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Discussione: Una scolaresca napoletana nel Regno di Napoli

  1. #51

    L’officina di Nicola Caruso


    L’officina di Nicola Caruso



    Sabato 18 febbraio 1860

    Oggi sono andato a fare i compiti nell’officina di Nicola Caruso e mentre mi ci recavo ero curiosissimo perché non l’avevo mai vista.
    Solo sapevo che suo padre aveva una privativa con la Ditta Melisurgo S.p.A., quella della concessionaria ferroviaria Napoli-Bari-Brindisi.
    Ho fatto una scarpinata mica da ridere perché il suo capannone è ubicato sopra S.Giovanni a Teduccio, nella zona industriale di Napoli, almeno 3 miglia a piedi, ma la giornata era bellissima ed il sole di fine febbraio da noi è quasi primaverile.
    Giunto che fui all’indirizzo che Caruso mi aveva meticolosamente consegnato, vidi un bel capannone industriale con recinto esterno e diversi carretti antistanti l’ingresso.
    Una ciminiera in mattoni refrattari era posta al centro del capannone e si elevava per una trentina di metri; da questa usciva un fumo piuttosto nero.
    Entrai nella proprietà e mi recai presso l’ufficio che stava sulla sinistra del capannone.
    Le persone che lavoravano in ufficio erano tre, di cui una donna, e appena mi videro mi salutarono con un sorriso, il più anziano, con lunghi baffi grigi, mi chiese il motivo della mia visita.
    - Sono Francesco, e sono qui per fare i compiti con Nicola Caruso.- Risposi.
    - Per Partenope, eccoti finalmente arrivato, mio nipote era in ansia e mi aveva avvisato già da ieri del tuo arrivo. Egli è dentro l’officina con il suo papà che stanno ragionando su un problema meccanico importante, sono vicino alla fucina o nel reparto di lavorazione meccanica. Mettiti questo cappello di panno in testa e seguimi.- E mi prese sotto braccio accompagnandomi.
    L’officina era veramente grande e c’erano molte persone tutte indaffarate. Sul lato sinistro vedevo assali ferroviari completi di ruote in ghisa ben organizzati uno sull’altro, il capannone era anche dotato di un sistema di sollevamento dei carichi composto da una travatura che poggiava, a sua volta su ruote, in alto, e precisamente sulle arcate laterali visibilmente rinforzate e completate da travatute metalliche di allineamento sulle quali potevano rotolare le ruote ed al centro di questa erano agganciati un paio di paranchi di grosse dimensioni anch’essi dotati di ruote di scorrimento in senso ortogonale.
    Un bel sistema x-y era così generato per toccare ogni punto del capannone. Raggiungemmo un capanello di persone che stava vicino alla grande fucina di fabbrica e che parlavano tra di loro animosamente; in mezzo a loro riconobbi Nicola Caruso il quale appena mi vide mi corse incontro e mi abbracciò, quindi mi portò ancora nel gruppo perché lui già lavorava nella sua officina e mi chiese un po’ di tempo per terminare i ragionamenti che stavano facendo.
    Il padre di Caruso, lo riconobbi subito anche perché era uguale nei lineamenti a suo figlio, parlava di come poggiare gli assali sulla fucina per riscaldarli a dovere prima delle operazioni di raddrizzamento che dovevano poi seguire con un maglio alimentato da una macchina a vapore a sua volta servita da una caldaia posizionata fuori dal capannone.
    Era tutto infervorato dal discorso tecnico e strutturale e diede le disposizioni necessarie affinché gli operai portassero a compimento le strutture di appoggio sulle quali far rotolare gli assali portati in zona dai paranchi mobili.
    Ogni assale pesava almeno 10 cantaia ed era una lavorazione anche pericolosa.
    Il maglio, spiegava poi il Sig. Caruso, aveva una dima di riscontro per portare in perfetto allineamento statico l’assale con colpi dati mentre l’assale ruotava su se stesso.
    Egli spiegò bene anche come la Melisurgo avesse preso impegni tassativi con il governo sul bilanciamento degli assali che sostenevano i vagoni attraverso le sospensioni.
    Le vibrazioni o l’ondeggiamento estremo avrebbe causato sicuri reclami.
    Nicola, terminate le determinazioni del gruppo, mi prese per mano e mi portò a visitare la sua officina mentre trasparivano dai suoi occhi orgoglio e gioia. Mi portò a visitare il reparto di lavorazione meccanica che aveva, piallatrici, frese e torni, tutte alimentate da cinghie a loro volta mosse da pulegge che stavano in alto e queste erano messe in rotazione da un motore primo sempre a vapore.
    Poi, mi fece visitare il magazzino dei materiali, il reparto di montaggio delle ruote sugli assali e dei freni a ceppo che agivano sulle circonferenze delle ruote.
    Il capannone era molto luminoso ed aveva ampie vetrate tutte esposte a Nord. Infine mi portò in ufficio, dove aveva una sua scrivania e ci accomodammo per fare i compiti.
    - Bene caro Francesco, cosa mi dici della mia officina?- Mi chiese con fare generoso.
    - Devo dirti caro Nicola che io stesso ero curiosissimo di visitarla … certo immaginavo il buon livello tecnico ma non come ho potuto verificare dal vivo … devo fare a te ed a tuo padre i miei complimenti. Per fortuna mio padre che è ingegnere in un ministero, mi ha sempre educato alle macchine ed al progresso, sicché … eccomi qui con te!. Lo guardai con fare interrogativo.
    - Va bene, va bene, ho capito … forza con i nostri compiti, che poi hai un bel tragitto per tornare a casa, ma stai tranquillo, ti accompagnerà il nostro Capo Operai fino al Teatro San Carlo!.
    Mi rispose contento Nicola, mentre si indaffarava a recuperare il materiale didattico dalla sua cartella.
    Facemmo i compiti in un battibaleno e ci dedicammo anche alla lettura ed al disegno che sarebbero stati facoltativi. Ma sia Nicola sia io, avevamo una certa predilezione per lo studio, sicché era per noi naturale procedere con sicurezza e passione. Quando finimmo tutto, sentimmo la campana di fine lavoro e di lì a poco venne il Capo Operaio in uffico, poiché già aveva ricevuto le sue consegne.
    Abbracciai Nicola e ci baciammo felici per il nostro meraviglioso incontro.
    Il ritorno fu bellissimo e “Filippo”, il Capo Operai, mi parlò di tanti argomenti temendo che io mi annoiassi. Era dolce e seppi che era da poco diventato un papà. Non si accorgeva che aveva il viso tutto nero di fuliggine ed il cappello spiaccicato storto sulla testa. Il pastrano che portava aveva un colore grigio pesto e la pipa fumava splendidamente tra le sue labbra.
    Al San Carlo mi fece scendere e mi salutò così caramente che ancora ho negli occhi il suo sguardo.


    Tratto da
    FEGATO di
    Domenico Iannantuoni

  2. #52

    Il carnevale a Napoli

    lunedì 20 febbraio 1869


    Oggi è stata festa di carnevale, come lo sarà anche domani, e ci siamo incontrati a casa mia, io, Maraglino e Meomartino. Dovevamo agghindarci in maschera. Io avevo già il mio abito da “Pulcinella”, mentre Maraglino si era vestito da “Tartaglia” e Meomartino da “Scaramuccia”.
    La mia maschera l’avevamo presa vicino al rione dei librai ed era bellissima, naso adunco e prominente su maschera scura colore ebano, abito bianco e cuscinotto a segnare una pancia satolla e cinta in vita di colore rosso. Maraglino, ovvero “Tartaglia”, con gli occhiali a palla ed il vestito a righe gialle e verdi che si esercitava a balbettare davanti allo specchio della pettiniera di mia madre. Stupido il Tartaglia, con cuore semplice e di facile innamoramento. Meomartino si era vestito da “Scaramuccia” nel suo classico abito nero, sempre smargiasso, tracotante e megalomane che ne ha sempre da dire con Pulcinella e Tartaglia.
    Mia madre ci si raccomandò molto e poi ci consentì di uscire per i nostri festeggiamenti. Arrivammo in via Toledo che era già un’euforia generale e moltissimi bambini erano accompagnati dai loro genitori anch’essi in maschera.
    Da noi qui a Napoli l’ingresso nel carnevale avveniva da secoli con la data di ricordo di Sant’Antonio Abate, il 17 Gennaio, ma la festa vera e propria era questa del 20 e poi del 21 febbraio.
    Il Carnevale partenopeo è noto grazie all’opera “Ritratto o modello delle grandezze, delle letizie e meraviglie della nobilissima città di Napoli”, opera del nobile marchese Giovanni Battista del Tufo, come mi aveva insegnato mio padre.
    Un tempo, già nel XVI secolo, il travestirsi era una festa esclusiva di nobili cavalieri, di dame, duchesse e di tutta l’alta aristocrazia napoletana, che partecipava ai tornei, ai balli, alla caccia al toro ed ai ricevimenti pomposi della corte Aragonese. Ma attorno al 1600 le mascherate avevano affascinato anche la plebe tanto da spingere pescatori, macellai, pescivendoli e contadini ad organizzare un Carnevale del popolo.
    Ma il periodo più glorioso del Carnevale napoletano lo abbiamo avuto con l’avvento della Dinastia dei Borbone con sfilate, mascherate, carri allegorici sfarzosi, anche addobbati in occasione della festa di Piedigrotta.
    Mio padre mi racconta che questi carri erano arricchiti con vivande, cibo, salumi e formaggi e che spesso essi erano preda di violenti saccheggi da parte dei più affamati. Gli alberi della cuccagna, o pali di sapone, furono allestiti in ultimo in Largo di Palazzo, ma già da molti anni questo è solo un ricordo.
    Mentre camminavo tra la folla in Via Toledo, direzione Largo di Palazzo, speravo di trovare la ”Vecchia ‘o carnevale”, dalle giovani e prorompenti curve, a con il viso di anziana, per farmi trasportare a “cavalcioni”…ma non ne individuai nessuna. Andavamo velocemente a Largo di Palazzo per vedere la divertente “cavalcata degli struzzi” che avrebbe annunciato di sicuro il passaggio dei carri allegorici in Via Toledo, oppure i carri con il cavallo impennato, simbolo di Napoli, con l’affacciata al balcone di qualche rappresentante della Corona, o l’esposizione della Cornucopia dell’Abbondanza o meglio ancora della nostra seducente Partenope.
    La gente era travestita da Zeza (moglie di Pulcinella), Don Nicola e Don Felice Sciosciammocca, Lucrezia personaggio del teatro popolare napoletano, il Pazzariello, il Sarchiapone, il Razzullo e da dame e cavalieri d’altri tempi.
    Agli angoli delle strade c’erano tanti chioschi che vendevano dalla lasagna al sanguinaccio, dalle castagnole al migliaccio e tantissime e gustosissime “frappe o maraviglias” dette anche “chiacchiere”.
    Mio padre mi aveva spiegato anche che la “metamaschera” della Vecchia del Carnevale, figura storica della tradizione classica partenopea, che è rappresentata da una donna, col viso cadente e il corpo procace e che porta Pulcinella sulle spalle, in giro per i vicoli di Napoli; rimanda ad un duplice significato: il volto vecchio e rugoso indica il passato, la caducità, le brutture della vita ed il suo autunno; il seno florido e rigoglioso costituisce invece l’antitesi perfetta, simbolo di pienezza e di rinascita, di opulenza ed abbondanza. Pulcinella le sta sopra, sulla gobba, suona le nacchere e la sbeffeggia come la vita quando prevale sulla morte, il futuro sul passato, il Carnevale sulla Quaresima ha dunque una valenza fortemente simbolica, paradigmatica.
    Fu un pomeriggio meraviglioso e noi ci divertimmo a più non posso, fino a sera quando stanchi morti prendemmo le nostre vie di casa.

    Trtto da

    FEGATO
    Di
    Domenico Iannantuoni

  3. #53

    L’ultimo giorno di carnevale

    martedì 21 febbraio 1860
    Anche oggi ci ritrovammo insieme, ma questa volta partimmo dalla casa di Maraglino, che era un po’ più scomoda rispetto alla Via Toledo, ma fu una vera sorpresa.
    A casa sua trovammo, io e Meomartino, il nonno di Maraglino vestito da Pulcinella che suonava il mandolino in modo meraviglioso. I vicini di casa, chi con “putipù”[1], chi con “Triccheballacche”[2], chi con “Scetavajasse”[3], chi con “tamburi e tamburelli” e strumenti vari a corda, assecondavano ed enfatizzavano la melodia del mandolino. Il ritmo era quello delle nostre tarantelle gioiose e donne e uomini ballavano al centro del cortile. Il padre di Maraglino, anche lui visibilmente felice, si dedicava al canto di filastricche ben azzeccate e legate alla satira delle persone più potenti del Regno.
    In particolare me ne ricordo una molto aspra sul comportamento ondivago di Don Liborio Romano, Capo della Polizia delle Due Sicilie e di note sue passioni positive per il Regno Sardo.
    Sul lato ombreggiato del cortiletto c’era un tavolo imbandito di ogni ben di Dio cui tutti potevano accedere.
    Io mi lanciai sul “Migliaccio dolce” e su una serie di “Frappe”, mentre Meomartino si contentò di una porzione di “Lasagna” tiepida poiché aveva mangiato poco a mezzogiorno. Il vino non mancava né quello bianco né quello nero ed io mi feci offrire un mezzo bicchiere di questo, quasi un trequarti.
    Maraglino era già pronto e vestito da Tartaglia e si confondeva tra la gente in festa finchè non si congiunse a noi.
    Dopo un paio d’ore lasciammo il chiasso musicale e ci recammo verso il mare…era un pomeriggio assolato e bello, ed i balconi delle case erano già ricchi di fiori e le “Bouganville” già esponevano la loro ricchezza vegetale ed i loro colori erano misti agli indimenticabili porfumi, I “Gerani” iniziavano anch’essi a sbocciare.
    Da noi la primavera è anticipata di un mese rispetto al Nord Italia, benchè di notte faccia ancora un po’ freddo.
    Il richiamo della natura ci portò in riva al mare, vicino alla battigia.
    Il porto, sulla nostra destra, lo si vedeva bene, ricchissimo di navi, vapori, velieri, feluche e gozzi che si muovevano in ogni direzione. Il nostro porto era grandissimo e meraviglioso.
    Davanti a noi c’era solo acqua ed in lontananza, sulla nostra sinistra, si intravedeva l’Isola di Capri e la costiera sorrentina. Solo il fumo delle fucine di Castellammare di Stabia, ci dava il senso industriale di quel luogo di produzione e di lavoro[4].
    Ci sedemmo a terra a guardare le onde che si infrangevano a riva ed io mi tolsi la maschera e così pure fecero Maraglino e Meomartino.
    Rimanemmo in silenzio per diversi minuti poi Meomartino disse:
    - Che bel silenzio qui, cari amici miei.- Maraglino ripose.
    - Un silenzio che ci sta parlando, che ci dice tante cose del nostro passato e del nostro futuro…- Ed io aggiunsi:
    - Sì un bellissimo silenzio accompagnato da colori e profumi meravigliosi.-
    Il rumore della risacca, cadenzato nel tempo, ci aveva rapito l’immaginazione e quindi la nostra fantasia. Tornammo a casa stanchissimi ed ebbri di mare.
    *
    [1]Tamburo a frizione, detto anche “Caccavella” o “Pignato”.
    [2]Formato da tre martelletti in legno intelaiati fra di loro, arriccchito da campanellini.
    [3]Due bastoncini di cui uno dentellato ed arricchito di piattini metallici.
    [4]Napoli- Castellammare di Stabia 1859- La più grande Industria Navale d’Italia per numero di operai ( 2000 addetti).


    Trtto da
    FEGATO
    Di
    Domenico Iannantuoni*

  4. #54

    La scuola per i nostri ragazzi ciechi

    La scuola per i nostri ragazzi ciechi

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    Giovedì 23 febbraio 1860

    - Cari ragazzi,- Esordì il maestro.
    - In questo secolo di ingegno e di progresso, in questo diciottesimo secolo che evolve così rapidamente ed il cui tempo è scandito da innovazioni giornaliere meravigliose e che portano ad immaginare un futuro brillante, il nostro Stato non poteva esimersi dal potenziare le già nostre antiche attitudini alla salvaguardia della bontà di vita dei meno fortunati.Vi voglio parlare dei ciechi, per i quali qui a Napoli ed in tutto il nostro Regno sono attive istituzioni vecchissime ma sempre poste all’avanguardia nel mondo.
    - A Capodimonte, in una delle nostre Regge, facente parte della Collezione Farnese, il nostro Carlo III sistemò un dipinto bellissimo e che tutti voi potrete andare e vedere, Si chiama “La parabola dei ciechi. “De parabel blinden”). E’ un dipinto molto vecchio e databile intorno al 1568 ad opera di Pieter Bruegel il Vecchio.
    - Arnold Hauser, disse riferendosi a questo dipinto: “Attraverso quest’opera Pieter Bruegel si propose di dimostrare quanto di equivoco ci sia nell’esistenza umana.”- Secondo me corrispondente al pensiero di Giacomo Leopardi.-
    - Il dipinto raffigura sei uomini ciechi e sfigurati, che camminano lungo un percorso delimitato da un fiume da un lato e da un villaggio da un altro. Il primo cieco è già caduto con la schiena in un fossato e, essendo tutti aggrappati l’uno all’altro con i bastoni, sembra trascinare i propri compagni con lui.
    - L’opera di Bruegel traduce in immagini la parabola evangelica del cieco che guida un altro cieco, in cui Cristo si rivolge ai Farisei e dice: “ Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!”
    - Bruegel, contravvenendo agli stili del suo tempo, non rappresenta i ciechi con gli occhi chiusi, bensì, per ognuno dei sei, ne cura la patologia oculare riportandola chiaramente nel dipinto. Del primo uomo non si vedono gli occhi, nel secondo i bulbi sono stati eviscerati, il terzo soffre di leucoma viscerale, il quarto di atrofia del nervo ottico, il quinto è fotofobico ed il sesto è danneggiato dal pemfigoide bolloso. Vengono quidi riportate le malattie degenerative della vista.
    - Da noi e soprattutto nell’antica Grecia, la cecità era considerata una condizione necessaria per ricevere doni sovrannaturali dagli dei. In Europa medioevale i ciechi erano protagonisti di miracoli…Bruegel ci riporta alla visione del suo tempo nel quale la concezione greca del cieco è rovesciata. I ciechi vittime di scherzi o addirittura bruciati sul rogo.
    - Ma oggi ai nostri tempi, né la visione Greca o cattolica, né quella protestante, possono lasciarci ignari del destino di questi nostri fratelli sfortunati.
    - Essere ciechi, quale il significato di questa terribile malattia? Che ciascun cieco segue gli altri, bastone in mano, trionfante verso il destino? No di certo. Un’allegoria vecchia di almeno tre secoli e superata e che deve farci riflettere.
    - Sentire i rumori, sentire gli odori, capire le forme con il tatto, aggraziarsi dei buoni sapori e disgustarsi di quelli cattivi…ma manca la vista! Il principale senso che ci permette, secondo il nostro credo banale e piccolo, di vivere nella nostra società. Non è così!
    - Da noi, nei nostri istituti per ciechi, questi imparano a leggere ed a scrivere con il metodo inventato dal grande scienziato francese Simon Renè Braille che codificò l’alfabeto per i ciechi. Loro imparano a suonare lo strumento musicale più gradito, studiano la storia, la grammatica, la matematica e la filosofia e camminano per le strade aiutati da un semplice bastone sottile che gli consente attraverso il rumore che esso rilascia al battimento delle superfici, di capire la natura del percorso. Sviluppano così un sesto senso e spesso si muovono nei nostri contesti che a fatica si comprende della loro cecità. I ciechi vedono anche meglio di noi ciò che interpretano con la loro immaginazione. Affinano gli altri sensi in modo estremo, capiscono le inflessioni ed i toni della voce e sentono meglio gli odori che noi emaniamo.
    Eravamo tutti incantati da questa lezione stupenda del maestro Riggio, e spesso chiudevamo gli occhi ascoltando la sua voce, per capire meglio il senso della cecità.
    - Ora vi presento un mio amico che è fuori dalla classe da almeno una mezzora, ma non si sta annoiando, credetemi.- Il maestro andò alla porta l’aprì e fece entrare una persona alta e distinta, piuttosto giovanile e con indosso un paio di occhiali scuri ed un bastoncino piuttosto lungo alla mano destra. Questi seguì con naturalezza il nostro maestro e si fermò proprio in prossimità della cattedra rivolgendo lo “sguardo” verso di noi, cioè verso la parte della classe dove lui individuava la nostra presenza..
    - Ecco a voi il Sig. Francesco Amoroso.- Tutti applaudimmo.
    - Il Sig. Amoroso, ha circa trent’anni ed è cieco dalla nascita, egli ora vi terrà una lezione di storia.- E gli lasciò la parola.
    - Cari ragazzi, innanzitutto ringrazio di cuore il vostro maestro Riggio per questa opportunità che mi ha dato e cioè quella di portare la mia testimonianaza a voi dei cinque sensi. Vi voglio parlare ….di come fu fondata la Magna Grecia e del perché del nostro ruolo nel mondo…-
    Fu una lezione meravigliosa, in classe il silenzio era totale. Il Sig. Amoroso camminava in su ed in giù e ci “guardava” come se ci vedesse davvero. La sua voce era completa nelle sue tonalità ed impressioni per dare più significto ad alcuni passaggi o personaggi del tempo passato. Il suo parlare era musicale. Mentre ci spiegava questa storia tutti avevamo dentro di noi come uno schermo sul quale vedevamo le cose che ci narrava in modo nitido e completo. Sentivamo i suoni diversi, dal fragore del mare in tempesta ai silenzi delle montagne assolate, le voci delle folle ed i cigolii dei carri. Bellissima esperienza. Quando il Sig. Amoroso finì ci alzammo tutti in piedi e lo appalaudimmo con un tal entusiasmo che il direttore che passava di lì in quel momento si sentì costretto ad entrare. Vide la scena, guardò il Sig. Amoroso ed il Maestro Riggio e poi nel silenzio sopraggiunto disse:
    - Il Sig. Amoroso, che conosco ormai da cinque anni, deve avervi omaggiato di una sua lezione…mi spiace di non avervi assistito. Ragazzi, fate tesoro di ciò che avete capito e “carpito” da questi momenti di studio e di attenzione. Rispettate i diversi da voi e cercate di afferrare quanto la loro diversità sia compensata dalla loro volontà e non meravigliatevi mai quando vi vedrete superati in bravura da chi attraverso la sofferenza ha saputo costruire una vita diversa ma parimenti utile all’umanità.-
    Altri applausi dopo il breve discorso del Direttore seguirono e subito dopo la campana del finis ci obbligò a lasciare l’aula. Lasciammo da soli il maestro Riggio, il Direttore e quindi il Sig. Amoroso, che parlavano tra di loro, e ci allontanammo nel corridoio per uscire.
    Quel giorno, non so perché, feci fatica a narrare l’evento a casa, ma poi, presi coraggio e ne parlai a mia madre che stava alla luce della finestra della sala a ricamare con l’aiuto del suo telaio tendi-stoffa. Ella mi ascoltò immediatamente e smise dopo poco anche di ricamare per non perdersi nulla del mio racconto. Sorrideva e poi mi accarezzò con affetto e disse:
    - Caro Francesco, non dimenticarti mai di questa lezione di storia bellissima, mai del Sig. Amoroso e delle sofferenze che i ciechi devono subire lungo la loro vita, ma soprattutto non dimenticarti mai che la Provvidenza Divina, somministra sempre per il bene dell’uomo.


    Trtto da
    FEGATO
    Di
    Domenico Iannantuoni*

  5. #55

    La casa del maestro Riggio

    La casa del maestro Riggio


    Sabato 25 febbraio 1860
    Il maestro Riggio ci aveva promesso di invitarci a casa sua a gruppi di tre ed a me, nelle estrazioni, capitò di andarci con Ciceri e Marro, il milanese ed il figlio dell’avvocato. Il maestro abitava in vico Giardinetto al numero 15 al terzo piano.
    Ci trovammo io ed i miei amici sotto casa mia ed andammo insieme. La casa aveva anche un custode che occupava uno spazio piccolissimo, aveva si o no un passo per uno a livello di area della guardiola, la cui parte superiore era a vetrata su due lati, mentre gli altri erano addossati alle pareti dell’ingresso. L’edicola era costruita in legno ed era dello stesso colore del portone. Il palazzo era abbastanza antico e ai lati del portone, fuori, c’erano i ferri per la pulizia delle scarpe ed in fondo al patio d’ingresso c’erano le stalle.
    Il guardiano sonnecchiava ma appena vide che ci avvicinavamo a lui, balzò in piedi e ci chiese:
    - Posso esservi utile signorini? E ci guardò socchiudendo un po’ l’occhio destro. Il cappello era alla marinara con visiera rigida, abbastanza sgualcito ed anche la giacca cadeva troppo sulle spalle ed era un po’ smunta.
    - Certo, Sig. Custode, dobbiamo andare dal nostro maestro Riggio.- Risposi io prontamente.
    - Terzo piano scala A…e salite con cura e discrezione!. Ci disse il guardiano.-
    Salimmo le scale inizialmente con calma, finchè eravamo visibili dal custode, ma girata la prima curva, immediatamente a Marro venne l’idea di accelerare ed io a seguirlo e Ciceri pure…arrivammo al terzo piano in un battibaleno e con il cuore in gola. In quel mentre si aprì una porta del secondo piano ed una voce acidula disse:
    - Nemmeno nel 1848, chi fuggiva ai soldati saliva a questa velocità, chi siete bricconi!-
    Bussammo rapidamente alla porta della casa del maestro per evitare incontri ravvicinati pericolosi e da dentro si udì la voce del maestro Riggio che ci invitava ad entrare.

    ...................... continua ............


  6. #56
    Eravamo paonazzi e lui accorgendosi subito del nostro stato ci squadrò ben bene e poi ci chiese:
    - Chi ha vinto la corsa in salita?-
    Ciceri si fece tronfio e disse che era arrivato lui per primo, e mise anche le mani sui fianchi spingendo fuori il petto.
    - Bene Ciceri, allora quando scendi vai a salutare mia madre che sta al secondo piano, è una brava donna e le piace ogni tanto vedere qualche “muso” nuovo. Solo non sopporta chi corre e schiamazza sulle scale.- Ciceri assentì diventando ancora più paonazzo.
    La casa del maestro era piccolina, aveva un cucinotto vicino al bagno, un salottino ed una piccola camera da letto. Però era luminosissima. Su tutte le pareti libere c’erano scaffalature che contenevano libri, una grandissima quantità.
    In un angolo del salotto c’era lo scrittoio ed in mezzo un bel tavolo con quattro sedie rococò. Un divanetto vicino alla finestra completava l’arredo.
    Il maestro ci spiegò dove teneva tutti i libri di giurisprudenza (erano tutti nella libreria vicino allo scrittoio) e ci comunicò anche che nel luglio del 1860 si sarebbe laureato. Poi prese una chitarra dalla cameretta da letto, la accordò ed iniziò a suonarci un pezzo di musica classica di Domenico Scarlatti, bellissimo, e restammo tutti seduti ed incantati a cibarci di un suono ammaliante. Alla fine del pezzo, si fermò un istante in riflessione e poi ci disse:
    - Vedete ragazzi, la musica a Napoli è come l’anima per il corpo: “Napoli è la capitale musicale d’Europa, che vale a dire, del mondo intero”…così disse Charles de Borses, in lettere familiari e scritti d’Italia (1739-1740), e non è un caso che proprio da noi si costruì il Teatro San Carlo primo nel mondo. I nostri artisti, da Alessandro Scarlatti e poi Domenico Scarlatti, al Cimarosa, dal Porpora al Pergolesi, dal Durante al Feo, da Jommelli al Greco, dal Piccinni al Paisiello e così via…hanno inondato di scuola musicale l’intero pianeta e lo stesso Mozart, giovinetto, venne qui a Napoli a farsi conoscere come maestro e grande compositore prima di lanciarsi in tutta Europa.- Il maestro si fermò e ci guardò per alcuni istanti. Ciceri intervenne:
    - Sig. Maestro, ma lei come fa a fare tutto ciò che fa?-
    - La passione, la ricerca, il senso del dovere e quello del piacere, la cultura del “bello”…non saprei risponderti con precisione. Ma se devo dirti…una cosa ve la dico, ora che siete venuti a trovarmi a casa mia, la passione di insegnare ai più giovani di me l’ho sempre avuta da piccolo. Mi è sempre piaciuto costruire il rapporto docenza-discenza, cioè tra chi forma e chi viene formato, perché esso è un rapporto puro ed equilibrato. Io imparo molto da voi, e dopo una lezione penso a ciò che vi ho narrato o spiegato ed attraverso la vostra risposta di apprendimento io mi formo e miglioro. Un maestro che non è in grado di insegnare è un maestro che non ascolta i propri allievi, non sente il loro respiro, non vede i loro sguardi, non costruisce l’amicizia, quella vera che ti resta dentro per tutta la tua vita. L’amore è e deve essere sempre il sentimento obiettivo di un maestro e quando questo è corrisposto dai suoi allievi allora egli è sicuro di costruire nel bene e nel giusto.-
    Ci guardò con serenità con il suo sorriso sempre ben accennato ed io mi commossi e mi girai verso la finestra. Il maestro se ne accorse e mi disse:
    - Caro Francesco, tu sei un ragazzo molto sensibile, custodisci questa tua dote per tutta la tua vita.-
    Mi rigirai verso il maestro e andai ad abbracciarlo, così fecero anche Marro e Ciceri.
    Salutammo il maestro che avremmo visto all’indomani e uscimmo di casa. Egli accennò solo a Ciceri dell’impegno con sua madre, ma ci fermammo tutti e tre al secondo piano, che raggiungemmo nel massimo silenzio. Bussammo.
    - Ah eccovi qui, bricconcelli che non siete altro, dunque siete stati voi a fare tutto quel baccano prima…andavate da mio figlio?- Ci chiese guardandoci un po’di sbieco.
    - Sì rispose Ciceri, volevamo chiedere scusa per tutto il trambusto, ma facevamo una gara di velocità…- Va bene, sospirò la donna, ben vestita ed ordinatissima, entrate un attimo da me che ho appena fatto un ottimo “Casatiello”, ne volete assaggiare una fetta?-
    Ci “fiondammo” dentro la sua casa ed arrivammo in cucina. Il profumo del casatiello, ormai tiepido, era spaziale e la madre del maestro ce ne tagliò tre fette, tagliate alternate poiché volle anche farci dono delle uova sode che stavano sopra. Da bere ci diede uno sciroppo di orzata. Ma io avevo visto che nella scansia c’era un bel fiaschetto di vino bianco, e chiesi se avrei potuto assaggiarne un po’ avendo la libertà di berne a casa mia. Lei mi guardò e mi disse con ciglio austero:
    - Hai ragione, con il casatiello poi…te ne do mezzo bicchiere e ne bevo anch’io mezzo con te, d’accordo?- Questo è nettare degli dei, non vino. Prosit!-
    Tornando a casa pensammo soprattutto alle parole del maestro; ci erano rimaste impresse nel cuore.

    Trtto da
    FEGATO
    Di
    Domenico Iannantuoni*

  7. #57

    Le strade di Napoli

    Le strade di Napoli

    Domenica 26 febbraio 1860
    Le strade di Napoli sono bellissime, non ce ne è una uguale all’altra, le piazze, le gradinate, le discese ripide e scivolose, i vicoli ed i vicolettì, le piazzette che ti dicono che lì finisce la strada e devi tornare indietro da dove sei venuto. Napoli è una città immensa ma non solo per noi. Una città con regole mai scritte ma sempre rispettate. Noi per primi abbiamo fatto una raccolta dei rifiuti differenziata con distinzione di vetro, carta e stracci. La nostra è una città poliedrica, colorata, rumorosa, viva e vitale sotto ogni aspetto. Siamo oltre seicentomila abitanti, veniamo solo dopo Londra e Parigi, caro Francesco. Ma sia Londra sia Parigi non hanno il porto che abbiamo noi, non si irradiano nel nostro territorio come fa Napoli con le province vicine. Hai presente un lavoro di merletto Francesco? Ecco Napoli è simile a questo intricato lavoro che solo le abili mani femminili sanno perfezionare e realizzare.
    Noi soli in Italia abbiamo il Corpo de Vigili del Fuoco, per esempio e ciò non è di scarsa osservazione ma di primaria. I nostri municipi compongono l’intera Città, ma ognuno legifera per le proprie esigenze.
    Avrai notato che i mercati di zona sono tantissimi, ed essi portano in città tutti i prodotti delle nostre campagne ed anche delle nostre industrie. Tantissimi sono gli svizzeri, i francesi, i tedeschi… che sono venuti ad investire nel napoletano. Ed essi hanno realizzato opifici enormi dotati di grandissima capacità industriale. Poi abbiamo le nostre attività manifatturiere ed alimentari, notevoli anch’esse. Le cokerie portuali raffinano il carbone di importazione e producono come scarto il monossido di Carbonio, convogliato poi attraverso tubazioni per illuminare la nostra Città di notte. La nostra moneta è battuta qui a Napoli ed essa è trattata in ogni borsa valori del mondo. Siamo noi a trattare la lira piemontese ed il baiocco romano. Abbiamo il maggior numero di teatri in Italia[1]. Abbiamo il maggior numero di Conservatori musicali[2].
    Quì è stato redatto il primo piano regolatore.[3]
    Abbiamo il maggior numero di Tipografie, ben 113![4]
    Abbiamo perfino il primato, come prima città in Italia, per numero di pubblicazioni di Giornali e Riviste.[5]
    Caro Francesco, ogni passo che cammini in Napoli, ti fa sprizzare storia e primati di ogni genere, frutto della nostra antichissima civiltà e di corroborato stile di governo.
    Ama la tua Città!
    Tuo padre
    [1]1859- Napoli, Prima Città d’Italia per numero di Teatri.
    [2]1859- Napoli, Prima Città d’Italia per numero di Conservatori Musicali.
    [3]1859- Napoli, Primo piano regolatore in Italia.
    [4]1859- Napoli, Prima Città d’Italia per numero di Tipografie (ben 113).
    [5]1859- Napoli, Prima Città d’Italia per numero di pubblicazioni di Giornali e Riviste.


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    FEGATO
    Di
    Domenico Iannantuoni*

  8. #58

    La selezione per la visita al Teatro San Carlo

    La selezione per la visita al Teatro San Carlo



    Domenica 5 marzo 1860

    Oggi dopo la messa, ho potuto fare una bella passeggiata con mio padre verso la Reggia e mentre si camminava gli ho chiesto se lui conoscesse il nostro principale teatro musicale San Carlo il giorno dopo avremmo fatto una visita scolastica. Alla sua risposta affermativa egli iniziò a rammentarmene la sua antica genesi fino alla fondazione dellla sua nota scuola di ballo[1] che risaliva al 1812; epoca murattiana.
    - Ma dimmi Francesco, come organizzeranno la visita?- Mi chiese.
    - Non saprei, io risposi, la visita sarà domani ed a dire il vero siamo stati…anzi sono stati estratti in quindici ragazzi, poiché l’intera scuola vi partecipa. Io potrei andare perché tra gli estratti della nostra classe vi è Nicola Maraglino che, pure estratto ma soprapensiero, ieri ha dato il suo assenso, ma in uscita di scuola mi ha avvisato che gli era venuto in mente che sarebbe dovuto andare con suo padre a Salerno per alcuni affari di famiglia molto delicati e che la sua presenza sarebbe stata indispensabile, e quindi ha chiesto a me di prendere il suo posto.- Risposi.
    - Bah, disse mio padre, l’importante è che tutti gli insegnanti ne siano al corrente…vedi tu.- E mi fece entrare nel bar che sta di fronte al palazzo reale.
    Era ancora un orario lontano dal pranzo, forse le undici, e mio padre mi chiese se avrei voluto un dolce al banco o seduti.
    - Ma papà, se devo mangiare preferirei da seduti…vedo che hanno in verina dolci fantastici…ma io sarei per una sfogliatella gigante e tu?- Gli risposi.
    - Hai ragione Francesco, sediamoci a quel tavolo all’aperto, io prenderò un bicchiere di vino bianco del Vesuvio e tu la sfogliatella con…non chiedermi il vino a quest’ora, Francesco!- Mi disse.
    - Ma no papà, figurati…casomai mi fai assaggiare dal tuo bicchiere. Io prendo un po’ d’acqua con la sfogliatella.- E gli sorrisi.
    Fummo felici di quell’aperitvo e mio padre mi fece assaggiare il suo vino ed io naturalmete gli offrii un pezzetto della mia sfogliatella. Quando tornammo a casa, dopo un’ora circa, sentimmo un profumo meraviglioso che si sprigionava dalla cucina e vedemmo mia sorella e mia madre indaffaratissime ad organizzare il pranzo mentre la tavola era imbandita in modo eccellente.

    - Ma cara, che c’è, una festività che mi sono dimenticato? Come mai tutta questa “pompa” per il pranzo…va beh che è Domenica...- Chiese mio padre.

    - Mia madre si avvicinò a mio padre e gli disse:
    - Ogni cosa a tempo debito…prima ci si siede a tavola e prima lo saprai!- E gli diede un bacio che a me parve un po’ sulla bocca…ma io ne fui felicissimo.
    - A tavola…a tavola per gustare gli “ziti” al ragù di carne…e poi, la carne del ragù con insalata mista e quindi frutte e dolci!. Tutti ci sedemmo all’istante.
    Mentre mia sorella si prodigava nel dispensare la fumante pasta a tutti noi, mia madre versò il vino a mio padre a se stessa ed un po’ anche a me…ma un pochino di più del solito. Gatta ci cova, pensai io.
    Si alzò in piedi con il calice di vino in mano e ci invitò al brindisi solito:
    -Aizza aizza aizza, a cala a cala a cala, accosta accosta accosta…e a saluta nosta!. E poi disse:
    - Cari miei, - E ci scrutò dritto negli occhi con sentimento e passione.- Vi informo che la nostra famiglia sta aumentando, è in arrivo un “bebè”!- Mio padre rimase bloccato con il bicchiere a mezz’asta ed io al pari suo non sapevo cosa dire come se avessi avuto un paralisi labiale. L’unica, mia sorella, che aveva già iniziato a mangiare a velocità super, si fermò un attimo, ci guardò bene e poi rivolgendosi a mia madre disse:
    - Che ti dicevo mamma…i maschi non hanno fantasia, pensano all’indietro nel tempo, sono rimasti degli umili cacciatori…e si risprofondò nel piatto.- Mio padre, riprendendosi, accennò qualche cosa…ma primariamente balbettò alquanto, poi finalmente disse:
    - Bene, ne sono felice, i miei complimenti Lucia, le mie congratulazioni.- E bevve d’un fiato tutto il bicchiere di vino. Poi s’alzò ed iniziò a danzare una breve tarantella, abbracciò mia madre, sul cui viso era visibile la gioia e la felicità, e la colmò di baci fino a che ella non ebbe sensazioni di soffocamento. Anch’io mi unii alla manifestazione paterna e andai a baciarla ripetutamente poi mi chinai e diedi un bacio sulla pancia della mamma e per tutti fu festa grande!
    Mia sorella ci guardò con sufficienza, certamente si era già confidata con mia madre, e comunque una seconda porzione di “ziti” già fumava nel suo piatto.

    *
    [1]1812- Napoli- Prima scuola di ballo in Italia, annessa al San Carlo.


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    FEGATO
    Di
    Domenico Iannantuoni*

  9. #59

    La gita al San Carlo

    Lunedì 6 marzo 1860
    Di mattina presto, almeno di una buona mezzora in anticipo rispetto all’appuntameto, ero già a scuola. In effetti di Maraglino non c’era nessuna traccia e quando la maestra che ci avrebbe accompagnato alla visita prese l’elenco dei partecipanti io mi avvicinai per dirgli della mia evenienza.
    - Maraglino Nicola!- Io intervenni subito.
    - Sig.ra maestra, io sono Francesco Latella e ieri ho convenuto con Maraglino Nicola, che si era ricordato che oggi avrebbe avuto un impegno con suo padre, e che io avrei potuto sostituirlo per questa gita.-
    - Ah! Rispose la maestra, io non so come si regolano queste cose e non posso andare dal Direttore a chiedere perché oggi egli è impegnato in Provveditorato…va bene io ti segno al posto di Maraglino Nicola e spero che andrà tutto bene.-
    Salimmo tutti felici su uno degli omnibus a cavalli che ci avrebbe portato al San Carlo, eravamo parecchi, direi quasi un centinaio in tutto. Arrivammo in dieci minuti al Teatro Lirico, e scendemmo in ordine e senza schiamazzi, ma l’agitazione era palpabile. Ci riunirono sotto il portico d’ingresso, un accompagnatore ogni venti ragazzi, ma già davanti alle porte d’ingresso del Teatro si vedevano ben disposti tre individui vestiti in nero e con una tuba in testa ed al loro fianco un personaggio che poi riconoscemmo come il Direttore della scuola di ballo che confabulava alquanto; era vestito con una camicia beige a maniche lunghe ed indossava pantaloni attillati mentre le sue scarpe erano molto sottili, nere e lucide. Ci fecero entrare nel “foyer”, che sarebbe la sala antistante quella vera e propria la sala del teatro, mentre la nostra agitazione saliva a mille. Era già bellissimo. Un gioco di luci e colori di grande meraviglia, le locandine vecchie che richiamavano gli spettacoli dati od in itinere, l’accoglienza per il pubblico, la biglietteria, il guardaroba…davanti a noi le tre persone intubate che chiedevano attenzione con le mani alzate.
    Il silenzio lo ottennero in breve tempo poi uno di loro ci disse:
    - Benvenuti ragazzi nel teatro “lirico” più antico del mondo…esso fu costruito nel lontano 1737 per volere del nostro antico re Carlo III. Esso può contenere 1386 spettatori ed ha cinque ordini di palchi disposti a ferro di cavallo. Ha un ampio palco reale prospettico alla scena, un loggione ed un palcoscenico.
    - Oggi la Direzione Teatrale è a carico del maestro Giuseppe Verdi, il quale si sta cimentando con l’opera “Un ballo in maschera”…
    - Ora, gentilmente entrerete nella sala, dove tra breve potrete assistere alle prove di ballo della nostra scuola, prima al mondo anch’essa, in questa nuova arte di intrattenimento e di bellezza. Prenderete posto tutti al secondo piano degli impalcati e seguirete i miei assistenti. Vi preghiamo il massimo silenzio.-
    Entrammo subito dietro la nostra maestra e giungemmo rapidamente ai nostri palchi salendo le scalette lignee. Entrati che fummo ed affacciatici alla sala lirica vedemmo una “meraviglia”. Ancora adesso che scrivo mi palpita il cuore e così credo che fu per tutti noi scolari delle elementari che avemmo questo prezioso regalo. La luce, tutta ottenuta con sapiente disposizione delle candele di cera d’api lungo tutti gli ordini dei palchi era gradevolissima e di colore naturale. Risaltavano in modo emblematico le decorazioni dorate e le sculture di cui l’intero teatro era ricco. Il soffitto, sapientemente decorato dava un senso di cielo “aperto” sulla scena mentre il palco reale restava evidente ed importante. I rossi ed i gialli erano ben alternati e la bellezza che ne scaturiva era immensa.
    Mentre i miei occhi inseguivano le forme ed i colori e mai si fermavano su di un punto, sentimmo l’orchestra accordarsi, essa era composta da un centinaio di musicisti, non molto visibili dal pubblico e comunque sistemati nello spazio antistante il palcoscenico. Prima i fiati, poi le corde ed il pianoforte. Fiati e corde si intonarono agli strumenti di riferimeto ed iniziò lo “spettacolo” del balletto. Poi ci spiegarono che quel ballo, ideato da Francesca Teresa Giuseppa Raffaela Cerrito ( Fanny Cerrito), di Napoli, era uno studio importante di mimica e danza accompagnata da musica.
    Il tempo volò velocemente mentre tutti noi scolari restavamo estasiati dalla musica e dai leggiadri movimenti dei danzatori. Il cuore nostro palpitava all’unisono con la musica…poi in un crescendo di suoni e di movimenti si giunse alla fine dello spettacolo di prova.
    Io e tutti i miei compagni rimanemmo muti. La fne del suono d’orchestra aveva creato un effetto eco che rimbombava nelle nostre orecchie e ci pareva che ancora l’orchestra stesse suonando.
    Molte maestre avevano gli occhi lucidi ed anch’io mi resi conto di non essere da meno.
    Uscimmo dal Tetaro senza fare rumore e senza toccare nulla per timore di modificare quell’assetto celestiale che avevamo vissuto prima.
    Fuori, Napoli ci accolse con i suoi rumori di sempre e mentre ci recavamo agli omnibus che ci avrebbero riportato a scuola, capimmo ancor di più la sua immensa grandezza.
    *


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    FEGATO
    Di
    Domenico Iannantuoni*

  10. #60

    Il richiamo del direttore

    Il richiamo del direttore


    Mercoledì 8 marzo 1860

    Ieri, martedì, portai a casa una missiva del direttore scolastico indirizzata a mio padre e che seppi essere la convocazione presso il suo ufficio a scuola.
    Mio padre prese immediatamente un permesso di un paio d’ore e mi accompagnò a scuola con un po’ di anticipo. Ci sistemammo davanti all’ufficio del direttore in attesa che ci ricevesse. Passò un quarto d’ora circa che mio padre dedicò ad un continuo andirivieni nel corridoio antistante l’ufficio e tamburellando le sue dita sul dorso delle sue mani. Finalmente si aprì la porta e la segretaria ci fece entrare.
    - Ing. Latella, benvenuto.- Disse il direttore avanzandosi con la mano tesa verso mio padre.
    - Prego si accomodi e gli indicò una poltroncina avanti la sua scrivania.-
    - Caro Ing. Latella, devo dirle di un fatto un po’ increscioso accaduto ieri…in occasione della visita presso il nostro teatro lirico San Carlo.- Mio padre mi guardò e poi disse:
    - Increscioso?-
    - Vede Ing. Latella, suo figlio, qui presente, si è sostituito al ragazzo Maraglino, che era invece, lui, stato estratto per la visita al teatro.- E mio padre rispose.
    - Sì, Sig. Direttore, io ne sono stato messo al corrente da mio figlio già dal giorno prima...e mi sono raccomandato con lui di avvisare del fatto i suoi insegnanti…ma non pensavo che avrebbe attivato comportamenti incresciosi…- Il direttore mi guardò di sottecchi e poi aggiunse:
    - Vede Ing. Latella, gli elenchi dei ragazzi estratti sono stati consegnati in Provveditorato…ed io ho consegnato un elenco improprio, con un Maraglino, che sarebbe stato assente ingiustificato ed un Francesco Latella che non era stato estratto, ma segnato presente dalla maestra accompagnatrice…non le dico quanti problemi mi stanno creando in Provveditorato su questa banalità…che esagerando ho definito incresciosa!-
    - Ma, mi dica, non capisco il problema.- Disse mio padre con fare interrogativo.
    - L’assicurazione, caro ingegnere, l’assicurazione!- Ed il direttore si abbandonò sulla sua poltrona.- Poi riprese.
    - I ragazzi che partecipano alle gite scolastiche vengono tutti assicurati il giorno stesso della gita in base all’elenco che io consegno in mattinata. E suo figlio ha partecipato ad una gita senza essere assicurato. Maraglino invece, che non ha partecipato, è stato assicurato! Mi segue ingegnere?-
    - Ora se suo figlio si fosse fatto male, cosa che non è accaduta fortunatamente, nessuna polizza assicurativa lo avrebbe coperto.- Mio padre mi guardò ed annuiì al direttore. Poi aggiunse:
    - Ho capito ora la vicenda Sig. Direttore…non avevo pensato a questo…altrimenti avrei vietato a mio figlio di partecipare.-
    - Ma cosa dice!- Sbottò il direttore allargando le braccia.- Io sono felicissimo che Francesco abbia partecipato alla gita!- Il direttore si alzò e venne verso di me e mi abbracciò stringendomi alquanto e dandomi un bacio sulla fronte.-
    - Questo ragazzo,- Aggiuse.- è uno dei pilastri della nostra scuola, e sono certo che avanzerà molto negli studi futuri dando immense felicità alla sua famiglia e quindi anche a lei ed anche ai suoi insegnanti ed a me in particolare…ne parlo spesso con il suo maestro Antonio Riggio. Pensi che è riuscito a superare nella gara di aritmetica perfino il primo della classe, tal Meomartino, ma torniamo a noi…- Il direttore tornò a sedersi ed iniziò a scarabocchiare su di un foglio con una matita rossa e blu incrociando i tratti colorati. Poi disse:
    - Il provveditore è un amico, sia ben inteso, ma l’assicurazione no! Quest’ultima ha fatto la verifica degli allievi partecipanti alla gita scolastica ed ha trovato un nome diverso dall’elenco depositato in mattinata da me, che sarebbe quello di suo figlio. Ed ha chiesto la procedura di infrazione a mio carico.- Capisco aggiunse mio padre.-
    - Inoltre, sempre l’assicurazione, vuole ora verificare tutte le pratiche depositate prima, trasformando la nostra scuola in uno “zimbello”, in una cosa non seria.- Mio padre prese la parola:
    - Gentile direttore, mi faccia dire. Io credo che lei si stia preoccupando oltremodo dell’accaduto, in fondo non è successo nulla. Scriverò io all’assicurazione, anzi mi ci recherò di persona, a chiarire l’equivoco accaduto…questo caso, secondo me, si risolverà brevemente trasformando le polizze future da nominali ad innominali ossia esse saranno riferite alla quantità di persone che parteciperanno ad una gita; che saranno assicurate in quanto partecipanti nel senso quantitativo, ed i cui nomi saranno ancora da definire, se necessario, e saranno definiti postumi rispetto alla data dell’evento.- Il direttore guardò mio padre annuendo ed aggiunse:
    - E dunque io potrei depositare elenchi senza nomi…cioè numeri in termini di quantità…- Certamente rispose mio padre.
    - Queste polizza sono identiche a quelle che vengono stipulate dalla compagnie marittime per assicurare i viaggiatori…dei quali ovviamente non si conosce il nome di tutti fino alla partenza del piroscafo.- E aggiunse:
    - Vedrà Sig. Direttore, la compagnia di assicurazione sarà ben felice di superare questo metodo arcaico finora utilizzato…credo solo dalle scuole. E tranquillizzi fin d’ora il Provveditore. Le porterò notizie già dopodomani.-
    Mio padre salutò calorosamente il direttore al quale io dissi, uscendo per recarmi in classe:
    - Mi spiace aver creato questo pasticcio, Sig. Direttore!-
    - Vai ragazzo, vai dal tuo maestro, tu non hai combinato nulla sei stato solo attento e volonteroso…poi non dimentichiamo che ogni impedimento è giovamento!-



    Trtto da
    FEGATO
    Di
    Domenico Iannantuoni*

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