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Discussione: Una scolaresca napoletana nel Regno di Napoli

  1. #11

    Il mio amico Gaetano Ciceri

    Il mio amico

    Gaetano Ciceri

    venerdì 4 novembre 1859

    I due giorni di vacanza passarono celermente, ma credetemi, non vedevo l’ora di tornare a scuola. Era così vero che al mattino mia madre non doveva mai chiamarmi e mi trovava pronto per la colazione in cucina, dove il profumo del caffè già ne aveva impregnato l’ambiente.
    La mia colazione era sempre molto sostanziosa ed insieme al mio caffelatte potevo decidere di mangiare un dolce tipico e stagionale napoletano ma più spesso io preferivo farmi un “zuppone” immergendo pezzetti di pane “cafone” duro nella tazza colma di caffè e latte. Ne andavo in visibilio perché il pane leggermente salato contrastava con il dolce del latte, poi il caffè faceva il resto.
    Uscivo da casa sempre con qualche minuto di anticipo e durante il tragitto pensavo a quale sorpresa ci avrebbe riservato per quel giorno il nostro maestro, iIl mio maestro…sentivo proprio di volergli bene.
    Quella mattina però entrava nella mia mente anche Gaetano Ciceri, il nostro compagno ripetente, quello di Milano.
    Fatto sta che proprio davanti alla scuola lo vidi arrivare trotterellante. Era un ragazzo alto e massiccio e secondo me a nove anni era già oltre un metro e sessanta.
    - Ciao Ciceri, come mai sei arrivato prima a scuola?- Gli chiesi.
    - Bah, stamattina a “cà mia” si sono svegliati tutti presto e col baccano io non riesco a dormire. Poi mio padre doveva recarsi a Caserta per assistere ad alcuni lavori di manutenzione urgenti ed il treno sai che ha degli orari rigidissimi.- Rispose restando un po’ inclinato sulla mia statura.
    - E tu perché sei arrivato in anticipo?- Mi chiese
    - Io tutte le mattine arrivo a quest’ora, a me questo maestro piace molto e non vedo l’ora di iniziare una nuova lezione.- Gli risposi.
    - Senti un po’, perché oggi pomeriggio non vieni a trovarmi a casa?-
    - Se mia madre è d’accordo verrò volentieri, verso le quattro ti va bene?- D’accordo, mi rispose. Quindi entrammo insieme in scuola come al solito in anticipo.
    Ciceri era veramente un bravo ragazzo, sempre disponibile con tutti ed altruista. Prestava tutto ciò che aveva, matite, gomme, colori a chiunque glie lo chiedesse. Era anche il protettore dei più piccoli affinché non subissero angherie o scherzi dai più grandi. Ma non faceva mai nulla che non fosse un atteggiarsi a proteggere, chessò, alzando un braccio o imponendosi con la sua statura a dimostrazione della sua forza, che subito i contendenti sgattaiolavano via a cercar rifugio e lui sempre in chiusura gli lanciava contro un’imprecazione in milanese.
    - Ven chi che te cambi l’urientament di’recc!- Ma poi sorrideva bonariamente e accarezzava il suo ragazzo protetto.
    Finita la lezione, che fu incentrata su un dettato ed alcuni esercizi di aritmetica, tornai di gran carriera a casa per avvisare mia madre dell’invito che avevo ricevuto da Ciceri, ma lei subitaneamente, senza che io insitessi, mi rispose che andava bene e che potevo andare a giocare con il mio compagno… naturalmente dopo aver fatto i miei compiti. Abbracciai e baciai mia mamma tante volte e lei ne fu felice.
    La casa dove abitava Ciceri era in una viuzza vicino al Gesù Nuovo e la raggiunsi rapidamente.
    Bussai ed una voce femminile uscì da una finestra del primo piano chiedendomi chi fossi.
    - Sono Francesco, un compagno di scuola di Ciceri!- Risposi celermente.
    Sentii un ruzzolar dalle scale e subito si aprì il portoncino.
    La faccia di Ciceri era raggiante.-
    - Eccoti qui, come sono contento, Francesco.- E mi abbracciò invitandomi a salire.
    La casa era modesta ma ordinata e decorosa e Ciceri mi presentò subito a sua madre parlandole in milanese.
    - L’è un me amis de scola, Francesco, el secund de la class!.- Disse a sua madre e lei rivolgendosi a me:
    - Bene Francesco, che tu sia il benevenuto a casa mia. Divertitevi pure insieme che io poi vi preparo una merenda.-
    Subito Ciceri estrasse i suoi giochi preferiti che erano dei soldatini di piombo decorati minuziosamente ma poi con fare corrucciato e guardandoli ben bene, disse:
    - Ma questi sono per bambini piccoli, cosa dici Francesco?.- Io annuii e chiesi a lui se non avesse una carta nautica del mediterraneo e degli oceani Atlantico ed Indiano.- Egli annuì ed aggiuse:
    - Certo che ce l’ho, è una copia naturalmente di alcune pagine dell’Atlante Marittimo[1]…vado a prenderle!
    Poi armati di matita, gomma ed un foglio grande un po’ trasparente ricopiammo le porzioni dei mari e degli oceani che il nostro Vincenzo di Bartolo navigò per raggiungere Sumatra e tracciammo su di essa la rotta che l’Elisa seguì. Fu un lavoro bellissimo che ci impegnò per molto tempo.
    A merenda la madre di Ciceri ci accarezzò e ci diede un prodotto “milanese” che lei faceva per tradizione e che era buonissimo.
    - Ragazzi, rifocillatevi un po’ con questo dolce che ho fatto io con le mie mani e l’ho da poco ritirato dal forno qui vicino:
    - Si chiama a Milano “pan di mort” e lo cuciniamo durante questo periodo novembrino.-
    Senza farcelo ripetere ne prendemmo una porzione per uno ed iniziammo a gustarlo.
    - Molto buono davvero Sig,ra Ciceri, oggi ho conosciuto una eccellente ricetta lombarda; complimenti!-
    La Sig.ra Ciceri mi sorrise e mi fece una carezza sulla mia guancia ben impolverata di zucchero a velo.
    *
    [1]Nel 1792 fu dato alle stampe il Primo Atlante Marittimo nel mondo ( G. Antonio Rizzi Zannoni, Atlante marittimo delle Due Sicilie. (Vol.I) elaborato dalla prestigiosa Scuola di Cartografia napoletana.

    Il mio amico

    Tratto dal libro
    FEGATO di

    Domenico Iannantuoni









  2. #12

    Classi sociali e rispetto



    Classi sociali e rispetto

    Lunedì 7 novembre 1859


    Da noi, a Napoli, il rispetto reciproco è fondamentale, ma spesso qualche nota stridente in mezzo alla strada e raramente a scuola la si sente…quella volta accadde.
    Marro, il figlio dell’avvocato, quello vestito sempre in modo pulito ed ordinato, un giorno, durante l’intervallo, litigò, e ancora oggi non abbiamo capito il perché, con Santomarco, un ragazzo sicuramente povero ma certamente onestissimo.
    Egli con il suo fare sempre gentile gli disse:
    - Scusami se te lo dico, ma tu , tuo padre e tutti i tuoi siete dei cafoni!-
    Il Santomarco, a sentire quell’offesa, per quanto più minuto del Marro, gli si avventò contro e lo prese per il collo stringendo con tutta la sua forza. Presto si formò attorno un gruppo di ragazzi che, a dire il vero, più spingevano alla lite che non al riappacificamento.
    Volò anche qualche suggerimento del tipo:
    - Strappagli i capelli, che Marro non merita!- Oppure:
    - Dagli un pugno in faccia Santomarco, non cedere!- Insomma sembrava un quadrato di lotta libera.
    Mentre i ragazzi se le suonavano e si bisticciavano entrò il nostro maestro.
    Nessuno si era accorto che l’intervallo era finito.
    Le grida scemarono quasi immediatamente ad eccezione che per i contendenti che ormai erano rovinati a terra e continuavano a pestarsi con forza e ragione.
    Il maestro si avvicinò e allontanò allargando le braccia tutti gli astanti. Si chinò, e prese per le orecchie, prima l’uno e poi l’altro, Marro e Santomarco, che continavano nonostante tutto a roteare le braccia senza darsi ragione della presenza del maestro.
    Si sa, la forza di un adulto è notevole e dopo alcuni secondi essi si resero conto di non riuscire più a colpirsi…ma in cagnesco continuarono a guardarsi.
    Il maestro si mise fra loro due, conservò le braccia dopo essersi assicurato che i due si fossero calmati e disse:
    - Bene bene, benone benone…una nuova attività sportiva la vostra?-
    E attese una risposta che non sopraggiunse.
    Poi, senza farsi notare da Santomarco, diede un sonoro schiaffo a Marro che quasi subito, anche se allibito, iniziò a piangere. Poi si girò verso Santomarco che stava per pronunciar parola, ma anche questi venne colpito duramente da un secondo schiaffo da parte del maestro. Anche Santomarco iniziò a pignucolare, meno intensamente di Marro.
    - Vergognatevi tutti e due!- Aggiunse.
    - Andate ai vostri posti e sedetevi immediatamente! Stessa richiesta faccio a tutta la classe.-
    Il maestro era visibilmente offeso e soprattutto molto preoccupato.
    Fece alcuni giri intorno alla cattedra, pensieroso sul da farsi, poi si sedette e ci guardò intensamente. Quindi disse:
    - Quali saranno state le ragioni della lite di Marro e Santomarco? Vi dico la verità, a me non interessano affatto! Alzare le mani a scuola, nella mia classe inoltre, è una cosa vergognosa. E sapete perché?.-
    Dopo qualche secondo di attesa senza alcuna risposta il maestro riprese.
    - Perché la scuola è sacra! Essa è come una chiesa e merita identico rispetto da parte di tutti noi.
    Marro e Santomarco, voi avete mai visto fedeli che si picchiano in chiesa?- I due ragazzi abbassarono lo sguardo.
    - Ora venite qui, di fianco a me, uno a destra e l’altro a sinistra, presto!.- Subitaneamente i due si recarono dal maestro.
    - Ditemi chi è stato il primo, chi ha sollecitato le ire dell’altro?- Chiese con fare risoluto.
    - Sono stato io!- Rispose Marro.
    - Ho detto a Santomarco che lui e i suoi familiari sono dei cafoni…- Santomarco stava zitto e con gli occhi abbassati.
    - Non mi sembra un bel complimento, nel senso che tu hai voluto intendere…certo tu sei un figlio di avvocato, sei una persona che vive in ambienti altolocati…e ti sei sentito in DIRITTO di offendere un tuo mite compagno di classe…ma perché?- Chiese il maestro.
    - Stavo parlando con Santomarco del “Bacino di Carenaggio[1] in muratura”, alla cui inaugurazione mio padre partecipò anni fa. Ed ogni tanto mi racconta della meravigliosa festa…- E allora, proseguì il maestro?
    - A Santomarco evidentemente non interessava la cosa ed io indispettito l’ho offeso.-
    - Chiedi scusa a Santomarco, e tu , Santomarco, accettale di cuore. Che non accada più un fatto simile nella mia classe. Baciatevi e tornate al banco tenendovi per mano. Non dirò nulla ai vostri genitori, solo li inviterò a farvi fare i compiti insieme almeno una volta alla settimana. Tornate alla vostra antica amicizia, senza alcun rancore.- I due eseguirono e si strinsero affettuosamente.
    Il maestro però era ancora assorto e pensieroso. Poi, dopo diversi minuti, ci disse:
    - Sfrutto questo accaduto per parlarvi di quest’opera molto importante e della quale speriamo che tutti voi ne apprezzerete i vantaggi. Aggiungo che il papà di Marro fa bene a narrare della sua inaugirazione al figlio. Essa fu un grande successo.- Poi proseguì:
    - Il nostro Bacino di Carenaggio, tra i maggiori al mondo per le sue caratteristiche, è spesso utilizzato da molte compagnie navali straniere, oltre che dalle nostre, ed è veramente importante per dimensione e profondità mentre è un vero pregio narrare delle sue fondazioni.
    Un sicuro vanto della nostra ingegneria. D’altro canto il nostro porto di Napoli, proprio per il grande traffico internazionale che lo impegna ne aveva necessariamente bisogno. Infatti, anticamente i vascelli che necessitavano di manutenzione alla propria chiglia venivano tirati a secco e adagiati prima su un fianco e poi sull’altro, con tempi lunghissimi di lavorazione e soverchi casi di danni suppletivi, oggi, a Napoli, è invece possibile utilizzare per questa manutenzione il nostro Bacino.
    Il vascello entra quindi nel bacino, primariamente a livello del mare, poi vengono chiuse le paratie e sistemati dai nostri sommozzatori gli appoggi di fondo, quindi un apposito motore a vapore viene azionato e questi a sua volta muove in rotazione le pompe di drenaggio del Bacino. La nave resta così, dopo qualche ora, sospesa agli appoggi di fondo, completamente all’asciutto, per consentire l’esecuzione, da parte degli operai, della regolare manutenzione della chiglia o della poppa e comunque del fasciame inferiore.-
    La campana stava suonando, e noi eravamo rimasti incollati alle nostre sedie. Il maestro ci invitò ad uscire ed alzandosi andò a baciare Marro e Santomarco.
    *
    [1]Primo Bacino di Carenaggio” in muratura dello Stato delle Due Sicilie e quindi d’Italia, costruito nel 1852 nel porto di Napoli.


    Tratto dal libro
    FEGATO di

    Domenico Iannantuoni

  3. #13

    Mia sorella

    Mia sorella



    giovedì 10 novembre 1859


    Caro diario, stavo dimenticandomi di dirti di mia sorella.
    Ebbene sì, ho una sorella maggiore di me di tre anni e nove mesi.
    Si chiama Maria, come la stragrande maggioranza delle femmine nello Stato delle Due Sicilie.
    Lei frequenta la quinta elementare ma ha un anno in più di quello che dovrebbe avere poiché per una questione di malattia perse un anno di scuola, e precisamente la prima elementare.
    Ci vogliamo molto bene, ma la differenza di età non ci permette di poter fare ragionamenti e discussioni di pari livello e così la nostra frequentazione è soprattutto legata ai momenti comuni in casa, durante i pranzi e le cene.
    Lei è molto golosa e mangia tantissimo e di tutto, pur non essendo affatto grassa.
    Al contrario di me che sono un po’ difficile nell’alimentazione e spesso faccio perdere la pazienza anche a mia madre che in genere mi protegge sempre.
    Mia madre dice sempre che assomiglio a suo padre che si alimenta pochissimo, spessissimo e malissimo.
    Mio padre durante i momenti dei pranzi e delle cene non mi critica mai e si contenta del fatto che amo sorseggiare con lui un goccio di vino nero, in una minima dose, consentitami da mia madre.
    Anzi, proprio da circa un anno fu per me una vera conquista quel goccio di vino nero. Fino ad allora mia madre soleva colorarmi l’acqua con un po’ di vino per farmi sentire uguale a mio padre. Un giorno io le dissi:
    - Scusami mamma, ma il vino che tu metti nell’acqua, resta pur sempre vino anche se miscelato all’acqua?-
    - Certamente!- Rispose lei.
    - Allora quando bevo acqua e vino, nel mio corpo entra sia l’acqua sia il vino?- Sì rispose lei.
    - Dunque è sempre la stessa quantità di alcool che ingerirei se dovessi bere prima il vino assoluto e poi l’acqua assoluta?- Le dissi scrutandola negli occhi.
    - Beh, in effetti…sì, non saprei, ma a ragion veduta il tuo pensiero non fa una piega.- Rispose.
    Da quel giorno conquistai il diritto di bere prima il mio “dito” di vino, gustandolo pienamente, e poi la preziosa acqua.
    Mio padre si gongolava di questo fatto, mi vedeva grande quanto lui. Era soprattutto orgoglioso del ragionamento da “scacco al re” che avevo fatto con mia madre, la quale ad ogni inizio pasto, da quel giorno, bofonchiava non so cosa, ma mi sorrideva poi apertamente quando mi serviva il goccio di vino.
    A mia sorella, nonostante più grande di me, il vino non piaceva affatto e beveva solo acqua, ma soprattutto mangiava tantissimo.
    Il cibo a casa mia non mancava mai tuttavia mia madre era sempre economa e rispettosa di un minimo di misura tra tutti noi. Per esempio quando era tempo delle ciliege, lei ce le serviva contate ad ognuno di noi e le divideva sempre in parti uguali. Il pane, io adoravo quello di tipo "cafone", era a libero consumo ed io a merenda spesso e volentieri mi preparavo, in estate, una grande fetta di pane cafone con pomodoro "sprizzato" sopra, olio extravergine d'oliva. sale ed origano.
    Svengo al solo pensiero.
    In inverno usavo i pomodori del "pennolo", appunto quelli che raccolti a fine estate erano idonei alla conservazione per diversi mesi purché appesi in intreccio all'aria.
    Buonissimi anche loro, spesso gialli fuori e arancioni dentro. Dopo Natale mio padre riceveva alcuni doni tra cui non mancava mai il "sanguinaccio", una bontà derivata dalla lavorazione del sangue di maiale misto a cacao e mandorle tostate...da spalmare su una grande fetta di pane "cafone".
    Accadde un giorno che mia sorella, presa da non so quale raptus, mangiò prima dell’orario di cena canonico, quasi un pollo intero che sarebbe dovuto bastare per tutta la famiglia.
    Mia madre sgridò mia sorella ma non si scompose affatto e pur dopo la doverosa sgridata, disse:
    - Beh, si vede che avevi proprio fame, piccola mia. Ora mi aiuteresti ad inventare un altro secondo piatto?- Certo disse mia sorella contenta di averla scampata "bella", corse in dispensa e prese il boccaccio con le salsicce conservate sotto grasso e le porse a mia madre.
    - Mi sembra un ottima idea, brava Maria.-
    Quel giorno mia madre servì gustosissime salsicce in padella con friarielli saltati, il tutto accompagnato da morbidissime zeppole alle alghe marine.
    Un pranzo favoloso durante il quale mio padre, approfittando di una momentanea assenza di mia madre, mi versò di nascosto un secondo goccio di vino. Ma non fu tanto di nascosto in quanto mia madre, tornata dopo poco e osservando il mio bicchiere disse:
    Mi sembrava che tu avessi già bevuto acqua mentre vedo il tuo bicchiere adombrato ancora di vino…mah,-
    E guardò fisso mio padre che fece finta di nulla ma arrossì non poco, e girandosi verso il balcone disse:
    - Oggi moglie mia, ci hai fatto veramente felici in una giornata meravigliosa.-
    - Ma io non sono fessa!- Gli rispose mia madre con un sorriso smagliante.
    Grande il mio papà!

    Tratto da
    FEGATO
    di
    Domenico Iannantuoni

  4. #14

    Mia madre e mio padre

    Mia madre e mio padre


    giovedì 10 novembre 1859

    La mia famiglia è molto unita e mia madre e mio padre si amano con sincero affetto.
    Spesso, quando io sono già a letto nella mia cameretta, sento loro parlare un po' a bassa voce per non disturbare il nostro eventuale sonno che quasi subito prende il sopravvento.
    Mia sorella, già grande, dorme in una seconda cameretta adiacente alla mia.
    E' in genere il dolce confabulare dei miei genitori ad accompagnarmi nel sonno.
    Io sono proprio un ragazzo fortunato e me ne convinco ogni giorno che passa perché conosco tanti compagni che per disgrazie diverse non hanno più uno dei due genitori e la recente esperienza di Angelo Iarossi mi stringeva ancora il cuore al solo pensiero della sua orfananza così precoce di tutti e due i genitori.
    Quanti bambini sono nei nostri ricoveri per l'infanzia perché abbandonati ancora in fasce e che cercano, una volta cresciuti, attraverso i loro sguardi profondi, un viso amico al quale poter esternare la loro profonda angoscia.
    Angoscia che resta sempre stampata nei loro comportamenti di tutti i giorni.
    L'armonia che noi bambini fortunati godiamo in casa nostra è un dono Divino per il quale non dovremmo mai smettere di ringraziare il nostro Signore, eppure spesso ce ne dimentichiamo e trascuriamo.
    I miei genitori si conobbero che erano ancora ragazzini, lui sedici anni e lei quindici, pure si innamorarono quasi subito ed iniziarono a frequentarsi con assiduità.
    I genitori di mia madre furono immediatamente consenzienti ed ammiravano in continuazione l'impegno e la grande volontà di progresso negli studi di mio padre che infatti proseguì con l'università. Pure mia madre studiò parecchio e prese il diploma di maestra elementare ed insegnò finché non nacqui io.
    Si sposarono a ventiquattro e ventitre anni, nella chiesa dove risiedeva mia madre , quella della S.S. Maria Assunta, praticamente il Duomo di Napoli.
    Loro non hanno segreti e noi figli conosciamo ogni fatto di casa ed ogni esigenza, nel bene e nel male.
    Ogni tanto penso al mio futuro ed alla ragazza che conoscerò e che forse poi, e lo spero, diventerà mia moglie, e mi auguro sempre di cuore che la mia vita assomigli a quella dei miei genitori e per questo prima di addormentarmi prego in silenzio.

    Tratto da
    FEGATO
    di
    Domenico Iannantuoni

  5. #15
    Domenica 13 novembre 1859

    Questa domenica l’ho voluta dedicare proprio a far visita ad un mio compagno lavoratore e tra l’altro so che sono tanti nella mia classe a darsi da fare lavorativamente.
    So anche che con profondi sacrifici i loro genitori li mandano a scuola durante la settimana, ma nel pomeriggio tardo, la sera e soprattutto la domenica credo proprio che il lavoro li aspetti per dare un aiuto alla famiglia.
    D’altro canto, e non lo dico per sollevarmi dalle mie responsabilità di ceto, la crescita della società civile passa anche attraverso questi fatti ed anche mio padre ne è convintissimo.
    Certo però che il maestro Riggio, non può ignorare queste situazioni… no, non può.
    Il mio compagno Matteo Regina lavorava con la sua famiglia proprio in una pizzeria sul lungo mare, nominata la “Taverna del Gusto”. Egli era un muscoloso ragazzotto, compagno di banco di Marro, il figlio dell’avvocato, tanto forte quanto buono, che a dimostrazione di ciò, si stava impegnando quella mattina a mescolare la farina con il lievito madre e l’acqua per fare la pasta da pizza.
    Era abbastanza presto ed io potevo liberamente muovermi in città, primo perché a messa ci ero andato con la mamma la sera prima del sabato e secondo perché mio padre mi aveva dato il benestare fino alla una per l’ora di pranzo… hai voglia!
    - Ehi, Francesco, che piacere vederti qui.- Mi disse dopo avermi avvistato mentre ansimava per lo sforzo che esercitava sull’impasto.
    - Ciao Regina, sono venuto a salutarti, ero nei paraggi, e vedo che il lavoro non ti manca.- Risposi.
    - Eh, caro mio Francesco, quello che sto facendo non è il primo impasto e rispetto a quelli di ieri sera è il terzo … ma alla fine di questa Domenica spero di arrivare almeno al settimo!- Mi rispose con un bel sorriso.
    - Tuo padre e tua madre dovrebbero essere felicissimi.- Gli dissi.
    - Aspetta ad andar via. Ho quasi finito e posso dedicarti qualche minuto.- Mi rispose.
    Attendendo Regina, mi misi davanti al mare ad ascoltare il fragore delle onde e mi sedetti sulla battigia appoggiandomi ad un provvidenziale muretto.
    Le vele latine correvano sul mare spinte dalle dolci e costanti brezze, esse portavano o passeggeri o pesce od entrambe le cose. Grandissime navi erano nella rada di Napoli.
    Tra queste i velieri erano ormai pochi rispetto ai piroscafi a vapore.
    Il porto di Napoli era veramente immenso ed alle sue estremità c’erano tanti depositi di carbone dove si essiccava il combustibile utile ai piroscafi ed al riscaldamento delle case dei ricchi; mentre come scarto della lavorazione si produceva un gas, il monossido di carbonio, che la società distributrice, immetteva nelle condutture sotterranee atte ad alimentare l’impianto di illuminazione della città.
    Regina mi raggiunse dopo circa dieci minuti e si sedette vicino a me.
    - Allora Francesco cosa vuoi dirmi?- Mi chiese.
    - Sono venuto ad ammirarti caro Regina … il tuo lavoro e la tua operosità, mi lasciano ammirato … e tu non sai quante volte ho immaginato di essere come te, più utile alla società.- Gli dissi.
    - Ma tu sei più ricco di me, ed è normale che io lavori e tu no!.- E mi guardò con fare crucciato.
    - Non so, caro Regina, non ne sono così convinto di questo …- Risposi
    Regina mi mise un braccio intorno al collo e mi strinse un poco; sapeva che ne avevo bisogno ed era vero.
    Non disse nulla. Ascoltammo per oltre mezzora i fischi dei piroscafi che entravano in porto, mentre il Vesuvio mostrava il suo pennacchio di fumo ed il mare luccicava nel sole mattutino.



    Tratto da
    FEGATO
    di
    Domenico Iannantuoni

  6. #16

    Il Direttore di scuola

    Il Direttore di scuola


    venerdì 18 novembre 1859

    Il mio Direttore è abbastanza giovane e dicono che fu selezionato proprio da una commissione presieduta da Ferdinando II, il nostro beneamato Re che scomparve il 22 maggio di quest’anno dopo una lunghissima malattia che fu causata da una infezione.
    Il suo dinamismo è veramente encomiabile e soprattutto la sua presenza in scuola.
    Mi dicono che egli arrivi al mattino sempre verso le ore 7 ed è il primo ad entrare in scuola, poiché è il guardiano che è anche il custode notturno che gli apre la porta.
    Alle 7:30 riceve tutti i bidelli e parla con loro ascoltando lamentele e suggerimenti ma soprattutto si fa riferire se a casa loro tutto è in ordine e la serenità regna sovrana.
    Egli è attento ai fatti domestici e dice sempre che la serenità sul lavoro parte dalla serenità in casa propria. Controlla che le divise dei bidelli siano tutte in ordine e che i maschi abbiano un cappello ben formato ed una giacca blu stirata.
    Le donne sono vestite con un camicione blu ed hanno un grembiule nero, sopra di esso, che deve essere sempre pulito e ben presentabile.
    Poi il Direttore fa una rapida ispezione con il capo bidello di tutte le aule e guai se trova qualcosa fuori posto, o vetri sporchi, o calamai vuoti, poiché l’ordine di sistemare a dovere le aule è immediato.
    In genere è sempre tutto perfetto.
    Alle ore 8:00, al suono della campana, egli si sistema sopra il primo piano nell’androne delle scale, vicino alla balaustra, per osservare l’entrata dei ragazzi che avviene alla spicciolata come per i maestri e le maestre e gli impiegati della segreteria.
    Tutti sanno che il Direttore si trova lì sopra ad osservare e quindi il silenzio all’ingresso è pressoché totale. Poi, alla 8:30 il Direttore abbandona la posizione per recarsi nel suo ufficio ad iniziare il suo lavoro.
    I maestri e le maestre della mia scuola sono un bel numero perché abbiamo, dico per quest’anno, almeno ventuno classi con un numero di allievi prossimo ai mille.
    In maggioranza sono classi di prima e di seconda, poi vengono le terze, le quarte e le quinte che sono solo tre.
    Il miglior maestro è il mio sicuramente, Riggio, ma devo dire che molti altri sono ben rinomati.
    Per esempio il più vecchio, Giuseppe Mandes, che giunge a scuola sempre intubato, con caramella e mantellina, ha studiato all’epoca di Gioacchino Murat ed ha ormai quasi settant’anni, e parla un francese fluente di cui dà sfoggio durante le riunioni insegnanti e spesso anche con i genitori durante i colloqui. Sempre cordiale e diplomatico. Con i ragazzi è sempre burbero e pretenzioso, ma i risultati scolastici si fanno vedere bene e sono sempre positivi. Il suo murattismo è fuori discussione, ma questo vale anche per la sua bravura.
    Poi c’è un maestro molto giovane, avrà sì e no, venticinque anni.
    Molto atletico e sempre sorridente con tutti … un certo d’Ardes, Michele di nome.
    Poi almeno altri otto di cui non ricordo i nomi tranne che di uno, un sacerdote molto nominato in città, tal Don Rosario Frassinetti. Sempre tutto compunto privo di sguardo carismatico, senza capelli tranne che sulle tempie, ma bravissimo, egli proviene dalla scuola scolopica.
    Le maestre poi son tutte allegre e vivaci, in maggioranza giovani e giovanissime, seguono le classi prime e seconde ed il loro vocìo è sempre un po’ rimbrottato dal direttore poiché, in particolare all’ingresso in scuola, sembra superare quello dei loro bambini.
    Una sola sempre vestita di nero tra di loro e dicono che abbia perso il marito in non so quale evento bellico scorso.

    Tratto da


    FEGATO

    di
    Domenico Iannantuoni

  7. #17

    I soldati delle Due Sicilie


    Martedì 22 Novembre 1859

    Il nostro esercito è grande, ma non è per le guerre. Infatti partecipammo alle coalizioni antinapoleoniche ma per difesa e mai per attacco.
    Mi hanno insegnato che lo Stato delle Due Sicilie non dichiarò mai guerra a nessuno altro Stato nel mondo se non la Francia, ma in coalizione.
    E’ come una grande polizia dedita a garantre l’ordine generale.
    Il Re Ferdinando II infatti, diceva sempre che a noi non poteva mai accader nulla; divisi come siamo dalle acque del mar Adriatico, dello Ionio, del Tirreno e dell’Acqua Santa (il Papato) … dal resto dell’Italia.
    Eppure la Storia, quella vera ci dimostrò il contrario … con gli austriaci, con i francesi e poi ancora con gli austriaci fino al 1825 quando Ferdinando I concesse la Costituzione nel 1821, rifiutata appunto dalla Santa Alleanza capeggiata dall’Austria.
    Isolati ma dediti ad un progresso per noi inarrestabile … così diceva il nostro Re Ferdinando II.
    Può darsi che avesse ragione, ma mio padre vede soprattutto oggi fermenti e preparativi di guerre ovunque … specialmente il Piemonte è attivo e questi è legatissimo, e a doppio filo, con Inghilterra e Francia.
    Il Regno di Sardegna, il Piemonte, non è molto cattolico come il nostro, ed oggi è governato da Vittorio Emanuele II, un Carignano, che in pochi lo sanno, è lontano anni luce dai Savoia, almeno dodici generazioni.
    Ferdinando II, lui sì, sposò l’ultima Savoia, la regina Maria Cristina, figlia di Vittorio Emanuele I. Donna meravigliosa e innamoratissima del nostro Re e di Napoli. Purtroppo ella morì dopo aver dato alla luce il nostro attuale Re Francesco II.
    Ma tornando al nostro esercito, possiamo dire che esso, comunque, è veramente notevole. La Marina Militare innanzitutto, la più potente del Mediterraneo. Poi abbiamo i corpi terrestri, quali i “Cacciatori di Linea”, i “Fucilieri”, i “Carabinieri”, gli “Zappatori”, il “Genio”, i corpi “Svizzeri” oltre alle formazioni terrestri-marittime, messe a punto durante la nostra guerra civile in Sicilia nel 1848 (fomentata dall’Inghilterra).
    Spesso la nostra scuola, ossia quelli di terza, quarta e quinta, è invitata in Largo di Palazzo per le manifestazioni dell’esercito e ci sistemano sempre dietro le transenne della Chiesa intitolata a San Francesco da Paola; in una posizione che resta rialzata rispetto alla massa dei militari che partecipano all’evento. Da lì, inoltre si osserva direttamente l’ingresso del Palazzo Reale che a mio avviso è uno dei più belli del mondo per quel che so.
    Le nostre bandiere sventolano al vento ovunque, sia quelle della nostra dinastia che riprende tutti i diritti della Real Casa di Borbone, sia quella bianca con i gigli agli angoli, che sarebbe la nostra bandiera ufficiale.
    Oggi, 22 novembre, è un giorno di questi, dedicato alle parate, e noi del triennio, siamo insieme ai nostri insegnanti a vedere le esercitazioni.
    Riggio è vicino a me ed ogni tanto mi stringe la spalla.
    Io non l’ho mai detto a mio padre, ma non disdegnerei una carriera militare, ma non ho mai avuto il coraggio di esternarglielo. Quando facciamo i nostri ragionamenti, egli sempre mi convince con gli studi di ingegneria e mi dice:
    - Ricordati Francesco, che questo secolo, il diciannovesimo, è fatto per gli ingegneri, per lo sviluppo e per il progresso … non perdere questa mirabile occasione di potervi partecipare.
    Qui a Napoli esiste l’unica facoltà d’Italia di Ingegneria[1], frequentala e ne sarai felice!-
    Vedremo … pensavo io nella mia mente, per non dar dispiacere alcuno a mio padre, ma sempre più spesso pensavo alla scuola militare della Nunziatella in Napoli.

    [1] Era il 5 giugno 1224, quando l’imperatore svevo Federico II, nonché re di Sicilia, da Siracusa emanò l’editto istitutivo dell’Università.


    Tratto da
    FEGATO
    di
    Domenico Iannantuoni

  8. #18

    Aiutare i meno fortunati

    Aiutare i meno fortunati

    Mercoledì 23 novembre 1859

    L’armonia in classe, come raccontavo è stata dapprima garantita dal nostro maestro, tuttavia, ora che siamo ormai alla fine del secondo mese di scuola , devo dire che nella nostra classe il clima che si è ormai consolidato è di grande collaborazione tra tutti gli studenti e l’affetto reciproco regna sovrano.
    Si ride e si scherza beninteso, ma sempre nei limiti dei buoni rapporti e dell’educazione.
    Oggi il nostro maestro ci ha fatto una lezione di etica comportamentale, parole difficili che però abbiamo ben compreso.
    - Vedete ragazzi, osservatevi gli uni gli altri, osservatevi bene e poi guardate voi stessi.
    Noterete che siete tutti fiori di uno stesso campo agreste.
    Tutti uguali perché tutti fiori, ma ognuno di voi è un fiore diverso dall’altro.
    Ognuno di voi occupa uno spazio proprio, in classe, senza sovrapposizioni.
    Ogni fiore ha una propria natura ed una propria forza.
    C’è quello più fortunato, che prende più sole e cresce rigoglioso e bello, quello meno, che cresce più lentamente, quello drittissimo e quello un po’ curvo e ricurvo.
    Questa biodiversità è un dono Divino, che dobbiamo capire da subito, apprezzarlo e custodirlo per tutta la vita.
    - Il ragazzo forte sia disponibile verso quello più debole e lo rispetti al massimo, e lo aiuti a superare le sue difficoltà.
    Solo così la sua forza avrà un senso etico e propositivo.
    Quello debole accolga con affetto l’aiuto che gli viene donato e ricacci dalla sua mente pensieri negativi perché il senso della forza è relativo e non assoluto.
    Egli stesso, debole, aiuti dunque chi è più debole di lui.
    - Allontanandoci dal vostro campo di fiori, per vederne l’insieme, non si dirà mai che bel fiore, ma che bei fiori, tutti fiori diversi che fanno del vostro campo un bel campo fiorito.
    Il senso di uguaglianza che vi pervaderà, vi farà superare le differenze fisiche e soprattutto quelle di ceto che pur esistono nel nostro Stato.
    Differenze che l’uomo ha generato e non Dio.
    Ecco, questo anno che passeremo insieme sia improntato a capire questo concetto.
    In classe, non volava una mosca mentre il maestro parlava, e noi continuavamo a guardarci vicendevolmente, ma non come eravamo vestiti, guardavamo i nostri visi, le nostre mani, la nostra postura nel banco, le nostre bocche e i nostri occhi. Chi era meno fortunato ed aveva difetti fisici, come erano almeno tre o quattro compagni, chi con un braccio offeso, chi con una gamba più corta dell’altra, ci parvero subito uguali a noi, nella loro essenza, ed il rispetto per i loro difetti corporei diventò così estremo e naturale che essi stessi non fecero più caso nel mostrarsi come erano fatti.
    Grande il nostro maestro!

    Tratto da
    FEGATO
    di Domenico Iannantuoni

  9. #19

    Il primo della classe


    venerdì 25 novembre 1859
    Giuseppe Meomartino è sicuramente il più bravo della classe.
    Non solo; egli è anche il più educato nel comportamento e sicuramente il più maturo tra tutti noi.
    Ha perso in meno di un mese il suo fare da “lecchino” e non ha più preteso di stare sempre al primo banco.
    Dovete vederlo quando è interrogato dal maestro, in ogni materia.
    Egli sempre umilmente, ma con voce ferma e composta risponde a dovere e non ci si aspetti di ingannarlo con domande a trabocchetto.
    In quel caso sorride e dissimula l’intenzione negativa riportando il ragionamento all’origine.
    In matematica è già un vero portento conoscendo i risultati delle tabelline fino al “dieci” e quando il maestro propone una gara tra di noi, egli vince sempre e quasi anticipa la domanda, cioè non fa passare che un decimo di secondo con la risposta giusta ed ovviamente lo abbiamo soprannominato “cannone”.
    Lui sorride quando sente questo appellativo … ma in fondo sappiamo che ne è felice.
    In seconda posizione arrivo io che già mi sto preparando per la gara prossima! Anche nei problemi, ad esempio, costi e ricavi, tare e pesi totali, unità di misura e varie altre questioni matematiche e geometriche egli è sempre perfettamente avanti rispetto a tutti noi; parrebbe un allievo già di quinta elementare.
    In lingua italiana è poi bravissimo ed in letteratura pure. Sicché egli non disdegna nemmeno alcune poesie di Giacomo Leopardi, delle quali una sappiamo egli conoscerla a memoria e precisamente “Il sabato del villaggio”… programma di quinta ma forse di scuole ancora maggiori!
    Ma Giuseppe Meomartino resta stretto nella sua età e si contenta di frequentare la terza.
    Quando gioca con noi, si diverte tantissimo e sembra proprio uguale a noi.
    Il nostro maestro è ben consapevole della sua dote, ma mai e poi mai l’ha portata ad esempio per tutti noi, come se ci fosse tra lui e Meomarino un tacito consenso.
    Un po’ tutti siamo già stati con lui a fare i compiti.
    Egli abita nel rione Sanità, in una vecchia casa, una volta appartenuta ad una nobilissima famiglia del seicento, mi sembra dei Sanfelice. Giuseppe è figlio di un bravissimo sarto di quartiere e di una madre dolce, sempre disponibile con tutti in Sanità, ma soprattutto madre di altri sei figli e figlie dei quali non ricordo i nomi. Io non so come possa Giuseppe fare i compiti … ma poi mi sono domandato se lui li facesse come li faccio io.
    No, lui era un extraterrestre!
    A casa sua non ha un minimo di angolo libero ove dedicarsi e dunque fare i compiti era un vero e proprio rebus.
    Una volta che andai da lui proprio per queste incombenze, ci si sedette su un gradino al terzo piano del palazzo Sanfelice, che resta protetto sempre dalle intemperie, e senza poter scrivere nulla ad inchiostro per difficoltà di sistemazione del boccettino, egli ragionava sui compiti ricevuti e ne tracciava le sue conclusioni. Poi prendeva una matita, ricontrollava bene il testo, e su un foglio di un suo quaderno di “brutta” ne scriveva già la tesi conclusive. Forse poi avrebbe usato il tavolo della cucina per trascrivere in bella grafia dove anche qui eccelleva..
    Non so nulla di come si comportassero gli altri miei compagni in quelle occasioni, ma quando toccava a me fare i compiti con Meomartino, io ricopiavo ciò che lui aveva scritto, convinto di essere nel “giustissimo” e tornavo a giocare con lui a rincorrerci o a saltarello … finchè sua madre non ci richiamava per andare a
    fare la merenda che io adoravo: “pane cafone , olio, sale e pomodoro e una spolverata di origano di montagna!”
    Io voglio bene a Giuseppe e lui mi ricambia con dolcezza e sentimento.


    Trattdo da
    FEGATO
    di Domenico Iannantuoni

  10. #20

    Racconto mensile 1848, la guerra di liberazione di Milano e Venezia contro l’Austria



    Racconto mensile
    1848, la guerra di liberazione di Milano e Venezia contro l’Austria, Curtatone, Montanara e Goito




    venerdì 25 novembre 1859

    - Cari ragazzi,- Esordì il maestro questa mattina, eccomi a voi con il racconto mensile. So che lo stavate aspettando con trepidazione.-
    Si fermò per qualche secondo vicino alla cattedra e poi prese il solito grosso libro e lo aprì.
    - Come già sapete vi leggerò una storia vera, accaduta circa dieci anni fa nel nostro Stato, ed in Italia del Nord e che è bene che voi conosciate con precisione perché un domani questi eventi potrebbero essere nascosti o camuffati. Noi non possiamo conoscere il futuro, questo no, ma con un po’ di immaginazione possiamo individuarne i possibili sviluppi, e molte volte a pensar male ci si azzecca. Sicuramente siamo parecchio odiati nel contesto europeo, la nostra forza autarchica, il nostro progresso scientifico, la nostra ricchezza ed il nostro assetto sociale ci sono molto invidiati, soprattutto dalla nazione più potente del mondo: l’Inghilterra … chissà. Comunque il 1848 fu un anno orribilis … concessione della Costituzione nel Regno delle Due Sicilie, guerra esterna, guerra interna in Napoli e poi contro Ruggero VII in Sicilia, abolizione della costituzione … un bel ’48!
    - Il mio racconto, oltre che dai dati documentali è anche suffragato da una mia personale amicizia con il Dott. Giuseppe Antonio Pasquale Barletta , nostro uomo di primario ingegno che partecipò personalmente alla campagna di Curtatone, Montanara e Goito e pure ebbe qualche comparsa perfino a Venezia.
    Tutto era in fermento in Italia nel 1848, fermento sostenuto dall’inglese Lord Mintho e dall’Inghilterra che odiava Napoli e la sua dinastia, la Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, sempre appoggiata dall’Inghilterra, che soffiava sul fuoco della rivoluzione, le sette che volevano il cambiamento di tutto, la Città di Milano che con le sue cinque giornate aveva scacciato gli austriaci e sollevato l’ingresso del Piemonte in guerra, Giuseppe Garibaldi che rientrato in Italia se ne va a Como a ricercar volontari, Pio IX che sperando in una pacifica transizione dei poteri e nella magnanimità dell’Austria, si rende disponibile a governare la Lega Italiana, Carlo Alberto che impegna il suo esercito di oltre cinquantamila uomini in una guerra contro l’Austria ma che segretamente, spinto dall’Inghilterra, vuole il governo su tutta l’Italia, Ferdinando II che si impegna (ingenuamente) a dare sostegno militare a Carlo Alberto, il Granducato di Toscana in subbuglio e favorevole alla guerra, così come lo Stato della Chiesa, Il Ducato di Parma e Piacenza, quello di Modena e la rinata Repubblica di Venezia sotto la guida di Daniele Manin.
    Nacque tutto per le cinque Giornate di Milano?




    .............................................. continua ................................




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