Cavaliere del lavoro: l’onorificenza a un infermiere di Mesagne
Coronavirus, Cavaliere della Repubblica: l’onorificenza a un infermiere di Mesagne


Antonio Capodieci lavora nell’ospedale Maggiore di Bologna e ha realizzato il video “Non sono un eroe, sono un infermiere”, la testimonianza del coronavirus divenuta virale anche all’estero





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Cavaliere del lavoro: l’onorificenza a un infermiere di Mesagne
MESAGNE - “Posso dire che è la cosa più assurda che mi potesse accadere. Ma la metà di questa onorificenza è della mia fidanzata per la pazienza e i consigli giusti che mi ha dato nei tre mesi così assurdi per me, per noi”: commenta con queste parole l’infermiere Antonio Capodieci dell’ospedale Maggiore Carlo Alberto Pizzardi di Bologna, la notizia del proprio decoro con l’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana ricevuta il 29 luglio. Un’onorificenza che col cuore divide con la compagna di vita e collega di lavoro che “ha filtrato il mio essere sempre tra le nuvole con la sua razionalità” prosegue l’infermiere originario di Mesagne.


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Cavaliere del lavoro: l’onorificenza a un infermiere di Mesagne
Antonio Capodieci vive e lavora a Bologna da quattro anni e al tempo del coronavirus ha vissuto la realtà del pronto soccorso dell’ospedale Maggiore in cui “ogni giorno passavano un sacco di persone in codice rosso, anziani in condizioni critiche, soprattutto tra marzo e aprile”. Così, con la passione per il cinema e la fotografia che, gli ha anche permesso di partecipare al progetto “Viaggio in Italia” del regista Gabriele Salvatores, ha iniziato a portare durante gli interminabili turni di lavoro, cavalletto, macchina fotografica, stabilizzatore, luci e tutto ciò potesse servigli per documentare una realtà cui troppo velocemente ci si è dovuti abituare.
“Sono stati mesi surreali in cui si rientrava a casa con le piaghe sul viso, facevi la doccia per disinfettarti e tornavi più o meno alla normalità. Rientravamo a casa con la paura di infettarci l’uno con l’altra perché la mia ragazza ha lavorato nel reparto Covid dell’ospedale. Io ero in pronto soccorso. Poi ci siamo abituati”. Il racconto di Antonio è simile a quello che hanno vissuto i tanti infermieri e medici che hanno lottato in prima linea quando tutti gli altri restavano a casa in quarantena. “Ma noi non siamo eroi come ci hanno definito. È la nostra routine. Così ho voluto ricordare che siamo gli stessi che vengono beffeggiati, maltrattati, presi a botte e insultati”. E l’ha fatto attraverso il cortometraggio “Non sono un eroe, sono un infermiere”, della durata di circa quattro minuti, che ha fatto il giro delle reti televisive Rai, pubblicato sulle testate online nazionali e internazionali e arrivato perfino in Messico, perché un inviata del tg messicano da Roma ha voluto condividere la testimonianza italiana.

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