di Chiara Amati

Dopo 9 anni di ricerca congiunta tra Inrae e vivai Robin, in Nuova Aquitania sono stati raccolti alcuni tartufi bianchi al di fuori dell’area geografica naturale: l’annuncio dell’Istituto nazionale per la ricerca agricola francese potrebbe cambiare il mercato dell’oro bianco. E l’Italia?


«Se vogliamo dare un futuro al tartufo bianco d’Alba, non possiamo fare leva solo sulla natura, ma dobbiamo affidarci anche alla ricerca». Mauro Carbone, direttore del Centro nazionale degli studi del tartufo non si scompone dinanzi alla notizia secondo cui in Francia ci sarebbero le prime piantagioni del fungo simbionte più pregiato al mondo.
Almeno questo è quanto si apprende da una nota ufficiale dell’Istituto di ricerca pubblica sotto il patronato del ministero dell’Università e della Ricerca e del ministero dell’agricoltura e della pesca francesi: «Dal 2008 — si legge nel comunicato ufficiale —, dopo nove anni di ricerca congiunta tra INRAE (Institut national de recherche pour l’agriculture, l’alimentation et l’environnement) e i vivai Robin, sono state possibili sul suolo francese le prime piantagioni di tartufo bianco finalizzate alla sua coltivazione».
Il vivaio e le piante
In altre parole «un grosso vivaio francese — spiega Carbone — sta portando avanti una sperimentazione su come micorizzare le piante da tartufo bianco.
Non è il solo e non la prima volta che accade.
La differenza è che qualche timido risultato è finalmente arrivato.
I ricercatori — uno su tutti l’italo-francese Claude Murat che si è formato al Cnr di Torino maturando ottime competenze in materia — sono riusciti a condizionare le piante e ora, dopo una decina d’anni, si raccolgono i primi frutti». Pochi, per la verità, perché parliamo di meno di una decina, ma tanto basta a ipotizzare nuovi scenari.
La sperimentazione
Come si è arrivati al risultato lo rende noto lo stesso Istituto di ricerche d’Oltralpe: «Siamo partiti dalle piantagioni di roverella, la specie di quercia più diffusa in Italia, oltre che la pianta tartuficola per eccellenza, abbiamo preso le radici e vi abbiamo legato a micelio l’apparato vegetativo dei funghi.
Il tutto in alcune piantagioni distribuite su regioni con climi diversi, e cioè Rodano-Alpi, Contea di Borgogna Franche e Nuova Aquitania.
Dopo 2-8 anni, abbiamo rilevato permanenze di micelio anche in piante messe a dimora in zone climatiche differenti.
Il risultato principale?
La raccolta, nel 2019, di tre tartufi bianchi della specie Tuber magnatum in Nuova Aquitania e di quattro, nella stessa piantagione, nel 2020».
I risultati scientifici del lavoro sono stati pubblicati il 16 febbraio sulla rivista Mycorrhiza e poi dall’Inrae.
Il raccolto del tartufo bianco francese
«È la prima volta che un Tuber magnatum — fanno sapere dai Vivai Robin — viene raccolto in una piantagione nel Sud-Est della Francia, in Nuova Aquitania per l’esattezza, cioè al di fuori dell’area geografica di distribuzione del tartufo.
Ora la sfida è quella di cominciare a vendere alberi completi di spore di tartufo bianco».
«Sarebbe uno sviluppo importante per noi», ha sottolineato Michel Tournayre, presidente della federazione francese dei coltivatori di tartufo, anche perché i prezzi dei tartufi bianchi sono quasi tre volte superiori a quelli del tartufo nero.
La Francia attualmente produce circa 30 tonnellate di tartufi all’anno. Un primato salutato con grande soddisfazione da Joël Giraud, Segretario di Stato presso il ministero della Coesione territoriale e dei rapporti con gli enti locali, responsabile degli affari rurali, che ha spiegato come questo successo illustri «perfettamente la capacità di innovazione delle aree rurali che il governo sostiene e incoraggia».
Le reazioni
«Il risultato annunciato è molto interessante, perché la produzione di tartufo bianco per ora è stata spontanea: riprodurlo è un’idea romantica, su cui si fonda però il mondo dei ricercatori», aggiunge Carbone.
«E va bene, perché la produzione spontanea è rischiosa: le piante possono morire, seccare, essere abbattute da un fulmine... L’idea di riuscire a salvaguardarle e di aggiungerne alle preesistenti ci fa piacere. L’idea che ci possa essere una pianta in più da riproduzione sarebbe una bella storia che non c’entra nulla con la coltivazione».
E sul fatto che la Francia vorrebbe vendere le piante con le spore?
«Serve una cultura del prodotto, e in Piemonte c’è, un ambiente adatto, una situazione del terreno adeguata, una condizione meteo molto specifica, un microclima particolare.
Non si piantano come i pomodori che crescono dappertutto.
Si tratta di condizionare la pianta in modo che abbia più possibilità di sviluppare le micorizze che possono produrre tartufo bianco.
È esattamente quello che serve per integrare le tartufaie naturali.
Se riuscissimo ad avere equilibrio senza perdere piante, anzi aggiungendone, sarebbe perfetto».

https://www.corriere.it/cook/news/21_febbraio_18/tartufo-bianco-francia-dichiara-poterlo-coltivare-rischio-un-eccellenza-italiana-de11c7d2-71d5-11eb-893c-20b27ab3b588.shtml