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Discussione: 22 luglio 1943: la strage di Foggia

  1. #1

    carroarmato 22 luglio 1943: la strage di Foggia

    22 luglio 1943: la strage di Foggia
    Il racconto di nonno Giovanni
    Stazione_luglio_43.jpg


    Io sono originario di Casalnuovo Monterotaro, in provincia di Foggia.

    Quand'ero piccolo, nella mia casa, la minestra quotidiana era il pancotto: a volte con le patate, altre volte con le verdure selvatiche, qualche altra volta sotto forma di zuppa con ceci o fagioli, ma si trattava sempre della solita minestra. Solo la domenica si vedeva a tavola la pasta asciutta. Il pancotto era per noi il simbolo della nostra povertà.pancotto-1.jpg

    Quando sono andato a studiare nel seminario di Bisceglie, il menù cambiò totalmente: il pancotto non c'era più. Anche in seminario abbiamo sofferto la carestia, a causa della guerra, e un giorno ho visto perfino il rettore che piangeva perché non sapeva come fare per sfamare tanti ragazzi; alla fine mangiammo perché, non so per quale miracolo, riuscì a trovare dei cavoli.

    Tuttavia, all'inizio credetti di aver cambiato la mia alimentazione in meglio.

    Mi accorsi di quanto, invece, era preziosa quella semplice minestra che sapeva fare mia madre, col tempo, piano, piano... Arrivai perfino a sognare il pancotto, di notte.

    Quell'anno, era il 1943, erano sbarcati gli Americani in Sicilia ed i soldati tedeschi, che prima erano stati nostri alleati, ora erano per noi i più feroci nemici.

    Era terminato l'anno scolastico e si poteva tornare a casa. L'ansia di ritrovare i miei affetti ed i sapori di casa mia era fortissima...

    Decisi di affrontare il viaggio in compagnia di Giacomo, un ragazzo di Carlantino.

    Ben pulito e col vestito nuovo, ero già pronto da un pezzo ed aspettavo paziente l'amico. Questi però non si sbrigava mai, era di una lentezza esasperante...

    Perdemmo il treno e scaricai furiosamente la mia rabbia su di lui, perché mi toccò aspettare nella stazione di Bisceglie, oltre un'ora per poter salire su quello successivo.

    Viaggiai col cuore avvelenato dalla rabbia, ma quando, nei pressi di Foggia, il treno cominciò a rallentare ben altri pensieri occuparono la mia mente, poiché si vedevano in lontananza le rovine di un recente bombardamento.

    Ci fermammo in aperta campagna ed il controllore spiegò:

    <<Non possiamo andare avanti perché è stato distrutto il binario, la stazione ferroviaria e tutta la città di Foggia. Il treno che ci ha preceduto si è trovato sotto il bombardamento e i morti sono numerosi. Pare che siano stati gli Americani. Noi siamo stati più fortunati, ma adesso ognuno si deve arrangiare come può.>>

    Seppi, dopo, che c’erano state ben cinquecento incursioni, alcuni aerei volarono anche a bassa quota e bombardaro i civili che si erano riversati in strada e, addirittura, nei sottopassaggi ferroviari. foggia-bombardamenti.jpg
    Le bombe cadute sulla città di Foggia non si potevano contare, e neanche i morti, che furono circa un terzo dell'intera popolazione.stazionedifoggiabombardq.jpg

    Mi ritrovai tra i campi con la mia valigia di legno, spigolosa e pesante. Dovetti tornare a casa a piedi: erano oltre quaranta chilometri di strada e non trovai un'anima buona disposta a darmi un passaggio. La guerra aveva incattivito gli animi di tutti. Anche il pancotto dovette aspettare molto, ma n'ebbi salva la vita.


  2. #2

    1943, il martirio di Foggia e la memoria vacillante

    1943, il martirio di Foggia e la memoria vacillante




    Il 22 luglio 1943 ci fu, a Foggia la più tragica delle incursioni aeree che, nella estate del 1943, provocarono la morte di migliaia di inermi cittadini, e la distruzione del 75% dei fabbricati.
    Due anni fa, il settantesimo anniversario fu accompagnato da una imponente serie di iniziative, nella speranza che la città riuscisse finalmente a fare memoria di quella pagina drammatica della sua storia, rimossa o quasi dall’identità, dalla coscienza collettiva.


    Assai più dei decennali che lo hanno preceduto, il settantesimo è stato percepito e vissuto dalla città. Ma cosa è rimasto, due anni dopo?
    Poco e tanto…


    Le molte iniziative che vennero concepite due anni fa non hanno messo radici, come spesso succede a Foggia: è rimasta per esempio senza seguito l’idea di promuovere una banca dati che raccogliesse tutta la documentazione (fotografica, scritta ma anche orale) disponibile, e che potesse dare prospettiva più solide e certe a quella public history che pure aveva faticosamente cominciato a sedimentarsi attorno ai bombardamenti, all’occupazione alleata, alla successiva ricostruzione.


    Tra il tanto che quelle celebrazioni hanno lasciato va additato con forza il meraviglioso, struggente, rinvigorito, entusiasmante impegno civico e culturale del Comitato per il monumento alle vittime del 1943 che ha continuato a credere nella sua iniziativa, come già faceva prima del settantesimo, e come certamente continuerà a fare negli anni a venire, fino a quando la città non avrà saldato il suo debito di memoria.
    Va detto anche che le iniziative pro Monumento non si sono arenate all’indomani del settantesimo, com’è successo per altre, ma sono proseguite assieme a tutto il movimento0 di sensibilizzazione, sfociando in una delle sinergie culturali ed istituzionali più importanti che il territorio abbia mai partorito, ovvero l’accordo concluso tra Comitato, Accademia di Belle Arti e Comune di Foggia.


    Un’altra cosa, bella e importante, che quelle celebrazioni ci hanno lasciato è la definitiva presa di coscienza del ruolo strategico (per lunghi decenni sottovalutato dagli stessi foggiani) che la Città di Foggia ebbe nello scacchiere europeo della Seconda Guerra Mondiale.
    Foggia fu sottoposta ai brutali bombardamenti strategici non soltanto per l’importanza del suo nodo ferroviario, come s’era sempre pensato, ma anche per il posizionamento nevralgico del suo sistema aeroportuale, che sorgeva attorno al Gino Lisa.


    Mi chiedo se le penose vicende che in questi anni stanno interessando l’una e l’altro – la stazione ferroviaria e l’aeroporto Gino Lisa – non siano in fondo state determinate anche dalla ritardata presa di coscienza della loro importanza, da quel buco di memoria e di identità prodotto dalla tragica estate del 1943.
    Per quel che riguarda Lettere Meridiane, continueremo a lavorare perché il far memoria sia un fattore di ricostruzione dell’identità e di progettazione del futuro. Ricordo ad amici e lettori, che il blog mette a disposizione una pagina (1943, il martirio di Foggia) che raggruppa tutti gli articoli e le lettere meridiane sull’argomento. Per accedervi cliccate qui.

    http://letteremeridiane.blogspot.it/2015/07/1943-il-martirio-di-foggia-e-la-memoria.html

  3. #3

    19 agosto 1943: Il bombardamento aereo su foggia



    19 AGOSTO 1943:

    IL BOMBARDAMENTO AEREO SU FOGGIA
    Il racconto di Giuseppe de Troia




    Cronaca delle ore di terrore in rifugio antiaereo
    Sul bombardamento che subì Foggia 70 anni fa, il 19 agosto 1973 hanno già scritto L. Cicolella (1973), O. Tempesta (1995), A. Guerrieri (1996), ecc. ma pur con tanti particolari non si è descritto lo stato d'angoscia, l'incubo e il terrore di chi nei rifugi antiaerei, sotto l'uragano delle bombe si aspettava la morte da un momento all’altro, o peggio di rimanere sepolto vivo, magari dilaniato dalle esplosioni e forse senza speranza di soccorso.


    Erano circa le ore 11.45 quando l'urlo delle sirene risuonò sinistramente nell’aria. presagio di terrore e di morte.
    Le sirene di allarme ripetevano il loro caratteristico suono per tre volte consecutive, intervallate da una breve sosta di pochi secondi. Quella del nostro quartiere era installata sull'Istituto delle Suore Marcelline in corso Garibaldi, quasi dirimpetto alla casa della mia famiglia.
    Non era ancora terminata la terna di allarme ed ecco apparire la mamma che veniva su a casa per poter andare insieme ai rifugio antiaereo predisposto nei seminterrati delle Marcelline.
    In casa eravamo io, due sorelle ed un fratello.
    La mamma si affrettò a togliere i panni stesi ad asciugare fuori dal balcone fin dal mattino.
    Vi era una prescrizione che vietava di tenere esposto qualsiasi panno su balconi, terrazze e finestre durante l’allarme, come pure tenere accese notte tempo luci visibili dall'esterno in tale evenienza.
    E mentre le sirene davano ancora l'ultimo avviso, una prima scarica di bombe sulla città fece tremare tutta la casa, con polvere e piccoli calcinacci dalle pareti.
    II terrore allora s'impossessò di noi che scendemmo di corsa le scale per correre verso il rifugio, mentre lo spavento frenava le gambe della mamma che non riusciva a correre: "andate avanti voi, correte, vi raggiungerò", esclamava con angoscia.
    Ma nessuno di noi osò lasciarla: la sorella grande la prese con forza sotto braccio e l’aiutò a camminare più veloce.
    Raggiungemmo il rifugio distante una trentina di metri, mentre le bombe cadevano, fra il sibilo degli aerei in picchiata, il fragore delle esplosioni, il sussulto e la polvere degli edifici.
    Il rifugio, costituito da alcuni locali interrati sotto l’edificio di due piani dell'Istituto delle Marcelline, aveva il soffitto rinforzato da una fitta intravatura di legno a guisa di pilastrini per l'evenienza di crolli superiori a seguito di bombardamento. Quando entrammo vi era già molta gente e le suore che ci accoglievano facevano da guida lungo le scale. Dopo alcuni minuti in cui si udiva il rombo cupo delle formazioni da bombardamento ed il crepitio dell'artiglieria contraerea, si sentì il sibilo degli aerei in picchiata e dei caccia, seguito dalla fragorosa caduta delle bombe che provocavano sommovimenti sussultori di tutto l'edificio, mentre nubi di polvere scendevano dalle scale e dai lucernari
    Eravamo in preda al terrore di rimanere sepolti vivi sotto le macerie, mentre l’angoscia per il babbo che non era con noi, aumentava quell’incubo di morte. Dopo pochi minuti un altra scarica di bombe fece di nuovo sussultare l'edificio, mentre le urla di disperazione e di terrore dei rifugiati accrescevano la drammaticità di quella scena. Molti uomini in piedi lungo le pareti, tesi e pallidi in volto. La maggior parte dei rifugiati erano ginocchioni per terra davanti ad un’immagine della Madonna dei Sette Veli, patrona di Foggia, mentre una suora in ginocchio implorava recitando continuamente preghiere.
    Poi la preghiera divenne offerta di sofferenze, non solo dell'animo ma pure del corpo, perché la suora in ginocchio per terra, nel momento più drammatico, curva fino a terra, pose le mani sotto le ginocchia a schiacciare le dita.
    Era la preghiera e l'offerta che scaturiva dalla disperazione di momenti estremi per il pericolo di morte imminente.
    D’improvviso la luce mancò: era stata colpita la cabina elettrica.
    Piombammo nel buio, rischiarato solo da code di luce che scendeva da piccoli cunicoli in comunicazione con i lucernari che affacciavano su corso Garibaldi e dai quali entrava polvere ad ogni caduta di bombe.
    Di tanto in tanto affluivano persone che non avevano potuto rifugiarsi dall’inizio. Noi puntavamo continuamente lo sguardo su di loro per vedere se scendesse anche il babbo; ma nulla.
    L’incursione aerea si succedeva a ondate successive intercalate da brevi interruzioni. Durante una delle ondate la forza delle esplosioni, dei boati e dello scuotimento dell'edificio fu di tale intensità che avemmo la certezza che l’edificio sotto cui eravamo fosse stato colpito e noi fossimo rimasti sepolti sotto le macerie. L’incubo ed il terrore erano al massimo: quello che spaventava maggiormente era la paura di rimanere vivi sotto cumuli di macerie, forse senza speranza di aiuto ed essere salvati in quel caos di distruzione e di inefficienza del pubblico soccorso. La sorellina piccola per non udire i boati delle bombe e le urla dei rifugiati, infilati i mignoli nelle orecchie premeva con tanta forza da ferirsi.
    Cessata l’ondata, volli risalire le scale per vedere se veramente eravamo sepolti; ma le scale imbrattate di polvere e calcinacci erano libere fino all'uscita su corso Garibaldi ove mi affacciai per vedere se arrivasse il babbo. Del babbo ancora nulla all'orizzonte. Solo dopo altre ondate di bombe, verso le 13,30, in uno degli ultimi intervalli, si vide di lontano, all'altezza del tabacchino di "donna Peppinella”, vicino alla Banca d’Italia (l’autore si riferisce alla vecchia sede dell’Istituto, che attualmente ospita l’Accademia di Belle Arti, n.d.r.), venire un po’ correndo ed un po' a passi svelti il babbo che avanzava tra le pietre di cui era ingombra l’intera strada.
    Quale gioia provocò la vista e l’arrivo del babbo che ci abbracciò: tutti salvi dopo tanta catastrofe aveva impiegato oltre due ore per giungere, fra un’incursione e l'altra, da via La Rocca (traversa di Corso Cairoli) fino a noi ! Ancora qualche altra ondata di bombe (la settima) e verso le 15 uscimmo dal rifugio per andare a casa.
    Ai nostri occhi si presentò il corso Garibaldi, fino a tre ore prima ridente di vita con due filari di palme e oleandri, tutto ostruito da enormi cumuli di macerie di case diroccate. L'edificio dirimpetto alle Marcelline, a 20 metri di distanza era scomparso in un grande cumulo diroccato, così un'ala delle Marcelline; analogamente s'intravvedevano ammassi di macerie a macchia di leopardo. Trovammo la casa tutta piena di calcinacci e vetri rotti, mentre tutte le imposte di balconi e le finestre erano state violentemente spalancate dagli spostamenti d’aria prodotti dalle esplosioni. Mi affacciai sul balcone della mia stanza su via Zodiaco e vidi che le case di fronte, a dieci metri, non esistevano più vi erano persone che piangevano disperatamente i famigliari sepolti, cercando di rimuovere manualmente tufi e materiali
    Su corso Garibaldi si vedevano passare carrettini a mano, con sopra morti e feriti, diretti all'ospedale in via Arpi. A casa, dai rubinetti non usciva più acqua, mentre la sete faceva sentire il pungolo irresistibile. Non vi erano bottiglie di riserva perché tale precauzione non si era ancora resa necessaria in quanto nessun evento l'aveva in precedenza provocata. Come soddisfare la sete?
    Vi era una tazza ove la mattina avevo fatto colazione con latte e caffè, dopo di che era stata lasciata con un po' d'acqua per essere poi risciacquata; nel frattempo in quella tazza erano caduti polvere e calcinacci, dovetti bere quel poco d'acqua di color marroncino con infuso di polvere e calcinacci. Nel pomeriggio, verso le 17,30, il babbo volle andare in via Zuppetta per vedere cosa era successo della nostra casa di proprietà data in fitto.
    Tornò piangendo, dicendo che ormai non possedevamo più nulla perché ridotta ad un cumulo di pietre.
    Le strade intanto si animavano di persone che con carichi di masserizie si allontanavano rapidamente dalla città. Questa processione di profughi si protrasse fino a tarda sera. Giunse la notte e la città restò buia, piena ai macerie e quasi del tutto spopolata. Pochissimi erano ancora in città. Verso le 23 andammo a letto a lume di candela. Dormivamo semivestiti ed angosciati da due ore, quando un’illuminazione improvvisa del cielo ed il rumore di pesanti scarponi di un gruppetto di soldati in fuga verso la campagna ci fecero intendere che una nuova incursione aerea era sopra di noi, anche se, per mancanza di elettricità e per il dissesto generale, le sirene non davano più l'allarme.
    La luce proveniva infatti dai razzi illuminanti che i bombardieri avevano lasciato cadere, prima di sganciare sulla città in rovina i loro carichi di bombe.


    ......................... cotinua ...........

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  4. #4

    La fuga verso Lucera

    La fuga verso Lucera

    La fuga dei soldati verso la campagna era in quel caso il miglior rifugio che a noi non era stato insegnato. Dopo qualche minuto infatti si udì il sibilo degli aerei in picchiata ed il nuovo martellare delle bombe sulla città Piombati dal letto e vestiti alla men peggio, non potemmo accedere al ricovero delle Marcelline perché queste erano già andate via nel pomeriggio, profughe, ed avevano chiuso l’edificio.
    In tale altro sconforto, non ci rimase che scendere in un locale del pal. Trifiletti di fronte a casa (è il palazzo attualmente pericolante e transennato, posto tra le Marcelline e l’ex cinema Garibaldi. n.d.r.).
    Era un sotterraneo più profondo, non allestito a ricovero, buio, dalle pareti senza intonaco o senza pavimentazione. Eravamo un gruppetto sparuto di 6-7 persone al lume di una candela, in un ambiente tetro e abbandonato ove avremmo fatto meglio a non scendere per ogni evenienza, e per giunta senza alcuna speranza di soccorso. L’incubo durò circa 40 minuti con altre tre ondate di bombardamenti. Poi, dopo un'altra mezz'ora uscimmo spontaneamente perché, come anzidetto, non vi erano più le sirene ad annunciare il cessato allarme con suono continuo. Tutto ormai era in rovina.


    Quel bombardamento notturno, la grande desolazione della città tutta in rovina ed ormai totalmente vuota ai abitanti, l’assoluta impossibilità di poter riprendere l'attività lavorativa, fece decidere i miei genitori a partire l'indomani mattina: meglio salvare la vita e vivere meno angosciati. In 3-4 ore complessive di quel giorno, Foggia perdette circa 10.000 cittadini.
    La mattina dopo, su un carro a quattro ruote tirato da un solo cavallo, carico di persone, partimmo verso le 9 alla volta di Lucera.
    Recammo con noi pochissimi indumenti personali, i gioielli e qualche altra cosa necessaria, nella convinzione di dover rientrare quanto prima. Quando iniziò la strada in salita, il cavallo, tutto grondante di sudore, non riusciva a farcela. Fu d’uopo che gli uomini e i ragazzi scendessero per seguire a piedi. Si arrivò a Lucera verso le 12.30. Quell'esodo durò più di un mese, durante il quale la città di Foggia rimase completamente disabitata, in balia di ladri e malviventi.
    Da Lucera sentimmo gli altri bombardamenti su Foggia: del 25 e 31 agosto e l'ultimo del 6 settembre.
    Complessivamente circa 20.000 morti.
    Nel settembre, avendo l'Italia firmato l’armistizio, i tedeschi in ritirata posero una mitragliatrice con una pattuglia di armati su ciascuna delle strade di accesso a Foggia, vietando a chiunque l'ingresso in città.
    Ricordo questo evento perché da Lucera, mio padre ed io dovevamo raggiungere Foggia con un calesse. Usciti da Lucera, dopo circa 100 metri trovammo sulla statale per Foggia ia pattuglia dei tedeschi con la mitragliatrice piazzata al centro della strada che ci vietò il passaggio. Vi fu qualcuno che pensò di ovviare passando per stradine laterali, ma scoperto da: binocoli dei tedeschi gli si puntarono contro i fucili e sarebbe stato fulminato se le grida di coloro che da lontano videro la scena non lo avessero fatto ripiegare indietro.
    Questo divieto di accesso a Foggia da parte dei tedeschi durò poco meno di una settimana.
    I loro camerati stavano saccheggiando la città: con i camions e i cavi d’acciaio sventravano le porte dei negozi, magazzini depositi, uffici, ecc. caricando e portando via sugli autocarri quanto ritenevano di loro utilità. Anche il nostro esercizio ebbe le porte sventrate. Era il tipico saccheggio bellico che si operava allorché i militari occupavano terre nemiche.


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  5. #5

    Estate 1943: perché gli Alleati si accanirono così ferocemente su Foggia?

    Estate 1943: perché gli Alleati si accanirono così ferocemente su Foggia?

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    Per trovare una risposta esaustiva a questo inquietante interrogativo sarebbe necessario studiare ancora, recuperare documenti e dati. L’impressione è che di quella tragica estate non si sappia ancora tutto.
    E allora, perché tanta virulenza verso Foggia e i foggiani?
    Per l’importanza del suo nodo ferroviario, è quanto ho sentito ripetere fin da ragazzo. È vero, ma solo in parte. Bombardare la ferrovia per impedire alle truppe tedesche di movimentare uomini, merci e derrate era un obiettivo tattico. Quello strategico era un altro: impossessarsi del Gino Lisa e della rete di aeroporti che gravitava attorno allo scalo.
    Una testimonianza decisiva e definitiva in merito è quella di Lord Harold Alexander, conte di Tunisi, feldmaresciallo dell’esercito britannico e comandante in capo degli eserciti alleati in Italia. In pratica, fu il militare che diresse la campagna d’Italia, dal 3 settembre del 1943 al 12 dicembre del 1944.
    Di quella esperienza Lord Alexander ha lasciato un dettagliato rapporto scritto, inviato il 19 aprile 1947 al Segretario di Stato per la Guerra inglese. Il rapporto è stato reso pubblico il 12 giugno del 1950, quando è stato dato alle stampe quale supplemento delle London Gazete, che è il più antico quotidiano britannico, governativo, insomma la Gazzetta Ufficiale d’oltre Manica. [Potete leggere e/o scaricare il prezioso documento cliccando qui.
    ]
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    La lettura del documento rivela particolari preziosi e sotto diversi aspetti inediti sul ruolo che ebbero Foggia e i suoi aeroporti nello scacchiere e nel teatro bellico europeo.
    L’alto ufficiale inglese è chiaro: “la cattura dei numerosi aeroporti di Foggia per l’utilizzazione da parte della nostra Aviazione Strategica era uno dei nostri primi obiettivi in Italia”.
    In effetti, l’offensiva pianificata dal Lord, prevedeva quattro fasi distinte: “la prima era il consolidamento della nostra posizione attuale sulla linea Salerno-Bari; la seconda era impossessarci del porto di Napoli e del centro aeroportuale di Foggia; la terza mettere in sicurezza Roma e i suoi aeroporti, e l’importante strada e ferrovia di Terni.
    Per la fase successiva ho indicato quali eventuali obiettivi il porto di Livorno e i centri di comunicazione di Firenze e di Arezzo.”
    Insomma Foggia aveva dal punto di vista degli Alleati una importanza cruciale, di cui non si resero del tutto conto né il comando militare italiano, né quello nazista. E per niente i foggiani, che ritenevano anzi di essere al riparo del rischio di incursioni aeree nemiche.
    L’autore del Rapporto si sofferma doviziosamente sulla preparazione dell’assalto a Foggia. Le forze alleate raggiungono il porto di Taranto il 18 settembre. Quattro giorni, dopo, il 22, una forza speciale si porta via terra a Bari per lanciare l’operazione mobile che il successivo lunedì 27 settembre, conquista il capoluogo dauno e la sua rete aeroportuale. Nel frattempo, tutto il sud-est della Puglia viene liberato dai nemici, senza che gli Alleati incontrino particolare resistenza. Non sarà lo stesso per l’altro obiettivo, il porto di Napoli, per conquistare il quale gli americani dovranno combattere strenuamente.
    Una volta conquistata Foggia, si pose il grosso problema logistico di “acquartierare” l’VIII Armata. In proposito Lord Alexander rivela alcuni importanti particolari: “Il più serio e urgente problema era il rischio di un completo blocco circa il mantenimento dell’VIII Armata”.
    Ma era un pericolo che era stato messo in preventivo. “Avevamo deliberatamente deciso di affrontare il rischio logistico, pur di ottenere l’urgente e vitale vantaggio” che l’operazione aveva permesso.
    Prendere Foggia valeva bene un po’ di viveri scarseggianti e di disordine amministrativo, si potrebbe osservare.
    Tra i problemi più gravi che il quartier generale si troverà a dover affrontare c’era il fatto che gli aeroporti non erano attrezzati per tutte le stagioni. Fu necessario trasportare grandi quantità di acciaio per consentire la costruzioni degli hangar e dei locali per gli aviatori.
    Più avanti, Lord Alexander rivela un particolare per me del tutto nuovo che non soltanto conferma, ma addirittura esalta la nevralgica importanza della rete aeroportuale foggiana nello scacchiere europeo della seconda guerra mondiale, introducendo ulteriori e importanti elementi di conoscenza.
    “Inizialmente – racconta il feldmaresciallo – era stato deciso di allocare la Direzione Strategica Aerea (Strategic Air Force) nelle basi presso Roma, quando sarebbero state conquistate. Ma il 15 settembre questa decisione venne modificata: la struttura operativa andava trasferita il prima possibile, nei diversi aeroporti attorno Foggia.” Notate la data: 15 settembre, ovvero 12 giorni prima della cattura di Foggia e dei suoi aeroporti.
    Il feldmaresciallo non motiva il repentino cambio, ma i fatti gli hanno dato ragione. Collocare la Strategic Air Force a Roma sarebbe stato possibile qualora i Tedeschi si fossero ritirati dalla Capitale. Invece il comando germanico avrebbe scelto di resistere a sud di Roma, attestandosi su quella che passerà alla storia come Winter Line, e che innescherà epiche battaglie come quelle di Monte Cassino e Ortona. Il buon Harold si rivelò lungimirante.
    Il Lord fornisce un elenco dettagliato delle diverse strutture operative che sarebbero state trasferite a Foggia, entro il mese di dicembre del 1943: per intero la Tactical Air Force e la Strategic Air Force, parte della Coastal Air Force, il reparto di ricognizione fotografica denominato Photographic Reconnaissance Wing, il Troop Carrier Command (comando trasporto truppe), unitamente alla maggior parte dei comandi logistici e di supporto.
    Foggia diventò, suo malgrado, anzi senza neanche saperlo, il cuore e la testa delle strategie aree alleate nell’Europa meridionale.
    Dal Gino Lisa e dai suoi aeroporti satelliti che facevano parte del Foggia Airfield Complex partiranno i raid verso le maggiori basi europee, dando un contributo deciso alla sconfitta del nazifascismo ed alla vittoria alleata.
    Geppe Inserra
    Nelle foto: 1) Lord Harold Alexander, alla sue spalle la cartina che dimostra la centralità del Foggia Airfield Complex. 2) La copertina della London Gazete.


    http://www.letteremeridiane.org/2019...-J6caMpaTTy_Qw

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