Vaticano, 454 milioni in fumo e il conto del Papa saccheggiato: i retroscena dello scandalo



1 Ottobre 2020

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Uno scandalo finanziario di portata mastodontica, con 454 milioni di euro andati in fumo e il conto riservato del Papa, addirittura, finito nel mirino.
A raccontarlo è stata la Repubblica, che ha raccolto i risultati delle indagini svolte dai magistrati vaticani a partire dall’estate 2019 per far luce sull’acquisto del palazzo di Sloane Avenue.

Secondo il Promotore di giustizia Gian Piero Milano e il suo aggiunto Alessandro Diddi “la Segreteria di Stato finanzia l’operazione londinese con linee di credito del Credit Suisse e della Banca della Svizzera Italiana per 200 milioni di dollari garantite attraverso la costituzione del pegno di valori patrimoniali posseduti dalla Segreteria di Stato e rinvenienti nelle donazioni dell’Obolo di San Pietro”.
I soldi in questione sono quelli della carità di Bergoglio, l’obiettivo è l’acquisto di un palazzo a Londra il cui valore, però, sarebbe schizzato alle stelle.
I pm vaticani sottolineano come “prima della sottoscrizione delle quote da parte della Segreteria di Stato viene realizzata dai gestori del fondo una consistente rivalutazione contabile che, allo stato delle investigazioni, non sembra trovare una valida ragione economica”.
Regista dell’operazione, il finanziere Raffaele Mincione. Intorno, tante società che danno vita a una feroce lotta per spartirsi i soldi.
Nell’affare sarebbe così entrata la Gutt Sa, società lussemburghese posseduta da Gianluigi Torzi, finanziere considerato “ad alto rischio” e “con contratti – sempre secondo i pm vaticani – sottoscritti da monsignor Alberto Perlasca in qualità di procuratore del sostituto monsignor Edgar Peña Parra.
La Gutt Sa agisce come agente della Segreteria di Stato per gestire l’immobile.
E la Segreteria si impegna verbalmente a corrispondere a Gutt Sa una somma del 3 per cento pari a 10 milioni di euro”.
Uno dei misteri del caso è proprio la scelta del Vaticano di affidarsi a un soggetto come Torzi.
Fabrizio Tirabassi, all’epoca dei fatti parte dell’ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, ha raccontato di essere stato vittima di un ricatto, un tentativo di estorsione. Ma i pm, su questo, nutrono sospetti e pensano piuttosto a una messa in scena.
Fatto sta che l’operazione si era poi rivelata un disastro: “Le quote del fondo perdono 18 milioni euro. L’operazione Gutt Sa genera una perdita di 100 milioni.
In sintesi, a fronte di un esborso di 250 milioni, la Segreteria di Stato si trova proprietaria di un immobile che sulla carta varrebbe 260 milioni ma per assicurarsi la proprietà del quale alla fine dovrà sostenere un costo (al netto degli interessi dei mutui) pari a 363 milioni”.
Ad arricchirsi, in tutto questo, sono vari personaggi. Tra i quali l’avvocato Nicola Squillace dello studio Libonati Jaeger, che avrebbe ricevuto “200 mila euro per un generico incarico di consulenza legale, oltre 150mila per una serie di professionisti da lui indicati”.
Ci sono anche degli studi inglesi a mettere le mani sui soldi.
Senza che papa Francesco ne fosse al corrente, Tirabassi e monsignor Perlasca, all’epoca capo ufficio amministrativo della prima sezione della Segreteria di Stato, avrebbero messo le mani anche sul “Fondo Discrezionale di Ubs creato nel 2015 per le spese discrezionali del Santo Padre e dallo stesso autorizzate”, prelevando 20 milioni di sterline per Torzi che fattura 5 milioni come consulenza per altre operazioni immobiliari proposte al Vaticano.
Dalle carte dei magistrati vaticani emergerebbero poi anche altre operazioni finanziarie sul fronte della sanità, come la cartolarizzazione dei crediti avanzati da ospedali privati e cooperative nei confronti delle Asl.
O i legami tra il Vaticano e una cooperativa, la Osa, che grazie alla raccomandazione di Tirabassi avrebbe poi ottenuto un contratto record dall’ospedale pediatrico Bambino Gesù di proprietà della Santa Sede.


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