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Discussione: Una scolaresca napoletana nel Regno di Napoli

  1. #61

    L’assicurazione ha accettato la proposta… intanto Domenico Ragona docet!

    L’assicurazione ha accettato la proposta…

    intanto Domenico Ragona docet!
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    Racconto mensile



    Lunedì 13 marzo 1860

    Proprio questo lunedì mio padre tornò a scuola, previo appuntamento con il direttore, per consegnargli “brevi manu” l’accettazione da parte dell’assicurazione degli elenchi scolastici numerici ed innominati, ad eccezione degli accompagnatori maestri o meno, per le future gite scolastiche.
    Era raggiante e non mi portò seco in direzione, invitandomi ad andare in classe. Ma era ancora presto per me e così stetti lì vicino alla porta della direzione.
    Sentii un confabulare prima sommesso e poi una esclamazione di gioia del Direttore che aveva superato d’un sol colpo tutte le diatribe assicurative.
    Poco dopo, mentre udivo i passi avvicinarsi all’ingresso della direzione, velocemente sgattaiolai verso la mia aula per non farmi sorprendere. Avevo il cuore in gola ed ero raggiante.
    Solo mi dimenticai di bussare e una vota dentro vidi che il maestro stava spiegando e tutti i miei compagni erano al loro posto.
    - Caspita!- Dissi ad alta voce rimanendo inchiodato sull’uscio.
    - E bravo il nostro Francesco che entra veloce come un Apollo nel bel mezzo della nostra lezione… per dirci?.
    Ed il maestro Riggio mi guardò di sottecchi.
    - Ehm, mi scuso innanzitutto, non sapevo che la lezione fosse iniziata… ed ero un pochino agitato.- Risposi.
    - Bene, non vuoi esternarci tutto il tuo pensiero?- Replicò il maestro.
    - Ecco, insomma, volevo dire che sono rimasto davanti alla Direzione, dove mio padre stamattina ha portato l’esito della decisione dell’Assicurazione Scolastica per le gite… che è risultato a nostro favore. Insomma, ne sono contento di questo fatto che risolve intanto un problema serio del nostro direttore, ma poi ci semplificherà le procedure per le prossime nostre escursioni.-
    - E bravo Francesco, disse il maestro, ora per favore vai al tuo posto che riprendo la nostra lezione.- E mi guardò con fare dubbioso.
    - Bah… volevo parlarvi della nostra bella grammatica… ma questo trambusto mi ha fatto venire in mente un’altra cosa … nel lontano 1819, qui da noi si inaugurava, proprio a Capodimonte, il Primo Osservatorio Astronomico d’Italia[1]; un’opera scientifica di portata mondiale… noi a Napoli e non solo Napoli ma anche a Palermo, avevamo il primato dell’osservazione astronomica. Ma pochi sanno che questo nostro primato è ancora odierno.-
    Il maestro andò alla cattedra e prese il grande libro… quello delle letture mensili, e lo aprì in un punto determinato ed iniziò a leggere:
    Domenico Ragona, un grande astronomo delle Due Sicilie
    Domenico Ragona (1820-ancor vivo) e’ senza dubbio una figura interessante della storiografia astronomica. Forse ha pesato e pesa ancora su di lui la “macchia” di fedele borbonico. E tuttavia noi riteniamo che egli sia stato, dopo Piazzi, il miglior direttore dell’Osservatorio di Palermo (secondo per importanza nel nostro Stato.
    Infatti, la direzione di Ragona, seppur sia solo di un decennio (1849-fino ad oggi), riveste un’importanza cruciale per la storia scientifica dell’Osservatorio come istituzione.
    Fu durante questo periodo che venne completamente rinnovata la strumentazione, che era in sostanza rimasta quella del Piazzi, ponendo così le basi per l’eccellente lavoro astronomico.
    Fisico di formazione, giovanissimo era stato nominato “professore aggiunto” di fisica sperimentale ed aveva frequentato l’Osservatorio almeno fin dal 1840, in qualita’ di assistente.
    Nel 1849, per iniziativa del Principe di Satriano, luogotenente Generale della Sicilia, fu chiamato a sostituire Gaetano Cacciatore alla direzione dell’Osservatorio. La sua vicenda astronomica ricalca quella di Piazzi certamente a lui ben nota. Ed infatti nel 1851 egli chiese ed ottenne di recarsi in Germania per due anni, poiché, come egli stesso scrisse,
    quando Giuseppe Piazzi intendeva nello scorso secolo a studii astronomici, essi far si potevano, come egli operò, in Londra e Parigi, ma nella attualità è indispensabile eseguirli in Berlino, mettendo in contribuzione la doviziosa raccolta di macchine di quel Reale Osservatorio, e avvicinando l’illustre Prof. Encke che ai nostri giorni è come legislatore in materie astronomiche.
    Il lungo viaggio scientifico di Domenico Ragona, di cui ci ha lasciato una dettagliata relazione che costituisce la Prolusione al Corso di Astronomia per l’Anno Universitario 1854-55, si concluse due anni dopo, nel 1857, con pieno successo: non solo egli aveva seriamente imparato il mestiere di astronomo ed aveva riallacciato quegli indispensabili rapporti scientifici che si erano inevitabilmente pressoche’ ridotti a zero durante le direzioni di Niccolo’ Cacciatore prima e del figlio Gaetano poi, ma aveva anche ottenuto dal Governo di potere ordinare due nuovissimi ed eccellenti strumenti, un cerchio meridiano delle officine Pistor e Martins di Berlino da 13 cm di apertura in sostituzione dell’ormai obsoleto strumento dei passaggi di Ramsden, ed un telescopio equatoriale da 25 cm di apertura della ditta Merz di Monaco in sostituzione di quell’equatoriale di Troughton in cui Piazzi aveva voluto fosse convertito il prezzo della medaglia d’oro che il Re gli aveva assegnata come premio per la scoperta di Cerere, e che, occorre dirlo, non fu mai in condizioni di funzionare appropriatamente perchè giunse a Palermo, nel 1804, gravemente danneggiato.
    Il rapporto conclusivo sull’andamento degli studi compiuti dal Ragona in Germania, inviato da Johann F. Encke al Governo Napoletano e pubblicato sul Giornale Officiale di Sicilia non non lascia dubbi sulla efficacia del lavoro svolto dal Ragona in Germania:
    Io debbo confessarlo francamente che nel 1816 quando assunsi la direzione dell’Osservatorio di Seeberg in Gota, era assai lontano dal trovarmi così ben iniziato come il Sig. Ragona lo e’ al presente […]. Dipendera’ dal Prof. Ragona restituire l’antica celebrita’ all’Osservatorio Palermitano…
    L’opinione di Encke era molto ben fondata: Ragona negli ultimi sei anni della sua direzione (1854-fino ad oggi) svolgerà una mole di lavoro immensa, come dimostrano i risultati contenuti nella nuova serie di Pubblicazioni dell’Osservatorio da lui iniziata con il titolo Giornale Astronomico e Meteorologico del R. Osservatorio di Palermo, ossia Continuazione dei libri della Specola Astronomica dei Regii Studii di Palermo dei Chiarissimi Giuseppe Piazzi e Niccolo’ Cacciatore.
    E’ significativo che, come indicato nel complemento del titolo, Ragona si rifaccia alla gia’ ricordata serie di pubblicazioni iniziata da Piazzi. Vi si legge infatti chiaramente la volonta’ di imprimere una svolta determinante alle attivita’ dell’Osservatorio, di restituire appunto l’antica celebrita’ all’Osservatorio palermitano.
    Il suo programma scientifico era di sfruttare la posizione geografica di Palermo per costituire, non appena messi in opera i nuovi strumenti, un ampio Catalogo di stelle australi non osservabili dagli osservatori del Nord Europa. Contemporaneamente egli si dedico’ alla riorganizzazione ed implementazione delle osservazioni meteorologiche, acquistando tutta una serie di nuovi strumenti in linea con i piu’ recenti sviluppi di questa scienza, che proprio in quel periodo cominciava ad uscire dall’infanzia configurandosi come una vera e propria disciplina scientifica.
    Ricevuto da Berlino, nel giugno del 1856, il nuovo Cerchio Meridiano ed ottenuti dal Governo i fondi necessari alla sua sistemazione, Ragona energicamente diresse i lavori per l’ammodernamento della vecchia sala meridiana, troppo angusta per ospitare uno strumento di quelle dimensioni, concludendo i non banali lavori di montatura e messa a punto dello strumento nel gennaio del 1859.
    Nell’ottobre dell’anno precedente si era recato a Monaco per ricevere dal Merz le istruzioni necessarie a montare il grande rifrattore equatoriale che arrivera’ a Palermo nei primi mesi del ’59.
    L’11 luglio dello stesso anno lui stesso ci informa che si sono già definitivamente cominciati i lavori per la collocazione del gran Refrattore.
    Un grande ed attuale scienziato dello Stato delle Due Sicilie!

    ......................... continua ...........................


  2. #62
    Certamemte ragazzi voi avrete capito l’importanza dell’Astronomia nel nostro sistema scientifico e oggi avete conosciuto un grande scienziato, duosiciliano, aperto alla scuola astronomica europea che vede regioni o Stati come la Germania investire gran quantità di risorse per scoprire i segreti del nostro sistema solare.
    Il nostro impegno è quello non di competere ma di collaborare attivamente in questa scienza, mettendo a disposizione le nostre zone meno boreali e dalle quali è possibile osservare più nitidamente gli astri ed i nostri pianeti.
    Anche i rapporti epistolari con i nostri corrispondenti nel nord Europa si sono sempre più infittiti ultimamente.
    Certo, oggi dobbiamo limitarci all’efficientamento dei sistemi a “lenti” che obiettivamente pongono dei limiti, ma come sapete proprio qui da noi, esattamente nel 1852, veniva collaudato il primo sistema di illuminazione elettrica[2]. Questa forma di energia, che transita attraverso materiali conduttori o meno, consentirà a noi, nel futuro, di inventare nuove apparecchiature che sfruttando i principi dell’elettronica ossia dell’infinitamente piccolo, potranno simulare lenti non più ottiche, ma appunto elettroniche, ed aprire così l’universo ai nostri studi scientifici.
    Tornammo a casa tutti un po’ “Domenico Ragona” contenti di aver conosciuto questo nostro scienziato che stava dando lustro e valore alle Due Sicilie in tutta Europa e nel mondo.
    *
    [1] -1819- Napoli – Primo Osservatorio Astronomico in Italia a Capodimonte.
    [2]1852 – Napoli – Primo esperimento di illuminazione Elettrica in Italia a Capodimonte.


    Tratto da
    Fegato di
    Domenico Iannantuoni

  3. #63

    Il nostro sistema di illuminazione delle coste


    Il nostro sistema di illuminazione delle coste



    Martedì 14 marzo 1860

    - Ragazzi, voglio tenervi al caldo delle informazioni più importanti per voi e per il vostro futuro.

    Da quando Stephenson nel lontano 1814, in Gran Bretagna, costruì la prima locomotiva a vapore capace di trascinare in un solo carico ben 300 cantaie di peso, possiamo dire di essere entrati nella prima rivoluzione industriale.
    - Essere ingegneri in questo periodo è fondamentale perché la crescita del numero delle scoperte è giornaliera e con esse avanza il progresso. Dimenticati i periodi di guerre tremende del “terrorista” Napoleone Buonaparte, tutte le società civili, quali la nostra napoletana e siciliana, si sono lanciate in una corsa legata agli studi ed allo sviluppo dell’umano sapere.
    - Il nostro Stato delle Due Sicilie non è da meno in questa competizione e molte missioni internazionali ci hanno visti partecipare e fornire idee di progresso. Tornando alle ferrovie, per esempio, se in Gran Bretagna la prima tratta costruita fu la Stockton-Darlington nel 1821, da noi la prima ferroviaria nacque nel 1839, ossia solo diciotto anni dopo tra Napoli e Portici mentre nel Nord Italia lo Stato Sardo dovette aspettare fino a dopo il 1856.
    Oggi le nostre ferrovie sono molto più lunghe come già vi ho detto e superano le duecento miglia già in esercizio mentre sono in procinto di collaudo gli attraversamenti dei nostri Appennini verso Brindisi e verso Teramo.
    Il maestro si recò presso la cattedra e maneggiando le funi fece srotolare la cartina d’Italia che riportava tutti gli stati presenti.
    - Ora vi spiego come è fatta l’Italia.- Ci disse prendendo in mano una bacchetta per aiutarsi ad indicare le aree geografiche.
    - Lo Stato Sardo, oggi, voi sapete che trovasi in gran fermento ma soprattutto è particolarmente asservito alla Francia cui, con una discutibilissima manovra politica, ha ceduto recentemente la Savoia e Nizza.
    Al contempo l’esercito francese, sbarcato a Genova e mossosi attraverso le ferrovie con i nostri treni (glie ne abbiamo venduti sette, prodotti tutti qui da noi a Pietrarsa), ingaggiò battaglia l’anno scorso ossia nel 1859, contro l’Austria e vintala con un numero di morti strabilianti oltre 3.500 francesi e 3.700 austriaci a Solferino, nel trattato di pace ottenne la Lombardia che a sua volta fu ceduta al Piemonte.
    - Io vedendo queste azioni di guerra e di scambio territoriale, nutro dei sospetti anche per noi…-
    - Poi, osservate bene i confini del Granducato di Toscana, quelli di Parma e Piacenza, di Modena, e dello Stato Pontificio fino a giungere ai nostri confini del Tronto e del Garigliano.
    - Ora osservate bene la vastità della pianura padana ed i grandi ostacoli centrali dell’appennino che scende giù verso il nostro Stato. Come vedete mentre nel Piemonte e nella Lombardia, praticamente in gran parte pianeggianti, gli sviluppi ferroviari potranno avvicendarsi con grande frequenza, qui da noi gli ostacoli naturali ci impediranno percorsi semplici e veloci.
    Ma noi abbiamo le vie del mare!
    - Già oggi abbiamo Società nazionali e private quale la Florio che occupano tutte le tratte che collegano le nostre Città costiere quali Palermo, Napoli, Messina, Reggio, Salerno, Bari, Brindisi, Gallipoli, Pizzo, insomma una infinità di porti e porticcioli ovunque e tutti questi porti, devono essere resi visibili al meglio.-
    - Ecco che tutte le nostre coste, per avere una navigazione via mare sicura, sono dotate di un sistema di illuminazione modernissimo che utilizza lenti “Fresnel” di ampio diametro e scarso spessore.-
    Il maestro si recò alla lavagna e disegnò una lente tipo “Fresnel” ed una normale.
    Poi riprese il solito libro, lo sfogliò fino a cercare il punto e lesse:
    La lente Fresnel permette la costruzione di ottiche di grande dimensione e piccola distanza focale senza l'ingombro, lo spessore ed il peso del materiale necessario per costruire una lente sferica convenzionale di equivalente potere diottrico.
    Il risultato è ottenuto frazionando la lente sferica in una serie di sezioni anulari concentriche, chiamate anelli di Fresnel. Per ogni zona lo spessore della lente viene limitato, trasformando la curva continua in una serie di superfici con la stessa curvatura ma non continue. La figura illustra chiaramente il concetto.
    Augustin-Jean Fresnel nacque a Broglie (Francia) nel lontano 10 maggio 1788 e morì nel 1827. (Wikipedia).
    - Le invenzioni di Fresnel ci hanno permesso di costruire lungo le nostre coste, nel 1841, un vastissimo sistema di fari a luce costante[1].
    - Dunque i nostri governi, pur sviluppando gli asset ferroviari con le ovvie difficoltà dovute all’orografia del nostro territorio, hanno puntato molto di più sulla navigazione marittima, sicura e moderna, in costante sviluppo e principalmente legata alla nostra configurazione geografica.
    Caspita, questa cosa degli ingegneri io non me la aspettavo proprio, pensai tra me e me mentre uscivo da scuola… e se avesse ragione mio padre?
    Ecco perché lui ha studiato ingegneria e me ne parla come di una scienza della formazione e non come specializzazione.
    Ecco perché lui, senza esagerazione alcuna, mi spinge a questi studi.
    [1]1841 – Napoli – Primo sistema in Italia di fari lenticolari a luce costante.





    Tratto da

    FEGATO
    di
    Domenico Iannantuoni

  4. #64

    Un quasi litigio in classe

    Un quasi litigio in classe

    Lunedì 20 marzo 1860

    La nostra è una classe quasi perfetta come avevo già detto, tuttavia qualche volta accade sempre l’imprevisto e le posizioni tra di noi possono portare a tensioni particolari.
    Oggi Ferrecchia, su indicazione del nostro maestro aveva portato il diario di suo nonno, quello che appunto parlava della battaglia di Campotenese e compitamente si era messo a leggerne dall’inizio.
    Campotenese[1], 9 marzo 1806.
    L'artiglieria francese[2], ormai, si era ben piazzata sulle alture. Da quelle posizioni di favore i suoi colpi micidiali andavano a segno, creando vuoti impressionanti tra le fila dei soldati napoletani. Restava un mistero, a quel punto, come il generale Damas, improvvidamente, avesse lasciato sguarniti i contrafforti che dominavano il pianoro di Campo Tenese, esponendo così le truppe a quel tiro devastante.
    Pur in evidente superiorità numerica, i coraggiosi soldati partenopei non avrebbero potuto tenere il campo ancora per molto, stanchi come erano per la lunga marcia di ritirata da Salerno, oltre che infreddoliti dall'insistente nevischio.
    Il generale Reynier capì subito di avere la vittoria in pugno, per cui agì di conseguenza. Si affrettò a ordinare un attacco contemporaneo su tre lati, per infliggere il colpo definitivo all'esercito napoletano.
    Alla brigata polacca, al comando del generale Compère, venne affidato il compito di sfondare al centro, avventandosi sulla linea di difesa dei cacciatori di linea napoletani, alla cui testa vi erano i brigadieri Tschudy e Ricci.
    Il battaglione lombardo, guidato dal generale Lechi, ebbe il compito di aprire la strada alle milizie di riserva del generale Verdier, per impedire alla cavalleria borbonica di occupare la via per Mormanno. Su questo percorso, infatti, stava sopraggiungendo il resto del contingente della Grand Armèe, a ulteriore supporto dei combattenti già impegnati.
    In ultimo, secondo le disposizioni di Reynier, alla cavalleria francese, protetta dall'artiglieria, spettava il compito di aggirare il campo di battaglia, per sorprendere alle spalle il grosso dell'esercito napoletano, tagliando ogni via di fuga.
    Se non fosse stato per l'abilità di comando del colonnello Rodio e del generale Cesarano, i quali, con ripetute manovre di contrattacco con cavalleria e fanteria, riuscirono a far indietreggiare per un paio di miglia il grosso della fanteria francese, l'intero esercito napoletano sarebbe stato annientato dai francesi.

    I reggimenti borbonici Principessa e Sannita si sacrificarono nella drammatica occasione, per consentire al grosso delle truppe di riparare sui monti, in frettolosa ritirata.
    I napoletani ebbero perdite per oltre 3000 uomini, tra morti e prigionieri, su un contingente di 11000 soldati. I francesi persero poco più di 500 militari, sui complessivi 6000 delle loro forze presenti a Campo Tenese…

    ............................................ continua....................



  5. #65
    Il maestro fermò la lettura…
    - Ragazzi, ho notato un certo movimento e battibecco tra di voi mentre Ferrecchia era intento nella lettura…ditemi cosa sta succedendo?-
    - Ciceri, con gli occhi un po’ arrossati e prossimo al pianto intervenne.
    - Sig. Maestro, Marro mi diceva sottovoce che io sono un discendente dei milanesi che attaccarono il Regno di Napoli…ma io non c’entro niente con quei fatti storici.
    Non era nato neppure mio padre!-
    Il maestro prudentemente chiese a Ferrecchia di ritornare al proprio banco e si recò alla cattedra.
    - Ragazzi, state sereni, noi stiamo parlando in questi racconti del periodo imperiale francese, a noi molto lontano… era il 1806… oltra quarantacinque anni fa.-
    - Erano i vostri nonni che combatterono pesantemente, ed i morti furono tantissimi. Dapprima il gen. Championnet, che occupò Napoli a fine settecento.
    Poi, dopo pochi mesi il nostro cardinale Fabrizio Ruffo, con l’aiuto inglese e russo e perfino turco, riconquistò il Regno ed allontanò ogni francese dal suolo italiano fino alle Alpi… quindi il gen Massena, sette anni dopo, con la bandiera dell’impero napoleonico, si riversò nel nostro Stato insieme con il Reynier e lo devastò… periodi tristi, periodi tristissimi.
    - D’altro canto voi sapete anche che il Regno di Napoli fu governato dal 1807 dal fratello di Napoleone Bonaparte , Giuseppe, e poi, dal 1809 fino al 1814 da Gioacchino Murat, cognato di Napoleone.
    - I murattiani… sono la spina nel fianco del nostro regno , anche oggi… ma non voglio tediarvi con le mie visioni politiche. Solo vi dico che dopo il Congresso di Vienna, il nostro Ferdinando IV, poi divenuto Ferdinando I, al crollo definitivo di Napoleone, dopo Waterloo, rientrò a Napoli come legittimo sovrano, e trattò i francesi presenti nel nostro Regno con molta magnanimità, ne mantenne le loro ricchezze, le loro stirpi poterono proseguire le attività paterne. Solo abrogò la legge sul divorzio.
    Intanto Ciceri, grande e grosso com’era, nato a Milano, si era accasciato sul banco e piangeva in silenzio per le offese ricevute da Marro il quale se ne stava tutto tronfio al suo posto convinto di essere nella ragione e di aver scoperto un “nemico” della sua patria che stava in classe con lui. Anche qualcun altro aveva preso le parti di Marro… quel generale Lechi, al comando dei lombardi non piacque affatto.
    - Maestro ci spieghi del gen. Lechi… del perché venne nel nostro Regno a farci la guerra!- Chiese Matteo Regina.
    - Va bene, state in silenzio e buoni, vi spiego…-
    - I francesi occuparono Milano già nel 1796 e lo fecero nella generale felicità dei milanesi. Solo qualche scarmuccia e qualche incendio per esempio a Binasco. Dopo aver conquistato il Piemonte ( del Regno Sardo) e la Repubblica di Genova, fu la volta di Parma e Piacenza, di Modena, dello Stato Pontificio con la parziale distruzione della basilica di Loreto. Quindi il gen. Championnet, repubblicano francese, nel 1799 invase anche lo Stato delle Due Sicilie ed occupò Napoli e poi tutto il Regno nel quale nacque la Repubblica Partenopea… che durò solo sei mesi sotto la pressione di un esercito immenso che il Cardinale Fabrizio Ruffo organizzò contro di lei.
    Poi vennero i francesi del 1806, quelli del Massena e del Reynier, gli imperiali… e fu la nostra fine, almeno fino al 1814.
    - I soldati milanesi erano dei gregari dell’esercito francese, erano costretti ad ubbidire ai voleri di Napoleone. Di soldati lombardi ne morirono almeno 40.000 nella sola campagna di russia (1812)… campagna nella quale anche 30.000 soldati di Napoli perirono, guidati dal terribile Gioacchino Murat… nessuno oggi ricorda quei morti… lo stiamo facendo noi ora.
    - Ecco ragazzi… è una parentesi triste della nostra storia e dobbiamo però tenerla presente in noi. Di morti in totale furono, nel solo Sud Italia, oltre settantamila e nel Nord Italia i numeri furono di poco inferiori poiché la popolazione accolse, a meno di qualche resistenza come quella di Brandaluccioni in Piemonte o Andreas Hofer in Tirolo, il governo francese.
    - Da noi le resistenze antifrancesi e poi anti imperiali furono più aspre data la consistenza del nostro Stato, ed avemmo tristissimi episodi di guerra e di devastazione di intere città, quali Lauria solo per ricordarne una.
    - Ma Ciceri, il vostro amico Ciceri, non è implicato in queste vicende politiche ove gli Stati, per quanto provvisori, furono sovrani. I suoi parenti ed amici furono costretti a combattere contro noi napoletani nel periodo della conquista del Regno, che fu conquistato tutto ad eccezione della Sicilia e di Capri, e non fu certo una scelta di libero arbitrio.
    - Amate Gaetano Ciceri per ciò che lui rappresenta oggi per voi, per ciò che lui è nel suo intimo. Oggi lui è napoletano a tutti gli effetti, civili e legali.-
    Marro si alzò tutto intristito e avvicinatosi a Ciceri lo abbracciò fraternamente e pianse con lui. Anche altri compagni fecero lo stesso. Gaetano Ciceri, era un vero milanese, grande grosso e spesso “bauscia” come dicono a Milano, ma di cuore genuino, buono e semplice. Accettò gioioso tutte le scuse che gli venivano rivolte, poi si alzò ed andò dal maestro per ringraziarlo.
    - Non devi ringraziare me caro Ciceri, rifletti, io sono un cittadino del mondo e amo te come ogni ragazzo che sta nella tua classe. Milanese, torinese, veneto, genovese, toscano, napoletano, siciliano… siamo tutti uguali. Siamo tutti piccolissimi esseri in questo pianeta e tutti dobbiamo imparare a riconoscerci uguali nella nostra diversità. Solo così il vero progresso potrà essere efficace nel segno del volere di Dio.
    *
    [1] Frazione del Comune di Morano Calabro – Cosenza – Calabria Citeriore
    [2]Tratto da “Cento Città contro il Museo Cesare Lombroso” - Magenes Editore –

    Tratto da
    FEGATO
    di Domenico Iannantuoni

  6. #66

    Mia sorella

    Mia sorella

    Venerdì 24 marzo 1860
    Questa mattina ho trovato una lettera di mia sorella sul mio comodino, l’ho cercata in casa ma lei era già uscita per via delle sue amiche con le quali faceva spesso il percorso che ci divideva dalla scuola.
    Era la prima volta che ricevevo una lettera di mia sorella e rimasi titubante se aprirla o meno.
    Pensai un attimo con gli occhi chiusi… ed aprii la lettera per leggerla, tanto ero in molto anticipo per uscire da casa e recarmi a scuola.

    Caro Francesco,
    era da tanto tempo che desideravo parlarti… ma ogni volta che prendevo l’iniziativa succedeva sempre qualcosa che mi distraeva o mi faceva desistere, forse la mia timidezza … che io ho imparato a camuffare benissimo attraverso i miei comportamenti molto aggressivi e spesso stralunati.
    Così ieri mi sono legata alla sedia, mentre tu eri già addormentato, ho preso il coraggio a due mani e ti ho scritto questa mia.
    Tu sei mio fratello ed io sono tua sorella, ora che siamo ancora solo noi due, il nostro fratellino o sorellina arriverà tra cinque o sei mesi … sento che devo parlarti, devo dirti quanto bene io provi per te.
    Io ho quasi quattro anni più di te e mi ricordo che quando eri piccolino, appena nato, ero sempre attaccata alla tua culla e stressavo la mamma perché potessi tenerti in braccio almeno un po’.
    Ti baciavo infinite volte sulla fronte e ti stringevo a me dandoti tutto il mio affetto di bimba.
    Te ne ho combinate tante… ti ricordi per esempio quando ti misi nel lavatoio… io avevo sei anni e tu quasi tre.
    Io lo feci seriamente per giocare a “lavarti”, non per bagnarti… la mamma mi sgridò fortissimamente e mi punì… ma tu ti stavi divertendo un sacco ed io pure nel versarti l’acqua sulla testa e sui tuoi vestiti. Poi c’era un sole accecante e caldissimo.
    Mi ricordo anche i primi giorni di scuola, quando tu eri in prima elementare, ed il fatto che io fossi più grande di te mi obbligava a tenerti sotto controllo, uscivamo insieme e la mamma ci attendeva trepidante fuori per darci subito una merenda che ci rinfrancasse dalle fatiche mattutine, e che noi mangiavamo volentieri durante il tragitto di ritorno a casa.
    La mamma è molto attaccata a te ed io ti confesso che ne sono gelosa… non ti dico poi per il papà che io adoro… ma vedo che mano a mano che il tempo passa anche lui è sempre più attaccato a te. Forse mi considerano grande quanto la mamma, già una donna, ed in effetti lo sono… ma dentro di me no. Io sono ancora piccolissima e vorrei giocare all’infinito, vorrei che mi coccolassero come quando ero piccola e aspettavamo che tu nascessi.
    Ma quei giorni non torneranno più per me.
    Sappi che ti voglio tanto bene, infinitamente; e scusami quando appaio scontrosa e mi isolo, ma non lo faccio apposta, è una mia reazione a qualcosa che stranamente mi opprime… e allora fuggo da me stessa.
    Tua sorella Maria


    Tratto sa
    FEGATO
    di Domenico Iannantuoni

  7. #67

    Visita alle Officine di Pietrarsa[1]

    Visita alle Officine di Pietrarsa[1]

    Un racconto mensile dal “vivo”


    Sabato 25 marzo 1860

    Oggi eravamo tutti galvanizzati e rumorosissimi mentre il nostro maestro faceva del suo meglio per chetarci in attesa dell’arrivo degli omnibus che ci avrebbero portato alle Officine di Pietrarsa per una visita di studio.
    La primavera ci era entrata nel sangue e la felicità sprizzava da tutti i nostri pori.
    Anche il direttore si aggiunse al maestro nel vano tentativo di zittirci un minimo senza alcun successo, finché spalancò le braccia in segno di rassegnazione e ci salutò avviandosi nel suo ufficio.Finalmente di lì a poco giunsero due omnibus con quattro cavalli per ognuno, che ci avrebbero condotti a Pietrarsa.
    Eravamo un po’ stretti nei posti perché la classe nostra era tutta al completo mentre il maestro si sedette di fianco al primo postiglione.
    Non vi dico gli schiamazzi che uscivano dalle finestre degli omnibus e le risate per ogni nonnulla. Il maestro stava tranquillo e rassegnato, anzi scherzava di tanto in tanto con il postiglione che accennava e sorrideva sotto i baffi finché disse:
    - Maestro, la primavera è come una malattia, non si può far nulla.
    Qui a Napoli tutta la gioventù viene presa da una voglia di vita infinita!- Ed il nostro maestro annuì.Arrivati che fummo davanti all’ingresso dello stabilimento di Pietrarsa e scesi dagli omnibus, finalmente il silenzio calò di nuovo tra le nostre fila ed il maestro poté riunirci in gruppo per entrare diligentemente nella fabbrica.
    Uscì dall’ingresso dello stabilimento un signore di media statura e vestito da militare che incontrò subito il nostro maestro per decidere il criterio della visita. Poi il nostro maestro ci disse:- Ragazzi, vi presento il Colonnello Luigi Corsi, direttore dello stabilimento, che ci farà da guida durante tutta la mattinata. Fate attenzione a tutto ciò che vi dirà e possibilmente prendete appunti durante i brevi momenti di pausa. Verranno con noi alcune guardie dello stabilimento per permettervi di mantenere l’ordine di visita e soprattutto per non disturbare le lavorazioni meccaniche in corso.
    Il Col. Luigi Corsi si fece avanti e disse:
    - Carissimi ragazzi è per me un vero piacere avervi ospiti in questo grande stabilimento industriale, vanto delle Due Sicilie nel mondo e voluto per merito del nostro Re Ferdinando II, che Dio lo abbia in pace.
    Si vedeva da subito che il colonnello aveva la grande fabbrica dentro di sé poiché iniziò a parlarne come se l’avesse costruita interamente lui…

    Pietrarsa, antico opificio borbonico 1840-1860[2]
    “Su la marina di Portici, scendendo a man destra del quadrivio denominato la Croce del Lagno, in que’ campi che Flegrei furon detti in greco, Cremani in latino (da cremare che vuoi dire bruciare) ed Arsi in italiano o Arzi, secondo il nostro dialetto, siede appunto l’opificio di Pietra arsa”.
    Queste parole, tratte dalla descrizione di Pietrarsa nella guida “Napoli e sue vicinanze” stampata da Gaetano Nobile nel 1845, meglio di ogni altro forniscono le origini del toponimo del luogo oggetto di queste note: Pietrarsa.
    In realtà non si trattava di un nuovo stabilimento ma un trasferimento di quell’opificio meccanico e pirotecnico realizzato nel 1830 in Torre Annunziata e traslocato nel 1837 in appositi locali nella Reggia di Napoli.
    In un primo tempo per la nuova installazione era stata proposta la Casina Cinese, costruzione solida ed ampia attaccata al fabbricato dei Granili; poi si preferì ampliare un’antica batteria costiera non più necessaria posta al confine tra San Giovanni a Teduccio e Portici.
    A tale scopo Ferdinando II di Borbone emanò in data 6 novembre 1840 un decreto per acquistare dei suoli confinanti con la citata batteria per realizzare il nuovo opificio meccanico e pirotecnico. In realtà si trattava di due pezzi di palude uno appartenente al barone Mirra e l’altro alla famiglia Schiani.
    “Uno stabilimento di dimensioni ed attrezzatura sufficienti a tutti i bisogni della Guerra, della Marina ed eventualmente delle costruenti Strade Ferrate” si rendeva necessario anche “perché del braccio straniero a fabbricare le macchine mosse dal vapore il Regno delle Due Sicilie più non abbisognasse”. Espletate quindi tutte le modalità, iniziò la costruzione del primo edificio per opera dei militari del battaglione zappatori del Genio militare comandati dal Magg. Cesare Mori.
    I lavori di trasporto e pesanti, invece, erano sostenuti “da gente proveniente dagli Stabilimenti di pena del Granatello e di Nisida”.
    L’area occupata dalle officine era limitata a N.E. dal tratto di ferrovia Napoli-Portici; a N.O. dal mare e dalla ferrovia, a S. e ad E. dal mare; posizione ideale per un trasporto dei prodotti e dei materiali che poteva essere effettuato facilmente sia da terra che da mare.
    Con riferimento alla piantina redatta dal Col. Cesare Mori all’epoca del completamento dell’Opificio, dopo aver attraversato la strada di ferro, due modesti cancelli in ferro immettevano su una strada sulla cui sinistra vi erano gli edifici della caserma che ospitava la numerosa compagnia di militari artefici e la chiesa, sulla destra altri locali della caserma e l’ingresso all’Opificio.
    Nel 1842, quindi a soli due anni di distanza dalla emanazione del Decreto, già erano stati completati il primo edificio ed i locali accessori dove vi lavoravano circa 200 operai tra tornitori, aggiustatori, forgiatori e falegnami sotto la direzione del Capitano d’artiglieria Luigi Corsi, che sarei io, e di altri ufficiali dell’esercito che mi coadiuvavano.
    Non a caso fu scelto quale direttore il Capitano Corsi, che sono sempre io; dicono che fossi già noto a Ferdinando II per la mia invenzione delle famose “palle incendiarie”, una sorta di granate inestinguibili nell’acqua e che per questo motivo molto efficienti nel colare a picco il naviglio avversario.
    Ma non è tutto: presso l’Opificio era stata istituita anche una scuola per la formazione degli ufficiali Macchinisti per la Marina da Guerra.
    Come noto, l’11 dicembre del 1843 fu inaugurata la Regia Strada Ferrata da Napoli a Caserta per Cancello, tratto di ferrovia interamente realizzato dai militari del Genio minatori e zappatori.
    Ed allora, perché non costruire anche le locomotive, visto che si disponeva del più grande Opificio Meccanico, primo nucleo di produzione industriale di tutta la penisola italiana?
    Scrisse infatti il Chiuriello, nel suo volume sulla storia di Pietrarsa, che “Nel 1847 lo stato dei lavori era molto avanzato, erano sorte:
    l’officina adibita alla lavorazione delle locomotive; la Gran sala delle costruzioni munita di macchine utensili, impianto di trasmissioni, banchi per aggiustatori e grandi gru a braccio girevole, le fonderie con forni fusori per la ghisa e pei getti di bronzo, il riparto per la lavorazione delle caldaie, con macchine utensili appropriate ed impianti idraulici; il riparto fucine con impianto di ventilatori, l’installazione dei grandi magli a vapore ed, infine, la Grande Sala dei modelli e gli ampi magazzini dei materiali di scorta.
    S’era ampliata la palazzina della direzione, arricchita d’una biblioteca e di un gabinetto di chimica”.
    Il completamento dei lavori si ebbe nel 1853 anno in cui nell’Opificio, che occupava oltre 30.000 mq., erano in funzione tutti i reparti di lavorazione “per rispondere alla produzione a cui era stato destinato”.
    Ferdinando II di Borbone, appassionato di meccanica, visitava spesso l’Opificio di Pietrarsa fermandosi a parlare con gli operai dei quali conosceva persino i nomi.
    Egli ascoltava i pareri, s’informava sulle loro necessità e poneva molto interesse alla “numerosa famiglia di lavoratori”. Durante le sue visite, il sovrano era quasi sempre accompagnato dai figli e dalla regina Maria Teresa per la quale era stata riservata una stanza nella stessa Palazzina della direzione.
    Purtroppo i primi tempi di vita dell’Opificio non furono privi di difficoltà perché l’industria straniera, specialmente quella inglese che aveva trovato nel Regno delle Due Sicilie un grande sbocco, si opponeva procurando difficoltà di ordine tecnico e politico. A ciò si aggiungevano l’Austria, che vigilava per impedire lo sviluppo della marina napolitana, e gli oppositori locali i quali, dichiarandosi ligi al passato, in realtà celavano “interessi inconfessabili”.
    Ma Ferdinando II non era stupido e gretto, con molta abilità e coraggio fronteggiò chi intendeva ostacolare lo sviluppo del progresso sociale nel suo Regno.
    Il 10 dicembre 1845 le Officine di Pietrarsa furono visitate da un ospite illustre: lo Zar Nicola I di Russia. L’Imperatore russo era venuto a Napoli su invito dello stesso Ferdinando II.
    ………………. Continua ……………



  8. #68

    Durante la visita, l’interesse dello Zar per il complesso fu tale che chiese di poter avere una pianta dello stabilimento per riprodurlo esattamente nell’area industriale di Kronstadt, in Russia.
    L’imperatore russo Nicola I era venuto nel Regno delle Due Sicilie per far trascorrere un periodo di convalescenza a sua moglie Alessandrina Feodorwna affinché “il suo stato di salute traesse dal clima un benefico giovamento”. Il felice viaggio, iniziato in Sicilia, si concluse a Napoli, dove la famiglia imperiale fu ospite presso il Palazzo Reale.
    A ricordo di questa sua visita, lo Zar Nicola I donò a Ferdinando II quella coppia di cavalli di bronzo posti a lato del cancello secondario del Palazzo Reale in Napoli. Essi sono opera dello scultore russo Pjotr Klodt Von Jurgensburg e rappresentano una copia di altri che si trovano a San Pietroburgo, ai lati del ponte Anitchkov. Essi furono portati a Napoli via mare con la nave da guerra russa Abo.

    .................................. contiua ...........

  9. #69
    Le lavorazioni di Pietrarsa
    In principio la produzione più importante riguardava le “opere pirotecniche per la guerra”, ovvero le citate palle incendiarie ed i razzi alla Congréve, un tipo di razzo pesante quattordici chilogrammi e con una gittata di oltre tre chilometri. L’ordigno, costituito da un involucro in lamiera di ferro, conteneva una carica di tre chilogrammi di materiale incendiario ed era dotato di un’asta direzionale lunga quattro metri avente il compito di stabilizzare la traiettoria. Si fabbricavano anche macchine diverse di guerra quali capsule fulminanti, cavalletti per i citati razzi (rampe di lancio), armi bianche, elmi per dragoni, affusti di ferro per cannoni, ferro configurato per lastre di canne di fucile, granate a palle piene, ecc.
    A Pietrarsa si realizzavano anche attrezzi per porti e cantieri navali e per gli Arsenali militari oltre a macchinari occorrenti per l’organizzazione dello stesso stabilimento. La produzione era tanto vasta da riguardare anche scale a chiocciola in ferro, bracci per lumi a gas,
    colonnati di ghisa o di altri metalli, grandi e piccole statue in ghisa di personaggi illustri e persino campane e gelosie in bronzo per le chiese del Regno. Furono costruiti a Pietrarsa i candelabri della scala grande del Palazzo Reale di Napoli ed il ponte sospeso in ferro gittato sul fiume Calore.
    Poi, quando nel 1843 fu aperta la Strada Ferrata Napoli-Caserta, con rescritto reale del 22 maggio fu ordinato che: “E’ volere di Sua Maestà, che lo stabilimento di Pietrarsa si occupi della costruzione delle locomotive, nonché della riparazione e dei bisogni, per le locomotive stesse, degli accessori dei carri e dei Wagons che percorrer devono la nuova strada ferrata Napoli – Capua”.
    Per poter ricoverare a Pietrarsa le locomotive appartenenti alla Regia Strada Ferrata, tra la stazione di Napoli di detta ferrovia e quella di Bayard per Nocera, era stato costruito un raccordo. In tal modo le macchine della regia ferrovia potevano raggiungere l’Opificio percorrendo un tratto della Napoli-Portici.
    Ricordiamo che per la citata ferrovia il Governo aveva acquistato, dal marzo 1843 al dicembre 1846, n. 14 locomotive costruite in Inghilterra alle quali furono dati i nomi di: Zeffiro, Aligero, Lampo, Veloce, Rondine, Silfide, Impavido, Impetuoso, Novelliero, Corridore, Vulcano, Iride, Eolo e Messaggero.
    Nel maggio 1848 fu costruita la Smith nelle officine della Regia Ferrovia e, nel dicembre dello stesso anno, iniziò la produzione presso l’Opificio di Pietrarsa con la costruzione di tre locomotive (Pietrarsa, Corsi e Robertson) che furono consegnate, rispettivamente, nel dicembre 1848, giugno 1849 e marzo 1850. Seguì, nell'aprile dello stesso anno, la locomotiva Duca di Calabria. Essa fu realizzata in tutte le sue parti a Pietrarsa ma fu montata nella stazione principale di Napoli della Regia Strada Ferrata.
    Visto il buon esito, altre 11 locomotive furono realizzate a Pietrarsa tra il luglio 1851 ed il giugno 1858: Vesuvio, Maria Teresa, Etna, Partenope, Fulminante, Sebeto, Sarno, Ercolano, Pompei, Pegaso e Centauro.
    In questo intervallo di tempo, nelle officine di Napoli fu costruita, nel marzo 1855, la Ferdinando II.
    Il 22 maggio del 1859 si spegneva a Caserta Ferdinando II e gli succedeva il figlio Francesco II. Nello stesso anno era sorta la necessità di costruire tre locomotive di maggiore potenza per la linea a forte pendenza Presenzano-S. Germano ed il Ministro delle Finanze per tale scopo era entrato in trattative con un tale Beltrame per far venire dalla svizzera Wyss Exher di Zurigo queste macchine.
    Ma vi è di più, in quello stesso anno l’attuale numero delle direzioni di artiglieria fu aumentato di un’altra unità che prese il nome di “15a Direzione di Artiglieria Pietrarsa”.
    Fino al 1860 presso il Regio Opificio di Pietrarsa, nel suo primo ventennio di attività, erano state costruite 20 locomotive con sistema Stephenson. Purtroppo le cose per il Ministro non andarono come previsto: il giovane re Francesco, sul rapporto n. 429 del 21 dic. 1859 diretto al Ministro stesso, annotò “Alla domanda di Beltrame per far venire dall’Estero le locomotive a doppia forza si rassegna il Sovrano divieto al riguardo e l’ordine di eseguire tale costruzione a Pietrarsa”.
    Locomotore “Duca di Calabria, anno 1850
    .................................. contiua ...........Le lavorazioni di Pietrarsa
    In principio la produzione più importante riguardava le “opere pirotecniche per la guerra”, ovvero le citate palle incendiarie ed i razzi alla Congréve, un tipo di razzo pesante quattordici chilogrammi e con una gittata di oltre tre chilometri. L’ordigno, costituito da un involucro in lamiera di ferro, conteneva una carica di tre chilogrammi di materiale incendiario ed era dotato di un’asta direzionale lunga quattro metri avente il compito di stabilizzare la traiettoria. Si fabbricavano anche macchine diverse di guerra quali capsule fulminanti, cavalletti per i citati razzi (rampe di lancio), armi bianche, elmi per dragoni, affusti di ferro per cannoni, ferro configurato per lastre di canne di fucile, granate a palle piene, ecc.
    A Pietrarsa si realizzavano anche attrezzi per porti e cantieri navali e per gli Arsenali militari oltre a macchinari occorrenti per l’organizzazione dello stesso stabilimento. La produzione era tanto vasta da riguardare anche scale a chiocciola in ferro, bracci per lumi a gas,
    colonnati di ghisa o di altri metalli, grandi e piccole statue in ghisa di personaggi illustri e persino campane e gelosie in bronzo per le chiese del Regno. Furono costruiti a Pietrarsa i candelabri della scala grande del Palazzo Reale di Napoli ed il ponte sospeso in ferro gittato sul fiume Calore.
    Poi, quando nel 1843 fu aperta la Strada Ferrata Napoli-Caserta, con rescritto reale del 22 maggio fu ordinato che: “E’ volere di Sua Maestà, che lo stabilimento di Pietrarsa si occupi della costruzione delle locomotive, nonché della riparazione e dei bisogni, per le locomotive stesse, degli accessori dei carri e dei Wagons che percorrer devono la nuova strada ferrata Napoli – Capua”.
    Per poter ricoverare a Pietrarsa le locomotive appartenenti alla Regia Strada Ferrata, tra la stazione di Napoli di detta ferrovia e quella di Bayard per Nocera, era stato costruito un raccordo. In tal modo le macchine della regia ferrovia potevano raggiungere l’Opificio percorrendo un tratto della Napoli-Portici.
    Ricordiamo che per la citata ferrovia il Governo aveva acquistato, dal marzo 1843 al dicembre 1846, n. 14 locomotive costruite in Inghilterra alle quali furono dati i nomi di: Zeffiro, Aligero, Lampo, Veloce, Rondine, Silfide, Impavido, Impetuoso, Novelliero, Corridore, Vulcano, Iride, Eolo e Messaggero.
    Nel maggio 1848 fu costruita la Smith nelle officine della Regia Ferrovia e, nel dicembre dello stesso anno, iniziò la produzione presso l’Opificio di Pietrarsa con la costruzione di tre locomotive (Pietrarsa, Corsi e Robertson) che furono consegnate, rispettivamente, nel dicembre 1848, giugno 1849 e marzo 1850. Seguì, nell'aprile dello stesso anno, la locomotiva Duca di Calabria. Essa fu realizzata in tutte le sue parti a Pietrarsa ma fu montata nella stazione principale di Napoli della Regia Strada Ferrata.
    Visto il buon esito, altre 11 locomotive furono realizzate a Pietrarsa tra il luglio 1851 ed il giugno 1858: Vesuvio, Maria Teresa, Etna, Partenope, Fulminante, Sebeto, Sarno, Ercolano, Pompei, Pegaso e Centauro.
    In questo intervallo di tempo, nelle officine di Napoli fu costruita, nel marzo 1855, la Ferdinando II.
    Il 22 maggio del 1859 si spegneva a Caserta Ferdinando II e gli succedeva il figlio Francesco II. Nello stesso anno era sorta la necessità di costruire tre locomotive di maggiore potenza per la linea a forte pendenza Presenzano-S. Germano ed il Ministro delle Finanze per tale scopo era entrato in trattative con un tale Beltrame per far venire dalla svizzera Wyss Exher di Zurigo queste macchine.
    Ma vi è di più, in quello stesso anno l’attuale numero delle direzioni di artiglieria fu aumentato di un’altra unità che prese il nome di “15a Direzione di Artiglieria Pietrarsa”.
    Fino al 1860 presso il Regio Opificio di Pietrarsa, nel suo primo ventennio di attività, erano state costruite 20 locomotive con sistema Stephenson. Purtroppo le cose per il Ministro non andarono come previsto: il giovane re Francesco, sul rapporto n. 429 del 21 dic. 1859 diretto al Ministro stesso, annotò “Alla domanda di Beltrame per far venire dall’Estero le locomotive a doppia forza si rassegna il Sovrano divieto al riguardo e l’ordine di eseguire tale costruzione a Pietrarsa”.
    Locomotore “Duca di Calabria, anno 1850
    .................................. contiua ...........

  10. #70
    Grande sala delle costruzioni


    Varcato il cancello per accedere agli spazi destinati all’Opificio, è stata eretta una grande fabbrica che da fuori sembra divisa in tre officine. Essa presenta due grandi portoni di ingresso laterali sui quali è scritto Montatura delle macchine ed un accesso centrale con la scritta Gran Sala delle Costruzioni.
    In questo grande padiglione, traversato per tutta la sua lunghezza da un binario, oltre alle due grandi gru a braccio girevole situate ai due lati dell’officina ed il piano girante nel centro, è installata una macchina motrice a vapore della potenza di 12 cav. a bilanciere Watt e con distribuzione variabile. Essa trasmette, mediante due alberi (uno a destra e l’altro a sinistra), il moto a due torni di Withworth, ad un perforatore dello stesso meccanico ed altri utensili tra cui due spianatoi l’uno di Sharp e l’atro di Collier. Al lato sud del reparto, sotto i finestroni, sono situati i banchi per limatori con 88 morse.
    Fucine e costruzione delle caldaie
    Questo reparto è formato da due corpi di fabbrica laterali raccordati da un grande arco sotto il quale passa il vialone principale. Questo arco è sormontato da un frontone sul quale si legge Fucine e costruzione delle caldaie.
    Nei citati padiglioni sono allocate una cesoia in grado di tagliare grandi lamine di ferro, una foratrice multipla per preparare le parti di una caldaia da tenere assieme con chiodatura, tredici fucine a due fuochi e due ad un fuoco per forgiare il ferro proveniente dal polo siderurgico della Mongiana, in Calabria. Il fuoco delle citate fucine era ravvivato da un unico ventilatoio azionato da una macchina a vapore sistemata all’esterno. Per utilizzare la ventilazione così prodotta occorreva aprire un rubinetto in dotazione a ciascuna forgia.
    …………….. continua

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