Pagina 4 di 6 PrimaPrima ... 23456 UltimaUltima
Risultati da 31 a 40 di 51

Discussione: Una scolaresca napoletana nel Regno di Napoli

  1. #31

    Ultimo giorno di scuola…il racconto mensile

    Ultimo giorno di scuola…il racconto mensile


    Venerdì 23,dicembre 1859
    - Eccoci ragazzi all’ultimo giorno di scuola prima del vostro … del nostro Natale e soprattutto della nostra “Vigilia” che domani tutti voi, o almeno i più fortunati, passerete nelle vostre famiglie in attesa di recarvi in chiesa per la funzione di mezzanotte. Vi lascio alle vacanze narrandovi dei nostri soldati che al seguito del generale Guglielmo Pepe, partirono per il Nord Italia, dopo il primo contingente che si impegnò a Curtatone, Montanara e Goito.
    Sfrutterò ancora un racconto stilato dal nostro Giacinto dè Sivo … ma prima voglio dirvi alcune cose.
    Il maestro pareva abbastanza preoccupato di “queste cose”. Si muoveva in modo un po’ nervoso e altrettanto difficoltosamente andò alla cattedra per recuperare il grande libro.
    Lo aprì al punto dove doveva iniziare a leggere, ma lo richiuse subito, e ci disse:
    - Cari miei, il 1848, fu un anno veramente terribile. L’Inghilterra era già riuscita nell’intento di far “sgattaiolar” fuori dal nostro Stato la ricchissima Sicilia[1]lavorando con insorti che alla guida di Ruggero VII avevano dichiarata decaduta la nostra dinastia dei Borbone.
    Il Re Ferdinando II aveva concessa la Costituzione che purtroppo diventò strumento in mano alle sette filo-piemontesi da un lato e repubblicane e Mazziniane dall’altro, ma volte ambedue a far decadere la nostra Dinastia e la nostra autonomia.
    In tutto questo PIO IX aveva deciso di non firmare il trattato della Lega Italiana e Re Carlo Alberto, non certo un Savoia essendo la sua famiglia lontana dodici generazioni da questi, aveva già dichiarato di voler far sì l’Italia, ma sotto l’egida piemontese e cioè la sua.
    - Bene, in tutto questo bailamme ed ancora in odor di Costituzione vigente, il generale Guglielmo Pepe venne designato (a fatica) per comandare l’esercito che avrebbe dovuto portare aiuto ai piemontesi e a Venezia, quest’ultima risorta con Daniele Manin, ultimo Doge.
    Il maestro iniziò la lettura.
    …. fu stabilito che di tredicimila uomini si facessero due divisioni, una per terra, altra per mare, comandate dal tenente generale Giovanni Statella, e dal brigadiere Nicoletti, in quattro brigate, cò’ brigadieri Filippo Clein e Pasquale Balzano, e’l colonnello Raffaele Zola. La cavalleria col brigadiere Ferdinando Lanza. L’artiglieria col colonnello Carlo Lahalle. Il Nicoletti ed il Lanza si rifiutarono e pertanto fu messo il Clein a comandar la 2° divisione, questa aveva il 7°. l’8°, e il 9° di linea, un battaglione dell’11°.
    Altro di cacciatori, tre reggimenti di cavalli, 1° e 2° dragoni e uno di lancieri, un battaglione di carabinieri, due batterie di cannoni, e due compagnie di zappatori. Mosse subito a scaglioni pel Tronto nelle Marche; e’l passo non conceduto (dal Papa) fu preso;….
    La prima divisione con lo Statella avea due reggimenti di fanti, 1° e 12° di linea, un battaglione del 5°. Uno del 7°, il 3° battaglione cacciatori, una compagnia di zappatori, e otto cannoni. S’imbarcò al 27 aprile su cinque fregate a vapore, due a vela e un brigantino, condotto dal de Cosa.
    Allo stretto di Messina ebbero cannonate con lieve danno dalle batterie armate dà Siculi a Torre del Faro.
    Così l’eroica Sicilia, gridatrice d’indipendenza italica, salutava a morte i Napolitani che lavean lasciata in balia di sé per soccorrere gli italiani. Sbarcavano ad Ancona.
    Il Pepe, non partito prima per sopravvenutagli febbre, s’ebbe dal re il presente d’un cavallo. S’imbarcò a 1 maggio con parte dello Stato Maggiore sullo Stromboli; e sul salpare giunsegli lettera ministeriale, che in regio nome ordinavagli sostasse al Po né passasse senz’ordine sovrano; avanzandosi innanzi a determinare co’ pincipi italiani la parte dal prendersi da noi alla lotta; ma ei serbò la lettera col proponimento, come scrisse, di non farne nulla. Posto il piè ad Ancona fra festeggiamenti, ebbe visita da quel gran rivoluzionario che fu il principe di Canino, e per lui mandò lettera a Carlo Alberto; poi a 10 maggio fé un ordine del giorno a’ soldati; dove affermava esser egli dà suoi chiamato padre, quando combatteva con Massena e Gioacchino in Castiglia …
    Intanto, cari ragazzi,- Interloquì il maestro.- non solo la Sicilia era in subbuglio, ma anche a Napoli furono erette le barricate e i liberali cosituenti (e mazziniani) si ribellarono con le armi al nostro Re, e fu battaglia, fortunatamente il 15 maggio vincemmo noi …
    … e così, il ministero napolitano vista la rivoluzione imminente nelle Calabrie, la Sicilia preparar milizie per soccorrerla, e tutto il continente del reame agitato dà congiuratori … mandarono per via d’Ancona il brigadiere Antonio Scala a richiamar indietro il Pepe. Per tal fatto la setta accusa Ferdinando d’aver disertata la causa nazionale, e preparate le vittorie tedesche; non accusa sé stessa della suscitata guerra civile in Napoli e nelle provincie, delle non rattenute vampe repubblicane, delle svelate aspirazioni a fusione italiana; non dice aver essa sforzato il monarca a provvedere alla sua salute, all’autonomia della patria, anzi che a trionfare sui suoi scoperti nemici.
    … ma il Pepe, mazziniano, non era uomo da ubbidire al re; e intento a infievolire Ferdinando, non voleva certo restiturgli l’arme a lui fidate; ma previstasene l’opposizione, era ordinato ch’ov’egli osasse, il surrogasse lo Statella. Adunque lo Scala correndo da Ancona a Bologna, raggiungendo per via qualche reggimento, gl’ingiungea che fermasse; ma già la prima divisione aveva provveduto a Ferrara,. Notificato l’ordine sovrano allo Statella, ambi la sera del 22 maggio si presentarono al Pepe, colà a Bologna, e gli dettero la lettera ministeriale, ch’enunciate le condizioni del regno minacciato di rivoluzione, gli imponeva rientrar subito nelle forntiere; inbarcasse parte delle milizie a Rimini per Manfredonia, e parte ad Ancona per Pescara; chiamasse il 10° di linea da Goito, e nunziasse la sua partenza a Carlo Alberto. Egli fremitando s’ingegnò a indurre gli uffiziali circostanti a non ubbidire, ma poi vistili risoluti al dovere, lasciò il capitanato, cui prese lo Statella.
    In quella giungeva a Bologna il Leopardi nostro ambasciatore a Torino, che quasi non servisse Napoli ma Sardegna, veniva da re sardo inviato a indurre il Pepe a muovere in soccorso del Durando nel Veneziano.
    Con la veste di regio ministro costui magnificando suoi mandati segreti, cui fingeva di pugno di re Ferdinando, forte perorò a persuadere agli uffiziali sia la salvezza del napolitano regno nella guerra lombarda.
    Però si riponessero sotto il Pepe. Questi veggendo nicchiar qualcuno dei capi, e udendo il colonnello Cotrofiano a dire parergli vergogna il ritirarsi, prese animo a pregar prima a voce poi in iscritto lo Statella, a restituirgli il comando: e come quei ricusava, s’appigliò al partito di darne avviso a’ faziosi di Bologna; i quali mossa a tumulto quella guardia civica, gridaron per le vie volersi duce il Pepe per guidare i Napolitani alla guerra.
    - Ecco ragazzi, volgo al temine. Come avete visto Guglielmo Pepe disobbedisce al re, nel massimo momento di bisogno della patria nostra, e cioè proprio dopo i drammatici fatti delle barricate a Napoli, il 15 maggio.
    Egli malversando ordini e contrordini, pago del tributo asscuratogli dal nostro ministro Leopardi ambasciatore a Torino e servo di Carlo Alberto.

    ................................... continua .................................

  2. #32

    Ultimo giorno di scuola…il racconto mensile

    Ultimo giorno di scuola…il racconto mensile


    - Il Pepe, optò con gli uomini a lui rimasti, a dire il vero non molti, per soccorrere Daniele Manin a Venezia e di fatto lo fece con: il 2° e 3° battaglione di volontari, la 1° compagnia di zappatori, e la 2° batteria di campagna e pochi altri soldati trattenuti con carte false. Intanto il grosso dell’esercito napoletano, ubbidiente al re fece ritorno a Napoli per soccorrer la propria patria.
    … Il governo veneziano lieto del soccorso in una proclamazione enumerò i napolitani esser mille tra linea e cacciatori, oltre 300 artiglieri; prezioso aiuto di gente esercitata; ed enfaticamente conchiudeva dessi tanto più cari quanto esser pochi volenterosi fra molti, quasi eletti da Gedeone, Il Manin con decreto del 13 fé il Pepe supremo duce nel veneziano.
    Ve ne eran venuti alquanti volontari siciliani, e se ne aspettava altri col La Masa. Adopraron i nostri uffiziali a fortificar le lagune.
    - Bene ragazzi. Per farla breve concludo che dopo tante vicissitudini tutti i nostri soldati, pur sempre traditi dal Pepe che ha operato contro la nostra patria e contro il suo re, si distinsero molto nelle battaglie di Venezia contro gli austriaci e poi, stanchi e frastornati dal guazzabuglio di ordini e contrordini intessuto dal loro generale, ritornarono a Napoli dietro ulteriori inviti di re Ferdinando, e ritornarono via mare.
    Carlo Alberto intanto si avviava alla sua definitiva sconfitta di Novara[2] dopo aver messo a soqquadro la Città di Milano con le sue milizie in fuga. Finiva così, in tristezza, la guerra della lega per Milano e d’Italia che avrebbe dovuto vedere il nostro Papa Pio IX in funzione di coordinatore e i capi di governo dei diversi Stati, chiusi in una Federazione Italica o Lega Italica.
    Gli accordi di Carlo Alberto con gli inglesi, e dunque il suo implicito desiderio di governare da solo l’Italia riunita in federazione ce lo impedirono.
    - Il nostro Stato, particolarmente odiato dall’Inghilterra, è quello che ne ha pagato le peggiori conseguenze, tra la rivoluzione in Sicilia, ossia una nostra guerra civile sobillata appunto dall’Inghilterra e combattuta con le armi, e le insurrezioni repubblicane in Napoli.
    - A questi fatti gravissimi non dobbiamo dimenticare che re Ferdinando II, sposò in seconde nozze Maria Teresa d’Austria e che le armi Napolitane combatterono durante la guerra di indipendenza italiana contro l’Austria del 1848 ... dunque i precedenti fatti e questo in particolare, comporteranno in futuro reazioni a noi non favorevoli … chissà!
    Uscimmo da scuola un po’ tristi per questo racconto mensile, poi però pensando al Natale imminente cambiammo subito sentimento. Salutammo tutti il nostro bravissimo maestro, augurandogli un felice Natale, e lo baciammo
    [1] Il PIL (prodotto interno lordo) della Sicilia era all’epoca almeno un terzo di quello dell’intero stato e parimenti essa venne trattata a lvello di rappresentanti deputati in occasioen del rilascio delal Costituzione. Essa mantenne anche il titolo di Vicereame e batteva moneta. Si pensi che la Sicilia era la produttrice di oltre il 90% dello zolfo mondiale, necessario al 20% per la produzione della polvere da sparo.
    [2]Battaglia di Novara, 23 marzo 1849





    Tratto da
    FEGATO
    di Domenico Iannantuoni

  3. #33

    I miei nonni


    I miei nonni

    Vvenerdì 23 dicembre 1959

    I miei nonni erano già arrivati oggi, venerdì. Andammo io e mia madre a prenderli alla stazione e ne fui felicissimo.
    Il pomeriggio sul presto, verso le ore 15 arrivarono i nonni paterni da Maddaloni. Quando mi videro i loro occhi si illuminarono e mia nonna iniziò ad esclamare:
    - Quanto sei cresciuto Francesco, sei ormai un uomo, fatti toccare un pochettino da nonna tua!- Mi abbracciò con tal foga che barcollammo tutti e due sui bordi del binario. Poi iniziò a baciarmi a ripetizione trascurando del tutto mia madre. Mentre stavo soffocando e pur restituivo parzialmente i baci che ricevevo, intervenne fortunatamente mio nonno Francesco:
    - E che diamine Carmè, fammi respirare questo nipote almeno tra un bacio e l’altro e presomi per un braccio mi liberò dalla morsa affettuosa di nonna Carmela.-
    Nonno Francesco, era di tutt’altra pasta, eclettico e riservato … ma spiritosissimo all’occorrenza.
    Mi stampò un bacio secco sulla fonte e mi tenne a distanza di sicurezza dalla nonna Carmela. E poi mi disse:
    - Francesco questa volta ti ho salvato, mi devi una partita a tresette!- Io sorrisi e lo presi a braccetto.
    Intanto, mentre andavamo a casa, mia nonna si era ormai dedicata a mia Madre e le stava già raccontando di alcuni problemi con il vicinato, lì a Maddaloni.-
    - Cara mia Lucia, sapessi quanto stiamo tribolando con i nuovi vicini ….-
    Arrivammo a casa con un po’ di affanno di Nonno Francesco il cui compito era quello di portare una valigia di discrete dimensioni, mentre mia nonna aveva solo la borsetta, l’ombrellino appeso al braccio e un vassoio contenente un dolce natalizio prelibatissimo di Aversa: “ La torta Polacca di Aversa!”.
    Lasciammo i nonni paterni a casa nostra perché si sistemassero, quando uscì mia sorella dal bagno e mia nonna Carmela ripeté esattamente le cose che aveva detto a me alla stazione, cambiando solo il maschile con il femminile … ma si vedeva che voleva un bene enorme anche a Maria.
    Io e mia madre uscimmo di gran carriera perché dopo poco sarebbe arrivato il treno da Angri con gli altri nonni.
    Giungemmo alla stazione insieme con il treno e pur da lontano mia madre riconobbe subito i suoi genitori ed alzò il braccio destro per farsi notare.
    C’era molta gente alla stazione quel giorno e fummo fortunati ad incontrarci subito. Nonna Agnese abbracciò subito mia madre, la strinse forte e la baciò sulle guance. E diceva:
    - Piccola, piccola mia, che gioia rivederti …-
    - Poi si diresse verso di me e mi abbracciò e baciò, ma non disse una sola parola e mi strinse con dolcezza.
    Mio nonno Max aveva un portamento militare, era alto e giovanile.
    Mi prese con le due mani e mi sollevò da terra in un istante dicendo:
    - Ehi, bricconcello di un Francesco, cosa fai da queste parti?- Io gli diedi un bacio che lui corrispose, poi salutò caramente e dolcemente sua figlia Lucia per la quale nutriva un affetto superiore ad ogni cosa, la accarezzò sulla guancia e le diede un bacio delicatissimo e sospirò.
    Mia madre sentì forte quel trasporto e le si inumidirono gli occhi.
    Anche i nonni materni avevano una valigia che mio nonno portava in modo semplice e senza fatica ed anche mia nonna aveva la borsetta, l’ombrellino ed un bel cartone contenente una delizia natalizia di Amalfi: “Lo zuccotto al limone di Amalfi”.
    Arrivati a casa fu festa, c’era già anche mio padre e la serata la dedicammo alle grandi prove culinarie dell’antivigilia.
    Mia madre mostrò alle nonne i dolci che ella aveva preparato per l’occasione quali Struffoli, Mostacciuoli, Susamielli, Raffiuoli, Divino Amore ed una quantità impressionante di Zeppole dolci e salate. Mi madre aveva riempito almeno sei cabaret ricolmi e ne era orgogliosissima oltre che felicissima per il risultato.
    Non vi dico dei complimenti da parte delle nonne, ma lei subito si schermì e disse:
    - Ah, fermi tutti, non avrei potuto mai preparare questi dolci senza l’aiuto impagabile di mia figlia Maria!- E qui gli appalusi si sprecarono e naturalmente le nonne si impossessarono subito di mia sorella riempiendola di baci.
    I nonni, mio padre ed io guardavamo con grande gioia.
    La sera trascorse rapidamente e a dire il vero non ricordo nemmeno cosa mangiammo di preciso; da noi si dice “spuzzulià” e cioè spiluccare qualcosa, ma senza piatti precisi.
    Io poi andai a letto presto e così mia sorella. Ci addormentammo che i miei genitori parlavano e parlavano … e i nonni parlavano e parlavano … eppure era solo dalla precedente estate che non ci si vedeva.
    Ricordo che mi addormentai al suono delle zampogne mentre la mente andava alla mia vacanza nel Cilento fatta con nonna Agnese e nonno Max.
    Tratto da
    FEGATO
    di Domenico Iannantuoni

  4. #34

    La vigilia di Natale e la messa di mezzanotte

    La vigilia di Natale e la messa di mezzanotte

    Sabato 24 dicembre 1859

    La mattina della vigilia mi alzai un po’ tardi, in fondo era festa, andai subito a vedere il nostro presepe ed avvicinai di qualche passo i re Magi verso la grotta dove erano Maria, Giuseppe, il bue e l’asinello e la culla rigorosamente vuota in attesa della mezzanotte.
    Mia sorella era come al solito in bagno ove passava le ore mentre anch’io avrei avuto qualche urgenza, ma resistevo come un militare in trincea attorcigliando un po’ le gambe.
    Mia madre era già andata con le nonne a fare la spesa.
    Gli ultimi acquisti per la vigilia, poi Natale e quindi Santo Stefano erano importantissimi perché a Napoli in quei giorni tutto è festa religiosa e tutto si ferma.
    Sbirciai che ci fosse il pane fresco e vidi tre cartocci che avvolgevano tre panette di pane “cafone”, ancora calde, da due rotoli cadauno.
    Una gran quantità di pacchetti e paccottini, tutti appoggiati sul tavolo, lasciavano presagire piatti favolosi.
    - Per fortuna sei uscita dal bagno, Maria. Stavo per farmela addosso!- Mia sorella mi baciò e poi mi tirò fuori la lingua per scherzo, ma mi sorrideva e non le dissi nulla.
    Quando uscii dal bagno andai in cucina e vidi la mamma e le due nonne che confabulavano proponendo le modalità della cena ed anche qualche novità gastronomica.
    I nostri piani di cottura erano sistemati vicino alla finestra ed erano organizzati secondo un criterio di diametro in cerchi di acciaio a misura sempre più piccola, decrescente fino al forno. L’alimentazione della cucina era a legna e diversi pezzi di quercia, da taglio minuto, attendevano di essere inseriti nella fornace sottostante.
    Mia madre e le mie nonne avevano tutte un grembiule di protezione ed un copricapo in testa.
    Mi salutarono a malapena ed allora capii che il loro impegno era al massimo e dovevo stare alla larga. Dunque andai in sala a cercare i nonni e mio padre che stavano seduti a leggersi ciascuno il proprio giornale … in silenzio prefestivo, che è un modo di distaccarsi dal mondo.
    Mi accennarono un saluto con sorriso e risprofondarono nella lettura.
    Mia sorella neanche a parlarne, era rintanata nella sua cameretta a farsi bella.
    Un paio d’ore non gliele toglieva nessuno.
    Mesto mesto mi recai nella mia cameretta, mi vestii e feci per uscire di casa con un bel cappottino giuntomi in dono dai miei genitori per l’occasione.
    - Dove vai?- Disse ad alta voce mio padre.
    - A fare due passi- Risposi. - Qui vedo che siete tutti impegnati.
    - Aspettami Francesco, vengo con te!- Mi rispose pronto mio padre.
    - Anch’io mi stavo un po’ annoiando … ma sai i nonni, hanno il vizio di leggere profondamente il giornale, … e soggiunse a bassa voce … quasi vi cavassero le verità dell’universo.- Mi strizzò l’occhio ed uscì con me.
    Napoli era semplicemente meravigliosa quella tarda mattinata della vigilia di Natale. Tantissima gente per le strade che ultimava i propri acquisti, gli zampognari che erano cresciuti di numero e suonavano con passione lungo la Via Toledo e tutte le traverse dei quartieri Spagnoli e raccoglievano le offerte in denaro dei passanti senza mai smettere di suonare.
    Tornammo a casa verso le due in quanto mio padre ne approfittò per portarmi perfino in Via San Gregorio Armeno dove erano situate tutte le botteghe dei presepari e dove mi regalò un bellissimo Gesù Bambino che poi lo avrei sistemato nella culla a mezzanotte al posto di quello dell’anno passato che avevo nascosto dietro la grotta. A casa ognuno in libertà aveva mangiucchiato qualcosa ed io mi feci una fetta di pane “cafone”, olio e due o tre pomodori del pennolo ben sprizzati, con origano di montagna e resistetti fino all’ora di cena.
    Alle ore 20 ci fu il richiamo generale della mamma e delle nonne.
    La tavola era ben imbandita e decorata ed attendeva solo che ci sistemassimo a sedere.
    Mio padre chiese un attimo di silenzio per tutti e fece un discorso augurale breve e conciso cui tutti applaudimmo … l’atmosfera stava per riscaldarsi e quindi aprì una buona bottiglia di Vino bianco “Greco” per brindare insieme.
    A me ne mise prima un goccio, però siccome mia madre era distratta dalle nonne, guardandomi negli occhi e sorridendomi aumentò la dose del doppio.
    Io gli sorrisi.
    A tavola c’erano altre quattro bottiglie di vino nero, due “Aglianico” del Beneventano e due “Piedirosso” dei campi Flegrei … una novità, questa, secondo mio padre, essendo questo vitigno originario anch’esso del beneventano o dell’avellinese.
    Mia madre intonò una bella canzone natalizia subito accompagnata dalle nonne e lesta lesta portò a tavola un primo antipasto composto da un soutè di vongole e cozze in brodetto al pomodoro, leggermente piccante.
    I complimenti furono molti e la nostra tavola iniziò a scaldarsi.
    Poi fu il turno dei gamberetti infilati in lunghi stecchini e conditi con olio e prezzemolo, fatti alla griglia, una squisitezza! Mentre il tempo passava, mia madre e le mie nonne si impegnavano ad entrare ed uscire dalla cucina senza mai inciampare tra di loro ed ognuna portava a tavola qualcosa di nuovo.
    Ecco mia nonna materna Agnese, con gran pompa, consegna a tavola un vassoio di merluzzo in umido che fu accolto con giubilo.
    Quindi l’altra nonna, Carmela, si cimentò in piccoli pezzi di baccalà impanato e fritto e verdure anch’esse impanate e fritte, una bontà. Intanto il nostro piatto tipico stava per essere portato a tavola verso le ore 21. Ed ecco comparire dalla cucina una portata eccezionale di spaghetti di Gragnano al sugo di capitone.
    Mio padre disse:
    - Posso avere un cucchiaio?-
    - E già.- Disse mia madre.
    - … mi sono proprio dimenticata di quella posata!-
    E ne fornì a tutti noi commensali. Anche il capitone al sugo terminò insieme agli spaghetti, ma per lasciar spazio poco dopo al capitone alla griglia, servito con patate dorate al forno.
    Devo dire che mangiavamo tutti con gusto ma anche il chiacchiericcio era cresciuto non poco tra di noi.
    Non erano solo complimenti ma anche espressioni di pura gioia di stare insieme mentre aspettavamo le ore 23, orario in cui ci saremmo tutti recati in chiesa per la nostra messa di Mezzanotte. Mia sorella non perdeva un singolo colpo, porzioni abbondantissime e pulitura del piatto con pane “cafone”, era insaziabile.
    Io timidamente, aspettando il momento che mia madre fosse in cucina, porsi il mio bicchiere a mio Padre, che capì e mi versò una discreta quantità di Piedirosso. Acqua se ne beveva poca ed essa era praticamente tutta destinata a mia sorella e a mia madre, mentre alle nonne, devo dire, il vino era gradito in modo particolare.
    Ed ecco arrivare una bella padella gigante di “Orate all’Acqua Pazza”, con le sue orate tipiche cui però avevano aggiunto dei piccoli merluzzetti e minuscole alici per rendere il piatto ancora più gustoso. Piccantello il brodetto fatto appunto con acqua e vino bianco, ma con una spolverata di peperoncino “diavolillo”.
    I finocchi tagliuzzati fini fini e conditi con sale, olio e limone di Sorrento, furono il contorno prediletto.
    Tutti ormai eravamo non sazi, ma stra-sazi e pensavamo a come districarci dal tavolo da pranzo quando arrivò nonna Agnese con un megapiatto ricoperto di sale: la “spigola al sale”, mentre nonna Carmela portava a tavola una insalatiera ricolma di misticanza invernale e condita con aceto di vino campano ed olio d’oliva extravergine dell’alta Puglia, un dono di un amico di mio padre, particolarmente facoltoso, e che ogni tanto andava a trovarlo all’Amministrazione.
    Mancava ormai meno di un’ora al momento della nostra uscita per la messa, ed io stavo già cedendo a questa cena luculliana, quando mia nonna Carmela portò in tavola la sua Torta Polacca di Aversa. Qui mio padre chiese un minimo di pazienza (soprattutto a mia madre), e portò in tavola un vino “Marsala Superiore” prodotto in Sicilia dalla Famiglia Ingham-Whitaker
    accuratamente sigillato.
    Con la Torta Polacca detto Marsala fu eccellente ed io ne bevvi un dito, non di più, perché mia madre iniziava a controllarmi di “sbieco”.
    Saltammo le zeppole dolci, ma i Raffiuoli e i “Divino Amore” no, essi completarono la serata innaffiati da un caffè sublime preparato da nonna Agnese. Mio padre ed i nonni si centillinarono pure un buon Rum del Centro America servito con pezzetti di ciocco latte fondente.
    Alle ventitrè in punto lasciammo la tavola ancora in disordine, ci vestimmo con cappotti e cappelli ed andammo in chiesa, alla San Francesco.
    Mia madre, le mie nonne e Maria si coprirono il capo con il velo che tenevano sempre in borsetta, mia sorella lo aveva in tasca, ed entrarono, subito dopo io e mio padre e quindi i nonni le seguimmo. Trovammo posto a sedere quasi davanti all’altare dove erano già raggruppati i fratelli e le sorelle della confraternita per il Rosario.
    Fu una bella messa cantata e la chiesa era straboccante di fedeli.
    Dopo la comunione, cui io partecipai insieme con mio padre e le donne di famiglia, e dopo la benedizione, ci recammo subito a casa nostra dove la prima cosa che feci fu quella di sistemare il “nuovo” Bambino Gesù nella sua culla. Il “bambino” vecchio lo guardai per un attimo con compassione, lo baciai e me lo misi in tasca.
    I miei genitori mi sorrisero compiacenti.


    Tratto da
    FEGATO
    di
    Domenico Iannantuoni
    *

  5. #35

    CAPITOLO IV- Gennaio 1860- Il maestro supplente

    CAPITOLO IV

    Gennaio 1860

    Il maestro supplente

    Lunedì 9 gennaio 1860
    Il ritorno a scuola fu particolare … praticamente passammo a casa, in vacanza, dal 23 dicembre al 9 di Gennaio, ben sedici giorni pieni!
    Certamente qualche compito a casa lo avevamo da sbrigare, ma nella nostra scuola non si usava caricare i ragazzi di impegni scolastici durante le festività natalizie.
    Ci ritrovammo tutti più grandi, cresciuti, e ci osservavamo con attenzione.
    La seconda sorpresa che vivemmo fu quella di non trovare in classe il nostro maestro Riggio; egli era stato malato proprio dai primi di Gennaio ed era in fase di ripresa ma tant’è, il primo giorno di scuola rimase ancora congedato in riposo, ed il suo sostituto che ci aspettava fin dalle 7:30, era un Sacerdote Scolopico come ebbe egli stesso a spiegarci.
    Si chiamava Padre Antonio Nicoletta, di circa settant’anni, che nacque a Crotone, la Città di Pitagora!
    - Cari ragazzi, spero che abbiate passato delle bellissime vacanze in famiglia, vero?- Ci guardò tutti ma non ricevette risposta alcuna.
    - Benissimo, chi tace acconsente … mi hanno insegnato.
    Ora che siete tornati a scuola affronterete una porzione di anno molto impegnativa. So che il vostro maestro Riggio è preparatissimo e sono quindi certo che vi darà tutta l’assistenza a voi necessaria.
    - Il supplente era molto cattedratico e camminava su e giù di fianco alla cattedra con le mani dietro la schiena.
    - Non voglio farvi una lezione né di storia né di grammatica oppure aritmetica, la vostra compagnia la godrò solo per la giornata di oggi e pertanto vi parlerò della nostra scuola elementare e secondaria e degli obiettivi che essa si prefigge.-
    - La scuola Pia ovvero degli Scolopi … la nostra scuola, quella scolopica è praticamente in simbiosi con la vostra di tipo pubblico … il nostro programma si svolge in dieci lunghi anni durante i quali i protagonisti dello studio sono: Dio, l’Uomo e la Natura! Ossia sviluppiamo l’educazione in tre gruppi di materie: Rudimenti della Dottrina Cristiana, dichiarazione della Dottrina Cristiana, Catechismo.
    Padre Nicoletta si sedette per meglio riflettere ed argomentare e prese dalla sua tasca un piccolo breviario dal quale di tanto in tanto leggeva qualcosa.
    Poi iniziò:
    - Cari ragazzi, il quadro originale autografo di insegnamento attuato dai Padri delle Scuole Pie nelle Provincie Napoletane è esattamente ciò che ora vi dirò!-
    - Per il 1° e 2° anno : DIO (Rudimenti della Dottrina Cristiana). L’UOMO: in quanto vive; Anatomia, Fisiologia, Pensa, Sente, Vuole!
    - Periodo grammaticale o di ermeneutica: Parla, Lingue, Rudimenti di grammatica, Latino, Greco.
    - Esame graduato dei classici prosatori, esercizi di scrivere in prosa, traduzioni , Letteratura: Opera, Storia, Storia degli Ebrei, Archeologia.
    - Vive in comunanza civile: Regole di Civiltà e buona creanza, La Natura (considerata nell’astrazione dei principi ed intenti), Aritmetica, Disegno lineare nell’entità dei principi organizzati.
    - Nell’entità delle cose organizzate: Geografia elementare, Zoologia, Geografia Fisica e Politica.
    - Corsi del 3° e 4° anno che sarebbero i vostri per l’appunto …
    - DIO: Rudimenti della Dottrina Cristiana e Dichiarazioni della Dottrina Cristiana.
    - L’UOMO in quanto: Vive, Igiene, Pensa, Sente, Vuole.
    - Periodo grammaticale o di ermeneutica: Parla, Lingue, Italiano, Rudimenti di grammatica, grammatica ragionata, Latino, Greco,
    - Esame graduato dei classici prosatori, esercizi di scrivere in prosa traduzioni.
    - Letteratura: Opere, Storia, Fatti principali della storia d’Italia, storia Universale, Archeologia, Numismatica, Araldica, Diplomatica, Epigrafia,
    - Catechismo Costituzionale: La Natura considerata nell’astrazione dei principio ed intenti, Geometria piana, Geometria solida nell’entità dei principi organizzati.
    - Nell’entità delle cose organizzate: Zoologia, Geografia fisica e Politica.
    - Corsi del 5° e 6° anno…
    - DIO: Dichiarazione della Dottrina Cristiana.
    - L’UOMO in quanto: Vive, Pensa, Sente, Vuole.
    - Periodo grammaticale o di ermeneutica: Parla, Lingue, Italiano, Grammatica ragionata, Metrologia, Greco.
    - Esame graduato dei classici prosatori, esercizi di scrivere in prosa, traduzini.
    - Letteratura: Opera, Storia, Storia Universale, Storia dell’Italia dalle Origini, Cronologia Archeologica, Numismatica, Araldica, Diplomatica, Epigrafia.
    - Vive in comunanza civile: La natura (considerata nell’astrazione dei principi ed intenti), Algebra (nell’attività dei principi organizzati).
    - Nell’entità delle cose organizzate: Geografia Astronomica e matematica statistica, Etnografia, Geologia e Mineralogia.
    - Corsi del 7° e 8° anno…
    - DIO: Catechismo.
    - L’UOMO in quanto: Vive, Pensa, Logica e Metafisica sente, vuole, Etica.
    - Periodo catetico o di critica: Parla, Lingue, Italiano, Esercizi si scrivere in prosa ed in versi ed esame critico di classici prosatori e poeti e traduzioni degli uni e degli altri, Latino, Greco.
    - Letteratura: Teoria dell’Arte, Componimenti in prosa ed in poesia, Opera, Storia, Archeologia.
    - Vive in comunanza civile: Dritto Universale, La Natura (considerata nell’astrazione dei principi ed intenti), Trigonometria rettilinea e sferica, teoria della curva, Calcoli nell’entità dei principi organizzati, Fisica (nell’entità delle cose organizzate), Agricoltura.
    - Corsi del 9° e 10° anno…
    - DIO: Catechismo.
    - L’Uomo in quanto : Vive, Pensa, Storia della Filosofia, Filosofia della storia, sente, vuole.
    - Periodo Catetico o di critica: Parla, Lingue, Italiano, esercizi di scrivere in prosa ed in versi ed esame critico di classici prosatori e poeti, traduzione degli uni e degli altri, Latino, Greco, Letteratura, Storia della Letteratura. Opera, Storia, Archeologia.
    - Vive in comunanza civile: Dritto civile e penale.
    - La Natura (considerata nell’astrazione dei principi ed intenti e quindi quelli organizzati: Meccanica, Architettura, Fisica, Chimica, Astronomia.
    Padre Nicoletta si fermò e ci guardò! Un silenzio così assoluto nemmeno il maestro Riggio lo aveva ricevuto anche nelle sue lezioni più accattivanti.
    - Non spaventatevi ragazzi, vi ho solo letto il programma decennale, quello che poi vi prepara agli studi universitari, e voi siete solo al terzo anno! Ve l‘ho narrato per farvi capire il significato del nostro corso di studi e la sua pienezza formativa. Inoltre so che tante parole non le avete neppure capite. Ma tutto si evolve nel tempo.
    Ascoltatemi!
    - L’Uomo, cioè noi e voi, viene considerato nella nostra scuola scolopica in quanto: Vive, Pensa, Sente, Vuole, Parla, Opera, Vive in comunanza civile! Chiaro?-
    - Tutta la classe restò ancora muta. Padre Nicoletta riprese:
    - La Natura viene considerata nell’astrazione di principi e di intenti, nell’entità dei principi organizzati, nell’entità delle cose organizzate.-
    - Andando un po’ nei dettagli: L’Uomo in quanto vive … nei primi tre anni (dai sei a otto anni di età) studia anatomia, fisiologia, igiene, in quanto è peculiare del bambino la curiosità e l’esplorazione del proprio corpo.
    - Successivamente vengono gli insegnamenti che vi ho prima narrato fino al 10° anno; poi gli studi universitari.
    Io rimasi allibito e non proferii parola alcuna nemmeno quando ci incolonnammo per uscire da scuola. Prima di uscire ringraziammo padre Nicoletta per averci dato una visione più ampia del nostro corso di studi, cosa che nessuno ci aveva mai detto.
    Lo salutammo ed io sperai di poterlo reincontrare un giorno.
    Sapemmo poi che aveva fatto un favore al nostro maestro Riggio di cui era amico, venendo a supplirlo per quel giorno, naturalmente con l’accordo del Direttore; egli insegnava all’Università Federico II; mi sembra Chimica.

    Tratto da
    FEGATO

    di
    Domenico Iannantuoni

  6. #36

    Ricordando la morte di Ferdinando II, 22 maggio 1859




    Ricordando la morte di Ferdinando II, 22 maggio 1859

    Martedì 17 gennaio 1860

    - Ragazzi, oggi vi parlerò di un fatto triste, e cioè della morte che colpì, il 22 maggio dell’anno scorso il nostro re Ferdinando II di Borbone. Meomartino!- Chiamò il maestro.
    - Vieni qui alla cattedra a leggere ad alta voce..- E gli preparò un libricino alla pagina prevista.- Meomartino corse alla cattedra senza perdere tempo.
    - Ora Meomartino ci leggerà un pezzo del nostro storico preferito, Giacinto de' Sivo.
    Meomartino si predispose alla lettura in piedi di fronte a noi e la sua voce fu forte e ben intonata ai passi che leggeva.
    …Muore re Ferdinado. Nella vigilia de' supremi travagli d’Italia, re Ferdinando che per nome e senso poteva far argine alla piena sentiva aggravarsi il morbo in Bari, lontano dalla Reggia, anche mancando de' più eletti consigli dell’arte salutare, Fu da principio stimato avesse sciatica reumatica, prodotta dà freddi del viaggio; ma presto andò a miosite, che trovato guasto il sangue suppurò, e si stese all’anguinaia e alla coscia, con tumori e febbri intermittenti, onde gli dettero chinino.
    Ciò gli irritò l’asse cerebro spinale; e parve apoplessia e delirio, sicché accorsero con bagni e mignatte.
    Come si poté, menaronlo il 9 marzo, navigando cinquant’ore, alla Favorita; indi per la via ferrata a Caserta, ch’era il primo di quaresima, a ore tre e mezzo vespertine. Andò dalla stazione della strada alla reggia sur una barella, tra la mestissima real famiglia, vestita a nero per altro suo lutto; pareva un mortorio, piangeva la popolazione benché discosta, i soldati non potean rattenere i singhiozzi; ed ei con la voce e con la mano li confortava e salutava. Intristì; né valse che punto alla coscia scaricasse copia di pus; ch’anzi v’uscirono più seni fistolosi cui seguitò febbre etica, emolitisi e tabe.
    Durò malato quattro mesi e otto giorni, con dolori asprissimi; sopportò amarezze di medele e punte di ferri con pazienza; ebbe il viatico a’ 12 aprile, l’estrema unzione a’ 20 maggio. Piangendo i circostanti ed anche i soldati che tenevano i ceri disse: Perché piangete? Io non vi dimenticherò.” E alla Regina:” Pregherò per te, pe' figli, pel paese, pel papa, pe’ sudditi amici e nemici, e pe’ peccatori.” Sentendosi più male, disse: “ Non credevo la morte fosse sì dolce; muoio con piacere e senza rimorso.” Poi ripigliandosi aggiunse: “ Non bramo già la morte come fine di sofferenze, ma per unirmi al Signore.”
    La notte precedente al 22, dicendo morirebbe quel dì. Ordinò egli stesso la messa e i più minuti particolari del servizio sacro. Ebbe la benedizione apostolica con plenarie indulgenze, delegate per telegrafo dal pontefice al confessore monsignor Gallo arcivescovo di Patrasso.
    Al sentirsi mancare notò che gli scuravano gli occhi e gli tintinnavano gli orecchi; poco stante stese la mano alla croce dell’arcivescovo, l’altra porse alla regina in segno d’addio; poi chinò il capo sulla mammella destra e finì. Era la domenica 22 maggio, dopo il meriggio un’ora e dieci minuti…”
    Meomartino negli ultimi periodi non riuscì a mantenre la voce ferma giacché già piangeva, e tutti noi, compreso Maraglino, eravamo singhiozzanti. Anche il maestro si fermò ad asciugarsi gli occhi con il suo fazzoletto. Mai avevamo provato, nella nostra classe un così profondo sentimento di abbandono e costernazione.
    Il maestro ci richiamò all’attenzione e ci rincuorò:
    - Ecco ragazzi come muoiono i grandi. Ferdinando II fu un nostro grande e giusto re, e tutti noi sapremo tramandare il suo operato ai nostri posteri. Meomartino, non andare via, ora che ti sei rinfrancato, leggi pure la parte finale del racconto di Giacinto de’ Sivo.- Meomartino si ricompose e proseguì.
    …nato a’ 12 gennaio 1810, in Palermo, in esilio, mancava quasi in sul cominciare di altro più duro esilio a’ Borboni; nato e spento in tempi di Napoleoni. Mancava nello stesso dì 22 maggio, dopo quarantaquattr’anni che l’avolo Ferdinando entrato era in Napoli, tornando dal decennale esilio; seguendo così nella sua casa una fatale coincidenza di prospero ed infausto giorno; e nel reame principio e fine di tempi tranquilli.
    Dopo le mortuarie, il cadavere la sera del 1° giugno riposò co’ suoi padri in S. Chiara.
    Fu della persona altissimo, d’atletiche membra, bello in giovinezza; poi bianco il volto, bigio i capelli, fioca voce, pinguedine addicente alla statura. Visse men di cinquant’anni, quasi ventinove ne regnò; rapito nel buono dell’età, quando men lo si aspettava. Uomo pio, re forte e clemente, consorte e padre affettuoso, nella religione, nel maneggio dello Stato, nelle blandizie su’ traviati, nelle estere relazioni, nelle dolcezze di famiglia, ebbe fama di buono, e la meritò.
    Vissuto in età d’inique sètte, spregiò loro calunnie; forte resse dentro il reame, più forte fuori; e piccolo sovrano, alzando sua ragione, tenne indipendente dagli stranieri lo scettro.
    Mai non piegò dalla dignità regia, e dal dritto alla monarchia e del popolo suo; vinse la rivoluzione messa da fuori, durò con l’Europa in pace.
    Non intervenne in piati altrui, salvo che nel romano, chiamato dal pontefice re; non sofferse che altri, né pur Francia e Inghilterra potentissime, entrassero in casa sua.
    I suoi ventinov’anni di regno segnan l’era prosperosa della patria. Lasciò successore Francesco primogenito, nato da Cristina di Savoia; lasciò di Teresa d’Austria altri nove figliuoli: Luigi, Alfonso, Gaetano, Pasquale, Gennaro, Maria Annunziata, Maria Immacolata, Maria delle Grazie Pia, e Maria Immacolata Luigia, tutti educati piuttosto alla parsimonia della famiglia che nel fasto della reggia.
    Non però sfuggì egli all’imperfezione dell’umana natura.
    Bene conobbe gli uomini e le cose; ma queste curò molto, quelli poco, condusse a bella altezza la prosperità pubblica, ma degli intelletti diffidò. Qui dov’è comune l’ingegno e frequente la sapienza, ei pochi uomini insigni volle trovare; sovente mise su la mediocrità. Ciò ruscì danno al trono, perciocchè i sapienti lasciati indietro avversavanlo né capaci a difesa buona erano i dappochi insediati, Era in Ferdinando solo tutta la gagliardia del governo; mancato lui, mancò la mente; e mancò appunto in quei momenti supremi che la Provvidenza manda alle nazioni per correggerle con la sventura. Sono glorie di lui le buone leggi, il rifatto esercito, la cresciuta flotta, i pingui erarii, gli edifizi sacri, le pubbliche opere,, la tutelata pace, i buoni costumi, la religione, la morale, suo fallo l’aver voluto essere il migliore tra quelli che pose alla potestà.
    Nulladimeno i Napolitani lui ricorderan sempre con vanto, Sua lode fu l’amore de’ buoni in vita, e dopo morte il pianto verace sulla tomba, lodanlo le sètte stesse inmprecandolo, e co’ bugiardi nomi di fedifrago e bombardatore; lodanlo con l’odio efferrato che più ch’a ogni altro monarca della terra gli avean giurato; lodanlo i sopravvenuti malanni, le nefande vendette rivoluzionarie, le calunnie stesse che furono costretti a inventare per aver da infamarlo. Ed è sua lode l’aver cresciuto a sensi di cavalier figliuoli; che giovinetti e nuovi, circuiti da inetti o traditori, ingannati e venduti, pur sentendosi prole di cento re, sguainavano la spada a onor del nome napolitano e in un secolo che vanta il vincere con vergogna, prescelsero il vanto di perdere con onore.
    Meomartno fermò qui la lettura ed il maestro si avvicinò a lui mentre gli dava una gentile carezza sulla guancia e diceva:
    - Bravo Meomartino, la tua lettura della morte di Ferdinando II mi ha fatto veramente commuovere, e così ho visto che lo è stato per tutta la tua classe.
    Hai dato il senso del momento apicale del passaggio dalla vita alla morte, e lo hai affrontato rompendo la tua voce in un pianto sommesso.
    Tutti noi abbiamo iniziato a respirare in sintonia con il tuo respiro ed hai quindi saputo trasmettere il phatos del culminale momento.
    Vai a posto e grazie di cuore!-
    Il maestro si sedette comodamente sulla sedia della cattedra mettendosi le mani al volto e così stette per qualche minuto. Noi rimanemmo in silenzio. Dopo aggiunse:
    - Carissimi ragazzi, nel corso dei nostri studi incontreremo tanti racconti veritieri dell’età ferdinandea e sono certo che ne resterete entusiasti. Solo vi dico che il mondo ci sta remando contro e Ferdinando II lo sapeva benissimo. Inghilterra e Francia non ci amano, Austria non può più accoglierci, Germania non ci teme, Stati Uniti ci detestano per massoneria scelta, Russia è troppo lontana tranne che per la sua flotta, il Papa non può aiutarci… il regno Sardo, dico io, sarà utile vassallo di costoro?
    La campanella suonò la fine della lezione ed uscimmo in gran silenzio con Ferdinando II, il nostro re per sempre, nel cuore.



    Tratto da
    Fegato di
    Domenico Iannantuoni

  7. #37

    Mandes, ripreso (forse) dal Direttore

    Mandes, ripreso (forse) dal Direttore

    Sabato 21 gennaio 1860
    Quel giorno a scuola fu un vero subbuglio e durante l’intervallo noi parlavamo concitatamente dell’evento della mattina.
    - Vi dico io,- Sosteneva Maraglino.
    - …che proprio stamattina il bidello della scuola lo ha beccato a fumare di nascosto ma non troppo, dietro l’edificio scolastico…e mi hanno riferito che si pavoneggiasse da adulto!-
    - Ma và,- Rispose Marro, tu esageri sempre le cose, Maraglino, non lo hai neanche visto tu! E’ un tuo pensiero questo…-
    - Cosa, cosa cosa…- E Maraglino si avvicinò minaccoso a Marro con i pugni alzati!- Proprio in quel mentre intervenne il grande e grosso Ciceri ( il nostro amico lombardo) che si proiettò sulla scena sovrastandola.
    - Uhè nani, ora vi prendo a sberle tutti e due se non smettete immediatamente di litigare, l’è ciar!- Marro e Maraglino si ricomposero immediatamente temendo la reale reazione di Ciceri.
    Insomma, quella mattina, e non era la prima volta che il bidello superiore svelasse Mandes (che porta il cognome uguale a quello di un nostro maestro ma non sono parenti), insomma, il bidello che fa sempre le ispezioni del circondario della scuola. Egli aveva sorpreso Carlo Mandes, un nostro compagno di classe a fumare vicino all’edificio scolastico.
    Il bidello riferì al direttore, al quale aveva portato il ragazzo, che non era la prima volta che lo aveva visto in quell’azione e sebbene un “uomo” era sempre un bambino di nove anni. Insomma le prime ore di scuola Carlo Mandes le aveva passate nell’ufficio del direttore.
    Ma non trapelava nulla dalla Direzione e tutti aspettavamo che il nostro maestro tornasse con qualche notizia; il quale proprio all’intervallo vi si era recato per avere informazioni.
    Io, per esempio, mi ricordo che durante le feste natalizie ho provato ad accendere il “sigaro napoletano[1]” che mio nonno Max si gustava dopo i pasti…ma sinceramente, al ricordo del sapore di quel fumo acre e denso, avrei preferito una dose di veleno… eppure a lui piaceva immensamente “sfumacciarsi il sigaro” e ben accomodato sulla poltrona del salotto si divertiva a costruire volute di fumo e circoletti eterei. Per lui era un relax.
    La nonna Agnese lo sgridava sempre perché quel fumo appestava la casa e apriva sempre la finestra almeno un filo nonostante l’inverno.
    Finalmente arrivò il maestro in classe e con qualche minuto di ritardo.
    - Bene ragazzi, benone, benone… Mandes tra qualche minuto tornerà in classe … tutto a posto e tutto in ordine.-
    Noi guardammo il maestro con sguardi interrogatorii ed inebetiti.
    - Abbiamo parlato con il padre di Carlo Mandes… vi si è recato, proprio nella sua azienda, il direttore.
    Il Sig, Mandes non si mostrò affatto stupito del fatto che avessero sorpreso il suo ragazzo nell’atto del fumare.
    - Io…- Disse il Sig. Mandes al direttore. - …non ho contravvenuto alcuna legge nazionale e credo nemmeno mio figlio. Infatti non esistono limiti di età per chi volesse fumarsi un buon sigaro. Poi, Sig. direttore, io mi trovo nella situazione di rappresentare la manifattura tabacchi delle Due Sicilie con la mia agenzia qui in Napoli e sinceramente a mio figlio non ho mai posto limiti nel suo libero fumo.- Il direttore rimase allibito e dopo qualche secondo rispose:
    - Mah, Sig. Mandes, a scuola è vietato fumare agli adulti, si figuri ai bambini!- E rimase in sospeso.
    - Sig. Direttore, le risulta che mio figlio fumasse in scuola?- Il direttore si irritò moltissimo a quella risposta/domanda, salutò rapidamente il genitore di Mandes e ritornò a scuola.
    Lungo il tragitto egli pensava con tristezza:
    - Ma guarda cosa mi deve capitare, questo genitore acconsente acché il proprio ragazzo fumi …a nove anni! San Gennaro , aiutami tu!
    Dopo qualche minuto Mandes rientrò in classe e automaticamente tutti applaudimmo, contenti non perché fumasse, ma perché era ancora con noi, insieme.
    Il maestro lo accolse con gioia.
    Noi ragazzi di Napoli siamo fatti così, viviamo e lasciamo vivere.
    *
    [1] Il sigaro che piaceva a re Ferdinando II, era prodotto nel Regno delle Due Sicilie dalla metà dell’ ‘800 utilizzando tabacco della varietà “Kentucky” coltivato in Campania ed era chiamato “Fermentato forte” prima di assumere la denominazione “Napoletano”.

    Tratto da

    FEGATO
    di Domenico Iannantuoni

  8. #38

    Il Meraviglioso ponte sul Garigliano




    Il Meraviglioso ponte sul Garigliano

    116794371_4785359964823363_4600319466422299367_o.jpg
    Racconto mensile

    Lunedì 23 gennaio 1860

    - Carissimi ragazzi, oggi vi parlerò di una vera e propria impresa tecnico scientifica ad opera del nostro ing. Luigi Giura “ uomo di specchiata moralità, tecnico e scienziato insuperabile, vanto dell’ingegneria delle Due Sicilie e dell’Italia nel Mondo”.
    Il nostro maestro prese il suo solito libro e cercò accuratamente una pagina, poi si sedette comodamente ed iniziò la lettura.
    - Questo nostro scienziato, ancora vivente tra di noi, è stato il motore propulsore dello sviluppo e del progresso dello Stato delle Due Sicilie come più avanti vi dirò … ma prima vorrei dirvi cosa scrisse G. Filioli di lui nell’ormai lontano 1833:
    “Edificare un ponte era nell’opinione degli antichi santissima cosa, e vi si adoperavano, come abbiam da Varrone, cerimonie e pratiche religiose: che anzi solamente ristaurarlo aveasi come impresa oltremodo onorata, sì che i legati per questo obietto erano dà giureconsulti fra quelli ad pia causas annoverati. Ove un giorno siavi né nostri nipoti il cuore e la virtù degli antichi, benediranno essi il regno di Ferdinando II e la nuova sua opera che dell’Augusto suo nome va gloriosa: e forse taluno soggiungerà essersi con bellissimo pensiero innalzato il primo ponte che di tal genere abbia veduto l’Italia, che presso i campi formiani dove già nacque il principe dell’architettura Vitruvio Pollione”[1]
    G. Filioli A.D. 1833
    Luigi Giura nacque il 1 Ottobre 1795 a Maschito (Lucania, PZ, Regno delle Due Sicilie).
    “Particolarmente versato per gli studi matematici, appassionato di meccanica e idraulica si diplomò nel 1814, primo fra dodici allievi presso la scuola napoletana di Ponti e Strade, emanazione dell’istituzione del Corpo degli ingegneri di Ponti e Strade. A questo corso di studi seguì il triennio di Architettura Civile e delle Arti del Disegno sotto la guida del prof. Leopoldo Laperuta, cui seguì la laurea in ingegneria civile con una brillante ed avveniristica tesi (Proporzione degli intercolumni, misure degli ordini per via dè moduli e quali forme possono convenire agli edifici civili.).
    Tesi che anticipava già chiaramente quella che sarebbe stata per lui non solo una brillante carriera professionale, che lo avrebbe portato al massimo ruolo di “Ingegnere di Stato”, ma anche alla formazione di una vera e propria nuova scuola di pensiero tecnico-scientifico, che meritò ampio riconoscimento a livello nazionale e internazionale.
    Terminati gli studi l’ing. Giura trovò da subito impiego nel Corpo Ponti e Strade, antesignano del futuro Genio Civile, ove, come detto, fece brillante carriera soprattutto durante il lungo regno di Ferdinando II (1830-1859).
    Fu quello un periodo aureo per lo sviluppo tecnologico, economico e del benessere sociale del Regno delle Due Sicilie, che vide crescere il proprio prodotto interno lordo in modo robusto e progressivo, nonostante le interferenze soprattutto inglesi, ma anche austriache e francesi, le cui politiche erano dichiaratamente ostili all’affermazione di una potenza italiana mediterranea legata al Papa e alla Russia da forti rapporti di cooperazione e di amicizia.
    Ferdinando II, ben consapevole del costante pericolo politico e commerciale, pur aggredito da una campagna denigratoria finanziata da tutte le nazioni liberali, Inghilterra in testa, cui si aggiunse anche il Piemonte dopo il 1848, portò a compimento un vero e proprio miracolo economico, risollevando il Regno dai disastri delle guerre rivoluzionarie francesi, prima, napoleoniche dopo, e dalla grave sofferenza economica dovuta al lunghissimo blocco continentale imposto dal dittatore Buonaparte e in ultimo da una pesantissima occupazione militare austriaca durata dal 1821 al 1827.
    Arti, mestieri e professioni si svilupparono a dismisura, mentre un’oculata politica finanziaria e fiscale invogliò sia gli industriali stranieri sia quelli nostrani ad investire i propri capitali nelle Due Sicilie, portando il regno, già verso il 1850 ad un elevato tasso di industrializzazione, di gran lunga superiore a quello dei restanti Stati italiani pre-unitari.
    Il Sovrano era giovane e simpatizzava apertamente per i giovani, li spronava e studiare, a competere e a far sempre meglio attraverso un’infinità di agevolazioni e premi, ponendo come solo limite la sacralità della “Cosa Pubblica”, a cui dobbiamo subito collegare una parsimoniosa e onesta gestione delle risorse finanziarie dello Stato.
    In questo clima sociale si deve inserire la vita professionale dell’ing. Giura e di tanti suoi colleghi, moltissimi dei quali, come lui, pur provenendo da famiglie modeste, trovarono ovunque opportunità di lavoro e di affermazione professionale nell’industria privata ed in quella pubblica.
    Egli fu uno dei più grandi ingegneri che l’Italia abbia avuto nell’epoca moderna.
    Le sue opere furono innumerevoli quali strade , gallerie, invasi, canali irrigui, drenaggi antismottamento, il tanto agognato prosciugamento del lago del Fucino, contrafforti montani, ponti, stazioni ferroviarie, edifici ed impianti di grande importanza pubblica e privata, civile ed industriale, come il primo zuccherificio italiano in provincia di Salerno.
    Ancora dobbiamo aggiungere i rilievi idrici e topografici della città di Napoli e quindi la sua nuova progettazione urbanistica che ancora oggi possiamo ammirare. Questa progettazione diede alla città quel taglio di grande “Capitale Europea”.
    Dell’ing. Luigi Giura si dice che non ebbe grandi passioni politiche e che mantenne con il re Ferdinando II ed i suoi ministri rapporti sempre improntati al reciproco rispetto. Egli era, come si suol dire, “sufficiente a sé stesso”, cioè ricco delle sue capacità intellettuali, professionali ed anche imprenditoriali, dimostrate agli altri sempre con semplicità.
    Anche le vicende di suo fratello Rosario, costretto all’esilio perché coinvolto nei fatti insurrezionali di Napoli del 1848, non gli causarono alcuna ritorsione da parte del Governo di Ferdinando II.
    Né al contrario egli si pose con questo in discordia e non certo per mantenere la sua posizione di prestigio nella Direzione del Corpo Ponti e Strade in quanto, a quel tempo, già aveva consolidato una brillante attività professionale privata.
    Se dovessimo giudicarlo dal fatto che accettò di buon grado di progettare e dirigere i lavori per il monumento funebre di Ferdinando II, potremmo azzardare l’ipotesi che tra i due vi fosse anche una sincera amicizia, piuttosto che rancore per la situazione del fratello Rosario con il quale comunque egli mantenne sempre uno stretto legame.
    Tuttavia il grande “Ingegnere di Stato” , tra i suoi numerosissimi progetti, ha compiuto e diretto la realizzazione dei primi due ponti d’Italia sospesi a catene di ferro sui fiumi Garigliano (il Real Ferdinando) e sul Calore (il Real Cristino), dei quali noi divulghiamo le caratteristiche tecniche e le loro prerogative di opere d’ingegneria di valenza mondiale.
    Tra le numerosissime invenzioni sviluppate nel Regno delle Due Sicilie, di cui buona mostra si faceva durante l’esposizione internazionale che si teneva periodicamente nelle principali capitali d’Europa e dunque anche a Napoli, spicca sicuramente anche quella del ponte sul Garigliano.
    Esso infatti non fu solo il primo ponte italiano del tipo a sospensione a catene di ferro adatto al transito di veicoli pesanti, ma anche il primo, nel suo genere, realizzato nell’Europa continentale, dotato di così importanti innovazioni meccaniche e tecnologiche da renderlo certamente “brevetto industriale di primo livello”.
    Abbiamo voluto attribuire al ponte sul Garigliano l’aggettivo “Meraviglioso” in quanto essendo Giura anche un eccellente architetto, riuscì a progettare e realizzare un’opera che aggiungeva, all’efficiente funzionamento meccanico-strutturale, un indiscutibile buon gusto estetico che, applicato agli elementi di fucina e di fabbrica, fece dell’insieme una vera e propria opera d’arte.”
    Il Ponte sul Grigliano fu inaugurato dallo stesso Ferdinando II nel 1832, tra il giubilo della folla e la sorpresa degli inviati della stampa di tutto il mondo.
    La campana aveva già suonato da cinque minuti il “finis” ed uscimmo in silenzio dalla scuola per ultimi; ognuno di noi era in cuor suo un piccolo ing. Luigi Giura.
    *
    [1]Luigi Giura, Ingegnere, Primo ponte sospeso, in ferro, in Europoa continentale (sul Garigliano).



    Tratto da
    FEGATO di Domenico Iannantuoni

  9. #39

    L’amor di patria

    L’amor di patria

    Martedì 24 gennaio 1869


    Poiché il racconto del Ponte sul Garigliano ti ha scosso il cuore ti doveva esser facile, questa mattina, far bene il componimento d’esame: - Perché amate le Due Sicilie. Perché amo le Due Sicilie?
    Non ti si son presentate subito cento risposte?
    Io amo le Due Sicilie perché mia madre è napolitana oppure siciliana, perché il sangue che mi scorre nelle vene è napolitano, perché è napolitana la terra dove son sepolti i morti che i miei genitori ricordano sempre nei loro cuori, perché la città dove son nato, la lingua che parlo, il libri che m’educano, sono profondi in senso letterario, umanistico, storico e filosofico, perché la bellezza dei nostri monumenti diventa sacralità nella tua mente, perché la pienezza del tuo credo religioso si completa nell’attività della reale praticanza, perché mia sorella mi ama, i miei compagni, e il grande popolo in mezzo a cui vivo, e la stupenda natura che mi circonda, e tutto ciò che vedo, che amo, che studio, che ammiro, è napolitano, oppure siciliano.
    Oh tu non puoi ancora sentirlo intero quest’amore.
    Lo sentirai quando sarai un uomo, quando ritornando da un viaggio lungo, dopo una lunga assenza, e affacciandoti una mattina al parapetto del bastimento, vedrai all’orizzonte le nostre montagne degli Abruzzi, oppure il Vesuvio o la catena del Pollino o dell’Aspromonte e le nostre meravigliose coste spiaggiate e rocciose; lo sentirai allora nell’onda impetuosa di amore che t’empirà gli occhi di lagrime e ti strapperà un grido dal cuore. Lo sentirai in qualche grande città lontana, nell’impulso dell’anima che ti spingerà fra la folla sconosciuta verso un operaio ignoto dal quale avrai inteso passandogli accanto, una parola della tua meravigliosa lingua napolitana.
    Lo sentirai nello sdegno doloroso e superbo che ti getterà il sangue alla fronte, quando udrai ingiuriare la tua Napoli dalla bocca d’uno straniero.
    Lo sentirai più violento e più altero il giorno in cui la minaccia d’un popolo nemico solleverà una tempesta di fuoco sulla tua patria, e vedrai fremere armi d’ogni parte, i giovani accorrere a legioni, i padri baciare i figli dicendo: - Combattete, mantenete alto l’onore della difesa del Regno che mai ha offeso alcun altro popolo da quando esso esiste! – Lo sentirai come una gioia divina se avrai la fortuna di veder rientrare nella tua Napoli i reggimenti diradati, stanchi, cenciosi, terribili, con la gioia della vittoria negli occhi o la tristezza della sconfitta.
    E le nostre bandiere bianche e gigliate, seguite da un convoglio sterminato di valorosi che mostreranno le loro ferite, in mezzo a una folla gentile e amorosa che li coprirà di fiori, di benedizioni e di baci.
    Tu comprenderai allora l’amor di patria, sentirai la patria allora, Francesco, essa è una cosa grande e sacra cosa, che va protetta e difesa con orgoglio ed amore, con pazienza e studio delle cose umane nel rispetto del volere di Dio.
    Ama questa tua patria con sincerità, figlio mio, ama il tuo studio ed il tuo lavoro per gli altri, costruisci ed abbellisci sempre di più questo sacro suolo, perché è nel bello che esiste la salvezza dell’uomo. Ama tutta l’umanità e disdegna sempre la guerra se non come estrema difesa della medesima. Non dimenticare mai che l’uomo lungo la sua vita può perdere tutto: il padre, la madre, i fratelli, gli amici ed i figli e poi infine può perdere anche la sua vita, ma una cosa non dovrà mai perdere, la Dignità di essere stato uomo.
    Tuo padre


    Tratto da
    FEGATO
    di Domenico Iannantuoni

  10. #40

    Non c’è invidia tra di noi

    Non c’è invidia tra di noi

    Mercoledì 25 gennaio 1860

    Meomartino era il nostro “super eroe” ed anche nel componimento sulla nostra patria lo confermò ben bene.
    Il maestro senza dar troppo peso alla questione lo invitò alla cattedra a dare lettura del suo lavoro.
    Meomartino non era uno che se la “tirava lunga” perché consapevole della sua superiorità in tutte le materie scolastiche, ma piuttosto un ragazzo normale che voleva vivere con i suoi compagni in naturalezza comportamentale. Era un giocherellone, rideva e scherzava con tutti e mai ostentava il suo sapere.
    Ecco, forse in comportamento il dieci non lo avrebbe mai meritato ma come si faceva a rovinargli la media in pagella mettendogli tutti dieci e nove in condotta?
    Il maestro definiva la sua intelligenza “capziosa” ed era molto orgoglioso di averlo in classe.
    Meomartino ci lesse il suo componimento sulla nostra patria e rimanemmo tutti estasiati.
    Egli concentrò i suoi racconti sulle bellezze morali delle Due Sicilie, dicendo cose che nemmeno il nostro maestro aveva mai narrato, per esempio che nel nostro Regno venne praticato il primo intervento in Italia di profilassi Anti-tubercolare[1].
    Oppure che qui da noi venne istituita la prima assistenza sanitaria gratuita (San Leucio)[2] od anche nel 1813 fu costruito il primo Ospedale Psichiatrico[3].
    Insomma dal suo componimento non usciva solo il “bello” inteso come cura della nostra civiltà e progresso, ma soprattutto il senso di altruismo e di bene che si doveva nutrire verso i meno fortunati, per poter garantire una crescita coordinata e positiva del nostro tessuto sociale.
    Alla fine tutti applaudimmo con gioia e Meomartino un pochino arrossì ed abbassò il capo.
    Allora il nostro maestro prese la parola:
    - Carissimi ragazzi, tutti avete fatto degli ottimi componimenti, solo qualcuno ha raccolto una minimale sufficienza e lo esorto a migliorare.
    Ora premierò Meomartino con la medaglia mensile che già era sua dal mese scorso e quindi la mantiene ancora lui, ma la cerimonia va fatta.
    So che nella nostra classe non esiste l’invidia e tutti vi volete bene e studiate serenamente, ma vi esorto per il mese prossimo a superarvi in matematica, che sarà la materia di confronto con il nostro Meomartino, impegnatevi tutti, perché egli è stanco di portare il peso della medaglia al petto.- Tutti ridemmo di cuore ed anche il maestro si lasciò andare un po’ e diede una bellissima carezza a Meomartino dicendogli:- Sei un grande!-
    Mi chiamò alla cattedra per appuntare al petto di Meomartino il riconoscimento.
    Gli appalusi si ripeterono fragorosi mentre io inavvertitamente mi punsi con lo spillo fino a sanguinare, ma non lo diedi a vedere ad alcuno e tornato al banco estrassi di nascosto il mio fazzoletto per tamponare. Nel mentre il maestro alzò la mano e richiamò l’attenzione di tutti e disse:
    - Applaudite anche a Francesco ora, che pungendosi con lo spillo della medaglia, non ha mosso ciglio, si è comportato da vero uomo!-
    La campana suonò e ci preparammo ad uscire nel frastuono degli applausi, io ero un po’ arrossito e uscendo dall’aula il maestro mi guardò e mi sorrise.
    [1]Napoli 1781- Primo intervento in Italia di Profilassi Anti-tubercolare.
    [2]Napoli 1789- Prima istituzione di assistenza sanitaria gratuita (San Leucio)
    [3]Napoli 1813- Primo Ospedale Psichiatrico Italiano (Reale Morotrofio di Aversa).

    Tratto da
    FEGATO
    di Domenico Iannantuoni

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •