro sono tra i più esperti nel mondo e vedrà che troveranno il rimedio per la malattia di Roberto.- Le risposi d’impeto andandole incontro e porgendole la mia mano. Ma lei non prese la mia mano, mi abbracciò con tutta la sua tristezza dentro il cuore.
    Nel frattempo Maraglino che si era avvicinato a Roberto, gli prese la mano, e iniziò a parlargli di Pietrarsa, della scuola, del fatto che lo aspettavamo con trepidazione e così via. Mentre io mi ero dedicato alla madre di Roberto che avevo capito volesse parlarmi, ed ella mi diceva:
    - Ah, l’è péss che 'ndé 'd neuit[2]!- Ma io non capivo nulla e allora lei, comprendendo il mio imbarazzo mi spiegava in parole più semplici, ma poi ricadeva ancora:
    - Esse ël ghignon dla fortun-a[3]
    In sostanza la lasciai parlare facendo finta di comprenderla alla perfezione e mentre mi diceva:
    - A l'é l'ùltima rova dël cher![4]- Entrarono nella stanza un gruppo di medici ed infermieri che ci fecero uscire tutti e chiusero la porta.
    Dopo una mezzora sortirono, mentre noi eravamo in ansia nel corridoio antistante, ma nessuno ci rivolse la parola.
    Così dopo un po’ ci accommiatammo dalla Signora Cirio e andammo a casa.
    A scuola, il giorno dopo, parlammo a lungo della malattia di Roberto e venne anche suo padre, il tecnico del confezionamento dei cibi in scatola, a conferire con il direttore ed il maestro sulla strana malattia del figlio, ma tutti noi si brancolava nel buio.
    I nostri compagni a turno andavano a fargli visita ma egli restava immobile nel letto e non proferiva parola alcuna, emetteva solo degli stridenti lamenti.
    La madre era ormai emaciata e pronta a qualsiasi evento.
    ....................................... continua ................


  4. #74
    Ma un medico del San Gennaro, a nostra insaputa e pure nel massimo riserbo rispetto ai genitori del ragazzo, aveva preso a cuore la salute di Roberto e faceva diversi prelievi che andava ad analizzare nel laboratorio ospedaliero finchè un giorno si palesò nelle sue convinzioni, proprio con la madre di Roberto che stette attentissima alle sue spiegazioni portate dal medico insieme con il primario ospedaliero.
    - Gentile Sig.ra Cirio, posso con ragionevolezza dirle che suo figlio è stato colpito da “vaiolo” una malattia assai pericolosa come lei intuisce, ma per la quale noi qui a Napoli abbiamo già da molto tempo preso seri provvedimenti generali sulla popolazione intera.- La Sig.ra Cirio si lasciò cadere sulla sedia ed iniziò a piangere intensamente.
    - Non faccia così Sig,ra Cirio, stia tranquilla, vedrà che suo figlio ce la farà; Roberto ha già iniziato la terapia per il debellamento del virus…che purtroppo ha già invaso gran parte dei suoi tessuti… sarà una lunga cura.-
    - Ora dobbiamo garantirci che tra i contatti del ragazzo non ci sia qualcuno privo di vaccinazione Jenner.
    Lei sa che questa malattia è contagiosissima…-
    Tutti noi compagni, ed anche il maestro, fummo inseriti nel gruppo di ricerca dell’ospedale San Gennaro, e a turni subimmo una vaccinazione di verifica. Anche il direttore, per quanto contrariato e bofonchiante, ne fu costretto.
    Dopo una decina di giorni Roberto si rimise in sesto e ne fummo tutti felici.

    *
    [1]1860- Napoli – La più alta percentuale di medici per abitanti in Italia.
    [2]Peggio che andar di notte!
    [3]Essere antipatico alla fortuna.
    [4]E’ l’ultima ruota del carro.


    Tratto da
    FEGATO di Domenico Iannantuoni

  5. #75

    Il Piemonte ed il mondo intero contro le Due Sicilie

    Il Piemonte ed il mondo intero contro le Due Sicilie


    Mercoledì 29 marzo 1860

    Caro Francesco,
    eccomi a te con un'altra mia lettera che ho scritto stanotte per te, non avevo sonno e dopo essermi rigirato nel letto per un’ora almeno, mi sono alzato ed eccomi qui a scriverti.
    Ieri al ministero abbiamo parlato a lungo tra noi colleghi e sembra che, da informazioni sicure, un certo Giuseppe Garibaldi stia organizzando una spedizione per conquistare il nostro Regno.
    Tutta la nostra diplomazia è al lavoro in ogni dove per capirne le verità o le menzogne.
    Anche il nostro Re Francesco II è particolarmente allarmato e chiede in continuazione, attraverso i nostri consoli ed ambasciatori a Torino, notizie in merito.
    Sia Vittorio Emanuele II, ed in particolare il suo ministro Camillo Benso Conte di Cavour, rassicurano che nulla loro sanno in merito e diniegano ogni eventuale riferimento in modo categorico.
    Ma i nostri servizi segreti difficilmente si sbagliano.
    Le notizie provenienti dagli Stati Uniti d’America, dall’Inghilterra e dalla Francia sono chiare e certe.
    La massoneria occidentale, forte dell’appoggio di alcune nostre eminenti personalità molto vicine al nostro governo, è già da tempo che sta tramando per fare un’Italia unica sotto il governo di Vittorio Emanuele II.
    La Russia ci conferma questo disegno e parimenti l’Austria e talune regioni germaniche quali il Wittelsbach ove nacque la nostra Regina Maria Sofia.
    Noi non abbiamo più la forza di Ferdinando II, Dio lo abbia in pace, per poter resistere a questo pensiero internazionale, inoltre il nostro legame con l’Austria è visto molto negativamente soprattutto dall’Inghilterra e dalla Francia.
    Il nostro Re Francesco II è troppo religioso per poter capire il senso di queste mutazioni epocali…o forse non vuole capire pur comprendendole ed inoltre è troppo giovane.
    Non so caro Francesco che tempi vivremo nel nostro immediato futuro e che tempi vivrai soprattutto tu, giovane germoglio del 1852.
    Abbi fede e sii sereno comunque, Francesco.
    Tuo padre

    Tratto da
    FEGATO di Domenico Iannantuoni

  6. #76

    La sismologia, una scienza tutta meridionale

    La sismologia, una scienza tutta meridionale[1]


    Sabato 3 aprile 1860,

    - Cari ragazzi, eccoci ad un argomento molto importante per il nostro territorio, la sismologia. Il nostro territorio italiano è particolarmente afflitto da eventi di carattere sismologico che nel corso del tempo hanno generato devastazioni naturali di natura incredibile.
    - Solo per darvi una breve infarinatura, vi riporto gli eventi a noi più recenti dei terremoti più disastrosi avvenuti e vi prego di aprire il vostro quaderno degli appunti e di scrivere:
    Verona (3 gennaio 1117), 30.000 morti
    Catania (4 febbraio 1169), 20.000 morti
    Carinzia e Friuli (25 gennaio 1348), 10.000 morti
    Molise e Sannio (5 dicembre 1456), 30.000 morti
    Nicastro, Calabria (27 marzo 1638), oltre 10.000 morti
    Val di Noto, Sicilia orientale (11 gennaio 1693), 60.000 morti
    Reggio Calabria e Messina (5 febbraio 1783), 50.000 morti
    Montemurro, Basilicata (16 dicembre 1857), 12.000 morti [2]
    - Come potete notare dalla disamina dell’elenco che vi ho appena dettato i soli morti, in larga parte stimati per difetto, del Sud Italia ammontano dal medioevo ad oggi a ben “182.000” contro i 40.000 del Nord (Verona e Carinzia-Friuli). Cioè oltre l’80 % delle morti per eventi sismici è avvenuto nel Sud Italia.
    - Ora mi sembra evidente che l’interesse dei nostri governi fosse il massimo nello studio di tali eventi distruttivi e questo accadde con la sistemazione alle falde del Vesuvio del Primo centro sismologico. Ma anche che i fatti pratici, legati alle caratteristiche meccaniche degli edifici abitativi resistenti alle spinte telluriche, fossero ben studiati nel nostro Regno e di conseguenza attuati per le nuove concessioni edilizie. Un caso particolare di menzione è la “Casa Baraccata”, studiata appositamente dai nostri ingegneri, dopo il disastroso terremoto calabrese di Reggio e Messina…quello del 1783.
    - Detta casa veniva costruita con murature perimetrali intelaiate a travi lignee ed era leggera nella parte superiore dell’edificio cosicchè il basso o sottano poteva essere anche molto caricato, ma già il primo piano, realizzato a “cielo di carrozza” era molto leggero nella sua costruzione edilizia e così avveniva anche per il sottotetto superiore esclusivamente realizzato in travature lignee.
    - L'Osservatorio Vesuviano è il più antico osservatorio vulcanologico del mondo, fondato dal re delle due Sicilie Ferdinando II di Borbone. Alla sua fondazione, che risale al 1841, la sede era situata alle pendici del Vesuvio. L'Osservatorio Vesuviano fu inaugurato nel 1845 durante il VII Congresso degli Scienziati Italiani, tenutosi a Napoli. Il primo direttore fu il fisico parmense Macedonio Melloni, a cui seguì Luigi Palmieri, inventore del primo sismografo elettromagnetico (1856)[3]. Nel vecchio sito si trovano il museo e la biblioteca storica, mentre i laboratori ed il Centro di Sorveglianza si trovano a Fuorigrotta (Napoli).
    Sezioni e prospetti di case “baraccate”
    Mappa delle aree soggette ai fenomeni sismici in Italia
    - L'osservatorio è stato costruito a due chilometri di distanza dal cratere del Vesuvio, in un periodo storico di entusiasmo per la scienza in generale e per gli studi sul magnetismo terrestre in particolare. Dopo cinque secoli di quiete, la devastante eruzione del 1631 portò il Vesuvio ad uno stato quasi continuo di attività che indusse già alla fine del XVII secolo alla richiesta di un monitoraggio continuo dei fenomeni per prevederne il comportamento, istanza che venne addirittura promossa dal re Carlo di Borbone. Nel 1767 Giovanni Maria della Torre eseguì attenti studi di declinazioni magnetica e nella prima metà dell'Ottocento il Vesuvio era il sito vulcanico più analizzato al mondo, capace di attirare scienziati di ogni nazionalità, tra i quali Charles Babbage, interessato a verificare le sue teorie sulla conduzione del calore. Le accademie scientifiche agli inizi dell'Ottocento chiesero ai vari governi la costruzione di un centro dove poter risiedere e Ferdinando II di Borbone, coadiuvato dal Ministro Nicola Santangelo, esaudì la richiesta, entrambi erano sostenitori dello sviluppo della scienza e della tecnica. Al fisico Macedonio Melloni venne assegnato, nel 1839 l'incarico di fondare l'Osservatorio Meteorologico (e sismologico). Fu proprio quest'ultimo ad acquistare gli apparecchi magnetici e meteorologici per il sito prescelto, la Collina del Salvatore che rispondeva ai tre requisiti richiesti da Melloni: "libertà di orizzonte, vicinanza delle nubi, lontananza dalle terre circostanti".
    - Il 16 marzo 1848 l'Osservatorio fu finalmente consegnato a Melloni il quale però, a causa delle sue idee liberali, dopo i moti del '48 venne dimesso dall'incarico. L'interessamento del geofisico Luigi Palmieri risollevò le sorti dell'Osservatorio che nel 1856 fu completato con la costruzione di una torretta meteorologica. Palmieri realizzò il primo sismografo elettromagnetico della storia con il quale verificò la corrispondenza fra processi vulcanici e sismici.
    - Bene, ragazzi, come avete notato il nostro Stato è sempre stato tra i primi se non il primo, come in questo caso, a dedicare fondi e risorse generali allo sviluppo della scienza ed alla crescita del Progresso.
    Mentre tornavo a casa pensavo a questa grande scelta tecnica e secientifica delle Due Sicilie; un po’, a dire il vero, mi sentivo sismologo giacchè trattavasi di scienza nuova ed avveniristica, ma poi pensando bene durante il tragitto verso casa, dedussi che anche gli ingegneri avrebbero dovuto contribuire non poco per rendere sempre più sicure le nostre abitazioni. Sì, ingegnere con studi estesi in sismologia!
    *
    [1]Napoli 1841- Primo centro sismologico in Italia presso il Vesuvio
    [2]Da Wikipedia
    [3]Napoli 1856 – Primo Sismografo Elettromagnetico nel mondo, costruito da Luigi Palmieri.




    Tratto da
    FEGATO di Domenico Iannantuoni

  7. #77

    Mio padre è molto preoccupato

    Mio padre è molto preoccupato

    Martedì 4, aprile 1860

    In questi giorni vedo mio padre sempre più incupito, non c’è sera durante la quale non intavoli discorsi strani su Cavour, Vittorio Emanuele II, l’Inghilterra, la Francia per finire poi con Giuseppe Garibaldi e la cricca dei nostri traditori, cioè i nostri fuoriusciti accolti a braccia aperte dal Regno Sardo.
    Poerio, Zuppetta, Settembrini, ma poi vi aggiungeva Imbriani e quindi Liborio Romano diventato capo della Polizia in Napoli ma di cui non ci si poteva fidare in assoluto.
    La somma dei filo piemontesi era sempre enorme ed ogni sera ne aggiungeva qualcuno. Non parliamo poi della Marina Militare, ove pochi semplici marinai si salvavano dal tradimento della nostra dinastia regnante.
    Ogni tanto mio padre partecipava ad alcune riunioni ministeriali in qualità di segretario o assistente e notava sempre un certo doppiogiochismo tra i componenti che si annullava solo in presenza del Re Francesco II e di sua moglie la Regina Maria Sofia. Ma anche i consigli dati al re, quali un’azione più incisiva verso il Piemonte o l’Inghilterra, erano sempre in contrasto tra di loro sicchè restava quasi sempre in “impasse” sulle decisioni da prendere. La Regina invece, quando accompagnava il Re in queste riunioni di gabinetto, scrutava bene gli occhi di tutti i presenti e con la scusa del suo apprendimento dell’italiano, si faceva sempre ripetere almeno due volte affermazioni ambigue o contraddittorie; lei faceva di tutto per mettere in guardia Francesco II dai finti amici traditori.
    Una sera mio padre mi tenne alzato fino alla mezzanotte per parlarmi dei suoi timori.
    - Vedi Francesco, è come se nel nostro Regno si fosse materializzata una sorta di tradimento generale e complessivo. Sono pochi coloro che danno fiducia a Francesco II, lo ritengono troppo giovane ed inesperto per guidarci, ma non hanno il coraggio di manifestargli ampiamente e dal vivo questo loro pensiero. Poi la Costituzione, questo cambiamento di normativa sempre invocato dall’Inghilterra e dalla Francia, cui egli stenta per timore del ripetersi degli eventi drammatici del 1848, quando Ferdinando II la concesse.
    - Intanto il Regno Sardo oggi è molto più ampio di prima ed invoca l’Italia! Nel 1859, la Francia gli conquista la Lombardia, poi giunse l’annessione del Granducato di Toscana e quindi dell’Emilia papale, poi Modena...gli resta solo il Regno delle Due Sicilie e parte dello Stato Pontificio!
    Io ascoltavo e non avevo il coraggio di intervenire perché mio padre aveva una visione veramente completa dal punto di vista degli eventi succedutisi.
    Una cosa certa era che l’influenza dell’Austria doveva ridursi al minimo in Italia…ma la nostra dinastia non dipendeva dall’Austria, io pensai; Francesco II è napoletano come lo sono io.
    - Francesco, non sia mai che il Regno Sardo ci conquisti …in questo caso, io ti dico che dopo i pimi momenti di incertezza e di cambio di governo, per il SUD inizierà un lungo periodo di tristezza e di abbandono. Regrediremo come noi non possiamo immaginare!
    - Ora vai a letto Francesco e non dire a nessuno di questi miei pensieri, mi raccomando.
    Quella notte dormii poco e quel poco fu molto agitato…le parole di mio padre mi ritornavano spesso alla mente, ma non riuscivo ad immaginare una forma diversa della mia Patria, proprio non riuscivo. Io sono un borbonico, continuavo a dirmi, combatterò perché ciò non accada.


    Tratto da
    FEGATO di Domenico Iannantuoni

  8. #78

    La visita a Pompei

    La visita a Pompei

    Mercoledì 5 aprile 1860
    Quella di oggi è stata una giornata particolare perché c’era la gita scolastica e tutti, insieme con il maestro ed il direttore, abbiamo atteso l’arrivo degli omnibus che ci avrebbero portato prima ad Ercolano in mattinata e nel pomeriggio a Pompei.
    Il chiasso che facemmo, nonostante fossimo solo cinquanta ragazzi fu impressionante ed ormai i nostri accompagnatori se ne fecero una ragione; infatti stavano un po’ appartati sull’angolo della strada come se dovessero attendere qualcuno.
    Finalmente gli omnibus arrivarono e tutti schiamazzanti prendemmo posto alla rinfusa, io capitai di fianco a Ciceri e Marro. Il maestro salì di fianco al postiglione del primo omnibus e sul secondo, sempre di fianco al guidatore, prese posto il nostro direttore. Rassegnati sul nostro mancato silenzio, diedero ordine di partire. Messi in movimento, vuoi per gli sballonzolii dei mezzi vuoi per l’imminente novità, pian piano gli schiamazzi si ridussero ed un serio silenzio ne prese il posto.
    Il maestro Riggio, affacciandosi al finestrino anteriore ci guardò meravigliato, ed anche sul secondo omnibus il direttore fece lo stesso del maestro.
    Il postiglione del primo convoglio esordì:
    - Sig. Maestro, non si meravigli tanto. I ragazzi sono tutti uguali, loro non vivono la nostra dimensione ma la loro fantasia.
    Lei sa perché ora sono in silenzio?
    - No!- Rispose il maestro.
    - Ora i suoi ragazzi sono in silenzio perché stanno immaginando l’avventura che li attende.
    Loro non sanno come sarà Ercolano, non si immaginano neppure di tornare indietro di quasi duemila anni… e vedrà che anche quando ci inoltreremo per Pompei, si comporteranno similmente.-
    Dopo una buona mezzora di tragitto arrivammo nel centro abitato della attuale Città di Ercolano in prossimità di un bellissimo “arco” che delimitava l’ingresso agli scavi.
    Tutti scendemmo e ci posizionammo su indicazione del direttore vicino al cancello.
    Il direttore prese la parola:
    - Cari ragazzi, innanzitutto vi ringrazio per questo vostro “importante silenzio” che ci lascerà indubbi momenti di riflessione. Ora ascoltatemi con attenzione perché ciò che vi sto dicendo sarà per voi di fondamentale importanza non solo oggi ma per il vostro futuro fino alla fine della vostra vita… e forse oltre.
    Il direttore non l’avevamo mai sentito fare una lezione ma devo dire che i suoi modi ci presero immediatamente e ci stringemmo tutti vicino a lui ad ascoltarlo.
    Ragazzi ascoltate …

    ………….. continua …..........




    Tratto da
    FEGATO di Domenico Iannantuoni

  9. #79

    Ercolano antica.

    Secondo la leggenda narrata da Dionigi di Alicarnasso, Ercolano venne fondata da Ercole nel 1243 a.C., di ritorno dall'Iberia mentre storicamente fu fondata o dagli Osci nel XII secolo a.C., come sostenuto da Strabone, o dagli Etruschi tra il X ed l'VIII secolo a.C.. Conquistata dai Greci nel 479 a.C., che le diedero l'impianto proposto da Ippodamo da Mileto, passò successivamente prima sotto il dominio dei Sanniti e poi sotto quello dei Romani, nell'89 a.C., a seguito della guerra sociale, diventando un municipio.
    La città divenne quindi un luogo residenziale per l'aristocrazia romana e visse il suo periodo di massimo splendore grazie al tribuno Marco Nonio Balbo, il quale l'abbellì facendo costruire nuovi edifici, come la Basilica, e restaurandone altri: nello stesso periodo furono costruiti anche due complessi termali e il Teatro.
    In seguito fu gravemente danneggiata dal terremoto di Pompei del 62 e poi completamente sepolta sotto una coltre di fango e materiali piroclastici alta dai dieci ai venticinque metri a seguito dell'eruzione del Vesuvio del 79: tale strato, col passare degli anni, si solidificò, formando un piano di roccia chiamato pappamonte, simile al tufo ma più tenero, che protesse i resti della città[1].
    Ora ragazzi entriamo pian piano dentro il nostro ambiente risalente ad oltre 1750 anni addietro!
    Che meraviglie davanti ai vostri occhi, guardate gli edifici, osservate i negozi all’aperto, guardate l’altezza delle case e la bellezza delle statue.
    Le statue sono tutte riproduzioni, giacché gli originali sono custoditi presso il museo… poi riprese la sua narrazione.
    L'origine del nome è alquanto controversa: alcuni studiosi l'attribuiscono alla corruzione del nome Rectina, patrizia romana che possedeva una villa ad Ercolano e che chiese soccorso a Plinio il Vecchio in occasione dell'eruzione del 79 d.C. come è riportato nella celebre lettera di Plinio il Giovane allo storico Tacito; altri fanno discendere il nome da “retincula”, ossia le reti utilizzate dai pescatori di Ercolano, o dalla resina degli alberi dei boschi cresciuti sulle antiche lave, o dal nome del fiume che scorreva ai margini di Ercolano.
    La scoperta di Ercolano e la nascita del Miglio d'Oro e l'ingresso al Teatro sotterraneo dell'antica Ercolano
    Nel 1709 Emanuele Maurizio di Lorena, Principe d'Elbeuf, mentre stava costruendo il suo palazzo presso il litorale di Portici venne a sapere che un tale Nocerino, detto Enzechetta, nello scavare un pozzo in un podere alle spalle del convento degli agostiniani di Resina si imbatté in marmi e colonne antiche.
    Decise di comprare il fondo e nel 1711 avviò degli scavi attraverso pozzi e cunicoli che raggiunsero l'antico Teatro di Ercolano da cui estrasse statue, marmi e colonne che tenne per sé o inviò in dono presso ad amici, parenti e regnanti europei.
    Grazie a lui il re Carlo III di Borbone decise di acquistare a sua volta il fondo e avviare scavi sistematici mentre in Europa si diffuse a macchia d'olio la fama dell'antica Ercolano che influenzò enormemente la cultura dell'epoca, dando impulso al movimento culturale che fu chiamato Neoclassicismo e alla moda dell'aristocrazia inglese di svolgere il Grand Tour attraverso l'Europa, fino all'Italia (del Sud) e alla Grecia.
    Il successo dei ritrovamenti spinse il re a costruire nel 1740 un palazzo reale nelle vicinanze degli scavi di Resina entro i confini del casale di Portici, che da quel momento assunse il titolo di Real Villa di Portici.
    Nella nuova reggia estiva raccolse i ritrovamenti ercolanensi realizzando in un'ala del palazzo l'Herculanense Museum che apriva per lo stupore e la meraviglia dei suoi ospiti.
    Le collezioni si arricchirono ancora di più a partire dal 1750 quando cominciò l'esplorazione della grandiosa villa suburbana appartenuta alla famiglia dei Pisoni, nella quale fu rinvenuta una gran quantità di bellissime statue in bronzo e in marmo, come i due Lottatori (o Corridori) e il Mercurio Dormiente.
    Ma ancora più straordinario fu il ritrovamento, nel 1752, dei papiri carbonizzati della biblioteca della villa che da quel momento divenne nota in tutto il mondo come Villa dei Papiri.
    Essi furono meticolosamente srotolati grazie ad una macchina appositamente inventata in quegli anni da Padre Antonio Piaggio e rivelarono opere del filosofo epicureo Filodemo da Gadara.
    Con l'arrivo dei reali a Portici tutta l'aristocrazia della capitale scelse di realizzare sontuose dimore estive lungo la Via Regia delle Calabrie e nelle campagne circostanti, tra Barra, oggi quartiere orientale di Napoli, e Torre del Greco. Ma soprattutto tra Villa de Bisogno a Resina e Palazzo Vallelonga a Torre del Greco la quantità e la qualità degli edifici era tale che quel tratto di strada fu denominato il Miglio d'Oro.
    Tra le più prestigiose si annoverano Villa Campolieto, progettata da Luigi Vanvitelli, Villa Riario Sforza, nota anche come Villa Aprile, e Villa Favorita, di Ferdinando Fuga, chiamata così perché preferita dalla regina Maria Carolina d'Asburgo al punto che Ferdinando IV l'acquistò nel 1792 conferendole la denominazione di Real villa della Favorita e anche Resina acquisì il titolo di Real Villa.
    Nel 1788 il sacerdote Benedetto Cozzolino fondò in via Trentola, presso la sua abitazione, la prima scuola per sordomuti del Regno di Napoli, seconda in Italia solo a quella di Roma.
    Dalla Repubblica Partenopea al Regno di Gioacchino Murat
    Il 14 giugno del 1799, negli ultimi giorni della Repubblica Partenopea, tra la Favorita e il Granatello di Portici si combatté forse l'ultima battaglia tra l'armata della Santa Fede e i giacobini repubblicani con la vittoria dei primi. Lungo via Pugliano fu abbattuto l'albero della libertà impiantato dai repubblicani e al suo posto fu eretto un crocifisso.
    Ristabilita la monarchia borbonica, solo nel 1802 Ferdinando IV decise di lasciare Palermo e fare ritorno a Napoli e il 27 giugno sbarcò all'approdo della Favorita.
    Durante il periodo francese tra il 1806 e il 1815, il re Gioacchino Murat frequentò molto Villa Favorita, e sotto il suo regno il tratto della strada regia per le Calabrie, che fino ad allora deviava verso via Dogana, fu rettificato comportando lo scavalcamento di via Mare e la demolizione della vecchia chiesa di Santa Caterina che fu ricostruita a poca distanza lungo il nuovo tratto.
    Ercolano “Casa di Nettuno”
    Con il ritorno dei Borbone fu dato nuovo impulso all'industria e alla tecnica.
    Nel 1839 fu inaugurata la prima ferrovia italiana da Napoli a Portici e nei due anni seguenti fu prolungata in direzione di Castellammare di Stabia attraversando il territorio di Resina lungo tutto il tratto di costa, privandola del litorale sabbioso.
    Nella seconda metà dell'Ottocento sorsero diversi opifici industriali, tra cui alcune concerie e una fabbrica di vetro. Nonostante i primi insediamenti manifatturieri, Resìna mantenne un aspetto di paese agricolo celebrato per la salubrità del clima; Lorenzo Giustiniani nel 1804 aveva così descritto il luogo: “Vi si respira un'aria sanissima.
    Il terreno produce frutte squisitissime, ottimi vini, e il mare da ricca pesca de eccellente sapore. Vi si veggono grandiosi ed eleganti casini… con de' loro rispettivi giardini, o ville, formate con sopraffino gusto di disegno, adornate di vaghe fontane, peschiere, statue ed altri ornamenti da renderle mirabili agli occhi degl'intendenti…
    Loda per quanto voglia Orazio la sua Baia, e sino a non esservi luogo simile nel mondo, ch'io dirò esser tale appunto la nostra Resina.”
    Nel 1845 fu inaugurato il Real Osservatorio Vesuviano, primo osservatorio vulcanologico nel mondo.
    Ora ragazzi, concluse il direttore prendendo sottobraccio il nostro maestro, seguiteci in doppia fila lungo il percorso espositivo fino alle terme di Ercolano, e poi rechiamoci all’ingresso dove i nostri postiglioni ci fanno trovare una sorpresa che consumeremo prima del viaggio verso Pompei.
    Durante il tragitto molte furono le domande che ponemmo al direttore ed al maestro, ma soprattutto interessanti restavano il nostro bisbiglìo e le nostre interiezioni di meraviglia per la vista di oggetti di bellezza incommensurabile all’interno di un passato che per noi tornava ad essere presente.

    …………….. continua………………..




  10. #80
    Ritornammo all’orario prestabilito presso gli omnibus ed il nostro bisbiglìo era ormai diventato un semichiasso… d’altro canto la fame era notevole per tutti noi.
    I postiglioni ci fecero trovare acqua e bicchieri di coccio e diversi cestini di vimini che contenevano tranci di pane cafone composti a foggia di panini imbottiti con salame, mozzarella di bufala e prosciutto crudo, salame e caciocavallo e taralli al pepe ed al seme di finocchio e poi anche qualche dolce tipico della primavera: “i tarallucci allo zucchero”.
    Giusto il tempo di rifocillarci, di andare in bagno che tovavasi lì vicino all’ingresso, e poi tutti sugli omnibus, direzione Pompei… ed erano solo le ore una.
    Ancora il silenzio tornò ad impossessarsi di noi lungo tutto il tragitto che durò almeno un tre quarti d’ora.
    Il direttore ed il maestro presero posto insieme, sempre di fianco ad uno dei postiglioni e parlarono per tutto il tempo a bassa voce.
    Davanti l’ingresso degli scavi pompeiani ci fermammo e due guardie urbane si avvicinarono a noi per salutare i nostri accompagnatori e subito dopo il nostro direttore ci disse di ascoltarlo con attenzione.
    I primi scavi nell'area pompeiana si ebbero a partire dal 1748, per volere di Carlo III di Borbone a seguito del successo dei ritrovamenti di Ercolano: i sondaggi furono svolti da Roque Joaquín de Alcubierre, che, credendo di essere sulle tracce dell'antica Stabiae, riportò alla luce nei pressi della collina di Civita diverse monete ed oggetti d'epoca romana, oltre a porzioni di costruzioni, prontamente ricoperte dopo l'esplorazione.
    Le esplorazioni furono ben presto abbandonate a causa degli scarsi ritrovamenti e ripresero soltanto nel 1754; nel 1763, grazie al rinvenimento di un'epigrafe, che parlava chiaramente della Res Publica Pompeianorum, si intuì che si trattava della antica città di Pompei.
    Con Maria Carolina, moglie di Ferdinando IV, e l'ingegnere Francesco La Vega, parte della città, come la zona dei teatri, il tempio di Iside, il Foro Triangolare, diverse case e necropoli vennero riportate completamente alla luce e non più seppellite, ma rimaste a vista; fu durante il dominio francese, con a capo Gioacchino Murat e la moglie Carolina, che gli scavi godettero di un momento di fortuna: venne individuata la cinta muraria e riportata quasi del tutto alla luce la zona di Porta Ercolano; inoltre, grazie alle pubblicazioni volute da Carolina, la fama di Pompei crebbe in tutta Europa, diventando tappa obbligata del Grand Tour.
    Con il ritorno dei Borbone a Napoli, gli scavi vissero un relativo periodo di stasi, ma poi ripresero alacremente nonostante la vastità dell’area interessata[2].
    Ora ragazzi seguite me ed il vostro maestro in doppia fila per una rapida visita del complesso, al fine che vi possiate rendere conto della grande area archeologica che interessa gli scavi di Pompei, dei quali posso dirvi, che nei tempi futuri essi saranno ancora più estesi fino al recupero totale …fino al porto di mare, essi saranno un unico reperto museale per tutto il mondo.
    Eravamo tutti un po’ stanchi poiché il percorso del mattino ci aveva già provato un po’, ma la voglia di vedere e di osservare le vestigia di Pompei fu più forte.
    Bellissime le case, gli affreschi ed i mosaici superbi. Tra tutti mi ricordo benissimo che in una villa detta quella del “Poeta Tragico”, scavata tra il 1824 ed il 1825. All’ingresso era collocato un mosaico con la scritta “Cave Canem” (attenti al cane). Maraglino ne combinò una delle sue nascondendosi dietro le mura ed iniziando ad abbaiare con forza. Molti nostri compagni pensarono davvero vi fosse il cane…
    forse anche il direttore per un momento solo ci cascò. Ma nessuno sgridò Maraglino per quell’azione anzi, una risata generale rincuorò ben bene tutta la comitiva quando egli uscì allo scoperto facendosi notare dal gruppo.
    Un’altra cosa che mi colpì molto furono i passaggi pedonali che erano rialzati rispetto al piano stradale e i blocchi marmorei che costituivano gli appoggi dei pedoni per il loro transito, erano divisi per il passaggio delle ruote dei carri.
    Cave Canem – Casa del Poeta Tragico
    Verso le ore sei, salimmo esausti sugli omnibus ma con la promessa del direttore che saremmo tornati a Pompei per una ulteriore visita. Per tornare a Napoli gli omnibus avrebbero impiegato almeno un’ora e mezza. Il silenzio pian piano ci colse tutti e qualcuno si addormentò durante il tragitto.
    Io invece pensavo e guardavo ogni tanto la figura del mio maestro che stava seduto in modo rannicchiato di fianco al Postiglione, lo vedevo dalla finestra che dava dalla cassetta di guida all’interno dell’omnibus.
    Durante il tragitto osservavo soprattutto la nostra campagna rigogliosa, le nostre belle ville e la gente che tornava dalla campagna, soprattutto “cafoni”, stanchissimi ma sorridenti.
    Il postiglione ad ogni incontro di questa gente emetteva un simpatico fischio e li salutava con un “Bona jurnata cumpà”; e loro rispondevano alzando il braccio, qualcuno togliendosi il cappello.
    Il sole ormai volgeva verso il tramonto e Napoli era già sul nostro orizzonte.
    Non avrei mai voluto che quel viaggio terminasse, il rollio della carrozza, per quanto ben ammortizzata, il suono ritmato degli zoccoli dei cavalli rotto ogni tanto da sporadici nitriti e i miei compagni che come me osservavano dalle finestre il meraviglioso paesaggio campano ed il mare lucente, mi davano la sensazione di vivere alcuni momenti magici della mia vita.

    Tratto da

    FEGATO di Domenico Iannantuoni

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