Pagina 1 di 6 123 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 55

Discussione: Casalnuovo Monterotaro (FG)- Auto biografia di ANTONIO IOSA

  1. #1

    Cool Casalnuovo Monterotaro (FG)- Auto biografia di ANTONIO IOSA

    Auto biografia

    di

    ANTONIO IOSA

    “venne poi il vento e portò
    2.jpg
    via i miei capelli e la sfiga”
    LA MIA VITA oltre la sfiga
    dALLA TERRA DEL SILENZIO

    ALLA PIANURA PADANA


  2. #2

    Capitolo 1 - La famiglia Fanciullezza (fino a 10 anni)

    Capitolo 1 - La famiglia

    Fanciullezza (fino a 10 anni)

    Antonio Iosa :Il mio paese


    Sono nato l’11 febbraio 1933 a Casalnuovo Monterotaro, un paese della Daunia, l’area subappenninica della provincia di Foggia
    Il paese confina a nord-est , separato dal fiume Fortore, con i due comuni del Molise,Colletorto e San Giuliano di Puglia; a sud coi Comuni di Casalvecchio e di Castelnuovo della Daunia; ad ovest coi comuni di Celenza e di Carlantino.
    Il paese, considerato sempre centro agricolo, sorge a 432 m. sul livello del mare e, nel 1933, contava una popolazione di oltre 5.000 abitanti, distribuiti su di una superficie territoriale di Kmq. 48,17. Abbondavano, all’epoca, piccole e medie aziende agricole, l’artigianato era fiorente e le industrie, come ora, inesistenti.
    Il primo censimento della popolazione italiana del 1861 registrava 3.563 abitanti. La massima espansione demografica di Casalnuovo fu raggiunta nel censimento del 1951, aggiungendo
    ben 6.277 abitanti. Da tale anno gli abitanti, per effetto dell’esodo migratorio, sono ostantemente diminuiti, tanto che, all’ultimo censimento del 2001, la popolazione non raggiunse duemila unità.
    Casalnuovo Monterotaro è rimasta coinvolta nel grave terremoto che ha colpito i limitrofi comuni del Molise, alle ore 11.32 del 31 ottobre del 2002.
    A San Giuliano di Puglia, epicentro del erremoto, è avvenuta la strage di 27 bambini e 1 insegnante, sepolti sotto le macerie della scuola, e di due donne nel crollo delle loro case. Al momento del sisma nella scuola c’erano 62 persone: 56 alunni, 4 maestre e due custodi. Le persone tratte in salvo sono state 35, per altre 29 non vi è stato scampo. Il bilancio complessivo dei feriti ammonta a 75 persone
    A Casalnuovo ben il 70% delle abitazioni sono state lesionate dal sisma , di cui oltre il 15% hanno avuto il crollo della volta, ma, per fortuna, non si sono contate vittime, anche se la paura è stata grande e i danni molto estesi anche nelle masserie agricole, quasi tutte crollate.
    Il paese è stato dichiarato disastrato ed è l’unico di tutta la provincia di Foggia ad avere avuto ingenti danni, perché è geograficamente posto proprio sul territorio di confine con il Molise con i comuni di Colletorto e San Giuliano di Puglia. L’antica mappa non contemplava il rischio sismico, per quest’area del subappennino dauno e dei monti Frentani. La riclassificazione del servizio sismico nazionale, messa a punto nel
    1998, invece sì.
    I paesi erano a rischio e non lo sapevano.
    Dopo il disastro del terremoto Casalnuovo è praticamente morta, molti anziani si sono rifugiati definitivamente presso i figli immigrati nelle diverse città italiane e solo il silenzio regna
    sovrano in un paese che vive tra molta tristezza e senza futuro per i pochi e coraggiosi superstiti
    costretti a restare.
    alcuni anni è in atto una difficile opera di ricostruzione del paese, le ferite del sisma sono tuttora aperte.


  3. #3

    Antonio Iosa: La mia famiglia

    Antonio Iosa: La mia famiglia

    Sono il terzo dei sei figli di Maria Giuseppa Gentile, comunemente chiamata Giuseppina, nata nel 1902 e di Giuseppe Iosa nato 1898. Prima di me, sono venuti alla luce Giovanna
    (1927), Michele (1930), io (1933), dopo: Luigi (1935), Angiolina (1939) e Lucia, che morì pochi mesi dopo la nascita. Noi figli, tre maschi e
    una femmina, siamo attualmente tre ancora viventi, mentre la sorella maggiore Giovanna è deceduta nell’agosto del 2007, dopo la morte della sorella maggiore Giovanni e del fratello maggiore Michele.
    In appena dodici anni, i miei genitori scodellarono sei figli, formando una famiglia numerosa, come era abitudine tra i contadini della zona. I nonni paterni avevano ben undici figli e quelli materni cinque.
    Da bambino ho conosciuto solo la nonna paterna, gli altri nonni erano già tutti morti e ne sentivo soltanto parlare tra il parentado, ch’era molto vasto.
    I miei genitori appartenevano entrambi a famiglie benestanti, perché erano dei proprietari terrieri, una categoria sociale che, all’epoca, poteva considerarsi la borghesia del Sud Italia.
    Dopo il matrimonio, essi però caddero in rovina economica; un fenomeno ricorrente nel mondo
    contadino, ove capitava spesso che famiglie benestanti si riducessero in miseria.
    A quei tempi il fallimento era considerato un’irreparabile catastrofe economica, ma anche un marchio di disonore. Cosa ingiusta si capisce; ma a quei tempi era così.
    Non ho mai approfondito i motivi reali di tale crollo economico da parte dei miei genitori. In famiglia e tra i parenti si attribuiva la causa
    principale alla morte del nonno paterno, che aveva contratto dei debiti. Il primo e il terzo figlio, fra cui mio papà (essendo il secondogenito residente a Roma), furono costretti a onorare le
    cambiali sottoscritte dal loro padre Michele e a vendere, purtroppo, tutte le proprietà, persino la
    palazzina dove abitavano.
    Per quanto riguarda mamma, la vicenda fu più semplice. Alla morte di suo padre Antonio, di cui porto il nome, l’eredità fu suddivisa tra i cinque figli.
    A mia madre toccarono in eredità le frattaglie dei terreni posseduti.
    Infatti la frammentazione della proprietà era tanto marcata, che a mia madre furono assegnati solo alcuni fazzoletti di campi in località sparse e lontanissime dal paese.
    Zia Maria Rocca Gentile, la sorella maggiore di mamma, morì abbastanza giovane e i quattro
    figli, miei cugini, si ritrovarono con una matrigna che fece di tutto per tenerli lontani dagli altri parenti, soprattutto da noi che ci trovavamo in rovina economica o, come si suole dire in termini dialettali, eravamo andati “abbascia fortuna”.
    Questi miei cugini, essendo coltivatori diretti o mezzadri, appartenevano al ceto benestante.
    Per questo motivo non li ho mai conosciuti e per tutti i miei familiari erano degli estranei. La mentalità paesana emarginava i parenti caduti in miseria.
    S’interrompevano anche i rapporti di parentela fra quelli ricchi e quelli poveri, soprattutto quando c’era di mezzo una matrigna.
    Ho moltissimi ricordi dell’infanzia, pur trascorsa in dignitosa povertà.
    So per certo che, in fasce, ero un bimbo piagnucoloso di giorno e di notte. Nell’età d’intendere e di volere seppi che la matrigna di mia madre, nativa del vicino comune di Casalvecchio di Puglia, veniva a dondolarmi nella culla per acquietare il mio pianto stridulo,
    anzi spesso la rovesciò nel tentativo di accelerare il moto per conciliarmi il sonno.
    I ricordi della mia primissima infanzia riaffiorano numerosi. In paese non esistevano asili infantili
    pubblici. Vi erano, però, delle “bigotte” o donne di chiesa, nubili, che figuravano sempre in prima fila nelle cerimonie religiose. Erano chiamate anche “monache di casa”o perché costrette a rimanere zitelle e, a volte, anche per scelta di vita (oggi sono di moda “i single”), perché accoglievano dei bambini da custodire.
    Anch’io sono andato da “Zia Monica”, soprannominata “Piscimbetta”.
    In paese tutti avevano un soprannome, ad esempio mia madre veniva chimata “Giuseppina Tarallo”, anche se di cognome metteva Gentile.
    Portavo con me un piccolo cestino, che conteneva un tozzo di pane da mangiare e, insieme ad altri bimbi, imparavo a recitare preghiere e giaculatorie, a cantare inni religiosi e filastrocche, a fare dei giochi,
    che poi ripetevo con altri coetanei, quando, a frotte, percorrevamo le
    strade del paese.
    Mi è difficile conteggiare il grande
    stuolo di cugini e cugine, zie e zii,
    che ogni tanto incontravo a casa
    della nonna materna in varie circostanze liete o tristi, soprattutto nei matrimoni e nei funerali. Un affetto speciale era riservato a zia Graziella, sorella di mia madre, che era nubile e, quindi, ci trattava come fossimo suoi figli.
    Era la più attenta e sensibile ai bisogni della nostra famiglia.





  4. #4

    Antonio Iosa_Il mio albero genealogico

    Antonio Iosa_Il mio albero genealogico

    Il mio albero genealogico risale al XV secolo. Il casato Iosa ha lasciato antiche e nobili memorie in Sicilia e nel Regno di Napoli.
    In Sicilia possedette il feudo di Camastra col titolo di “Barone” e godette nobiltà a Messina.
    Nel corso dei secoli la casata si diramò in Puglia con i due capostipiti Michele e Sebastiano
    Il primo generò il ramo fiorito a
    Carlantino; il secondo generò il ramo, a Casalnuovo Monterotaro, da cui nacque, il 16/5/1842, il mio bisnonno paterno, Nicola, che ebbe un unico figlio, Michele, e morì a settantacinque anni. Nonno Michele vide la luce l’8/10/1874, sposò Angiolina Celeste e si
    spense nel 1928, dopo avere generato undici figli.
    Il primogenito Nicola, nato 31/01/1895, morì in paese. I suoi sei figli emigrarono, in anni diversi, chi a Roma, a Torino, a Casalvecchio di Puglia e a Celenza Valfortore; solo una figlia rimase sul posto. Il secondogenito, Matteo, nato il 29/6/1896 emigrò a Roma nel primo dopoguerra e vi morì dopo aver avuto quattro figli.
    Il terzogenito, mio padre Giuseppe, nato 1/05/1898 emigrò, a Milano nel secondo dopoguerra e vi morì dopo aver generato sei figli. Il quartogenito, Michelantonio il 4/06/1900, emigrò a Torino nel secondo dopoguerra e vi morì, dopo aver avuto cinque figli. La zia Emerenziana, nata il

    22/07/1902, si sposò con un giovane di Torremaggiore ove si recò ad abitare e vi morì, dopo
    aver avuto quattro figli. Lo zio Giovanni, nato l’11/051904, non ebbe figli e morì a Casalnuovo
    Monterotaro alla giovane età di venticinque anni, in un misterioso incidente di caccia.
    Zio Pasquale, nato il 23/09/1905, emigrò a Genova nel secondo dopoguerra e vi morì, dopo aver avuto cinque figli. La zia Concetta, nata il 1/01/1908, si sposò con un giovane di Torremaggiore ove si trasferì e si spense, dopo aver avuto cinque figli. La zia Rachele,
    nata il 28/10/1909 emigrò a Torino e vi morì, dopo aver avuto quattro figli. L’ultimo dei figli maschi, zio
    Luigi, nato il 9/04/1912, emigrò a Torino, dove è deceduto nell’agosto del 2003, e ha avuto quattro figli. L’ultima delle figlie femmine, zia Angiolina nata il 28/12/1914, rimase “zitella” in paese, dove morì
    senza figli.
    Il nonno materno, Antonio Gentile, coniugato con Lucia Tusino, generò cinque figli, di cui non ricordo l’anno di nascita. Maria Rocca, la zia mai conosciuta, morì a Casalnuovo Monterotaro ed ebbe quattro figli.
    Anche zio Michele chiuse la sua vita in paese, mentre tutti i suoi cinque figli si dispersero: uno in Venezuela, uno a Milano, due a Torino e una a Firenze.
    L’altro zio, Vincenzo, caduto anch’esso in miseria, morì al paese, lasciando la moglie e i suoi cinque
    figli. Antonio, il primogenito, si è fatto prete missionario e gli altri Giuseppe, Domenico, Lidia
    emigrarono a Milano assieme alla indimenticabile e famosa zia Graziella, che si spense all’età di 69
    anni, mentre la cugina Lucia morì a Casalnuovo all’età di 18 anni. Tutti questi miei cugini sono
    deceduti.
    Mamma, Maria Giuseppa, ebbe sei
    figli, raggiunse Milano nel 1960 , dove morì all’età di 72 anni, dopo avere risieduto per 15 anni come
    cittadina meneghina.





  5. #5

    Il dramma e il malcelato senso dell’onore familiare

    Il dramma e il malcelato senso dell’onore familiare


    Siamo nel 1927, una mia zia, fu protagonista di una penosa vicenda familiare, che mi mette psicologicamente in imbarazzo soltanto a narrarla.
    La zia, all’età di diciassette anni, mentre si recava in campagna, fu vittima di una sordida violenza sessuale, subita in diverse occasioni, da parte di uno scellerato stupratore. La sventurata, stava male e viveva
    tra paura e incubo la continuità degli stupri, non ebbe, però, il coraggio di confessare, subito, ai genitori il terribile segreto. Col trascorrere dei mesi l’evidenza della gravidanza non poteva essere taciuta e, con la sua scoperta
    atroce, scoppiò la tragedia!
    Si riunì allora l’intero clan familiare per non fare trapelare lo scandalo.
    Come prima decisione fu imposto alla zia di nascondere la gravidanza, fasciandosi strettamente i fianchi e la pancia.
    Negli ultimi mesi fu costretta a rimanere chiusa in casa e a non mostrarsi in pubblico. La seconda decisione, se non la più importante o tremenda, fu quella di lavare l’onta dell’offesa, affrontando l’autore dello stupro.
    Toccò al più giovane dei fratelli della zia, Giovanni, ch’era un
    provetto cacciatore, ad armarsi di fucile e recarsi in campagna, ove si
    trovava lo stupratore che, fra l’altro, era una guardia campestre e quindi armato pure lui. Non so che cosa sia successo, ma la
    tragedia familiare s’ingigantì!
    Presumo, senza averne le prove o testimonianze dirette dovute all’omertà familiare, che nello scontro con lo stupratore, lo zio Giovanni ebbe la peggio e rimase ucciso.
    L’evento tragico lasciò nella costernazione tutta la famiglia sia per la vendetta mancata, sia per l’immatura morte di un giovane di 24 anni.
    Ignoro se il delitto o il simulato incidente di caccia sia stato oggetto d’indagine da parte dei carabinieri del paese. La conclusione ufficiale della morte dello zio, per le forze dell’ordine e per l’opinione pubblica paesana, si ridusse ad un accidentale e misterioso incidente di caccia e il caso venne così archiviato.
    Altro non rimase ai fratelli e alle sorelle dello zio scomparso che perpetuarne il ricordo, dando il suo nome alla nascita di uno dei loro figli. Questo spiega il motivo per cui non manca in tutte le famiglie degli zii e delle zie un cugino o una cugina che porta il nome di Giovanni o Giovannina.


    La nascita del figlio della colpa: “Luigi o Gino”



    Si avvicinava per la zia il giorno del parto e le decisioni concordate era già state prese.
    L’intraprendente nonna, intanto, per salvare l’onore della famiglia, aveva trovato la soluzione di affidare il nascituro alla “mammana” del paese, chiamata “Italia” preceduto, dal titolo “donna”, mentre per gli uomini
    vigeva il “don”.
    Costei era senza figli e si dichiarò felice d’adottare il bambino.
    Nacque il bimbo e, durante la notte come concordato, fu consegnato a
    donna Italia.
    All’indomani si sparse la voce nel paese che la “mammana” aveva
    trovato sull’uscio della propria abitazione un bambino abbandonato
    e che ella si sarebbe presa cura di adottarlo.
    E così fu! Il giorno seguente al parto, per evitare ogni sospetto e
    insinuazione, la nonna obbligò zia, a lavare sull’uscio di casa, cioè sulla
    strada com’era consuetudine tra le donne del paese, enormi ceste di
    biancheria sporca depositate in un grande orcio di terracotta, detto”Kandre”, in modo da distogliere eventuali sospetti fra la gente, che non poteva lontanamente immaginare o sospettare che una puerpera potesse svolgere lavori tanto faticosi subito dopo il parto.
    Il bimbo fu chiamato “Luigi o, più familiarmente, Gino o Gigino”.
    Si tratta di un cugino che non ho mai conosciuto e ignoro che fine
    abbia fatto.
    Né i miei zii e zie, e tanto meno i miei genitori, per malcelato senso dell’onore, mi hanno messo a conoscenza di tale episodio.
    L’onore della famiglia fu così fu salvo, ma la zia, bisognosa di
    protezione e di affetto, al contrario per tutta la sua vita, pagò lo scotto dello stupro patito con l’emarginazione, l’indifferenza , la vergogna mista ad un pizzico di crudele perfidia e, soffrendo in silenzio, il distacco da un figlio data da crescere ad un’estranea, che si era offerta di fare da mamma adottiva.

  6. #6

    L’emigrazione salvatrice e la società di ieri e di oggi

    L’emigrazione salvatrice e la
    società di ieri e di oggi





    La zia fu considerata, fra il parentado, il disonore della famiglia, ma anche la colpevole imperdonabile della morte dello zio Giovanni, che aveva perso la vita, probabilmente, per vendicarne l’onore.
    La sfortunata zia visse così da “Cenerentola” reietta e fu, poi, costretta ad un matrimonio riparatore con un uomo soggetto a problemi psicologici.
    Ebbe, tuttavia, ben quattro figli ed emigrò negli anni ’60 a Torino.
    Qui si liberò dal clima opprimente della vita paesana e da un’angoscia
    familiare che la discriminava dagli altri parenti, che, pur non ripudiandola, non compresero a sufficienza il suo malessere o il suo trauma psicologico.
    Oggi zia riposa, immigrata sconosciuta, in un cimitero di Torino, ma non l’ho dimenticata e ricordo che quando l’ho vista, per l’ultima volta, all’Ospedale delle Molinette di Torino si era ridotta ad un passerotto scheletrito.
    Nel corso di questa ricerca autobiografica , ho avuto modo di apprendere che il cugino “Gino” (considerato figlio della colpa), ormai giovane, venuto a conoscenza che “donna Italia” era soltanto la madre adottiva, si rivolse in
    Comune per conoscere la madre biologica.
    Fra i parenti si scatenò, a distanza di anni, un’ulteriore dramma dell’onore familiare da difendere.
    Furono convocate in Municipio, le prime due cognate dei figli maggiori
    della casata (Leonardina, detta “Nardella” e Maria Giuseppa, detta
    “Giuseppina”
    ), le quali, a nome di tutto il parentado, supplicarono il funzionario comunale di non rivelare l’identità della madre per evitare uno scandalo, ch’era stato soffocato due decenni prima e ribadirono la loro convinzione che non vi fosse necessità o convenienza per rinverdirlo, con
    una rivelazione inopportuna e tardiva.
    L’esternazione tragica delle due cognate fu talmente convincente, sincera e in buona fede, che il funzionario comunale, compassionevole, comunicò a Gino di
    non cercare più sua madre in quanto era deceduta e non valeva la pena insistere.
    Con tale pietosa bugia, ancora una volta, l’onore familiare fu salvo!
    Era questa la mentalità gretta, meschina, ipocrita e impaurita del
    tempo.
    La natura umana dei compaesani era essenzialmente egoista, non suscitava sentimenti di solidarietà, di aiuto alla donna stuprata e ai deboli in genere, ma si preoccupava solo della facciata falsa dell’onore familiare e il caso della zia non era l’unico nel paese.
    Le case e le strade di Casalnuovo, sperdute fra le colline del sub-appennino dauno settentrionale, sembravano trasparenti e gli abitanti, nelle loro piccole faccende quotidiane, si dichiaravano disposti all’aiuto e all’accoglienza, alla comprensione e alla fraternità, ma non era sempre così, perché bisognava ricorrere alla menzogna per contenere la rabbia e alla rassegnazione coatta
    per contenere l’orgoglio ferito dell’onorabilità familiare.
    Questa vicenda, d’altronde, rispecchia i mali che affliggono il mondo da quando l’uomo esiste e da quando gli stupri o le violenze sessuali, diventano macigni infamanti per le persone malcapitate.
    Ho voluto narrare, pertanto, questa dolorosa vicenda come un dovuto
    atto riparatore e di solidarietà verso mia zia, ritenendo doverosa
    una confessione pubblica, che mi ha alienato l’affetto e la stima di qualche parente o conoscente, ma serve a dimostrare che nella civiltà contadina esisteva una mentalità ipocrita e vendicativa per la difesa dell’onore familiare di fronte agli abusi sessuali e la donna stuprata era isolata e ritenuta reproba ed emarginata.
    Non è possibile condannare le persone di quell’epoca con le categorie odierne di giudizio.
    Eppure tali tematiche sono, tuttora, presenti, anche se la società ontemporanea si considera culturalmente più evoluta ed economicamente benestante. Molte famiglie, infatti, vivono chiuse in una umanità autarchica costituita da “brave e oneste persone” e, con un cinico ghigno beffardo, sono
    altrettanto ipocrite e vittime delle apparenze esterne e poco abituate a confrontarsi e dialogare.
    Non meraviglia quindi se il loro egoismo sfocia nella crudeltà sociale, in comportamenti aberranti e criminali, in una sessualità contorta, certamente più
    riprovevole rispetto a quella costretta a subire da persone stuprate o iolentate.
    E perché non chiederci, infine, dove erano o sono finiti, ieri come oggi, la pietà, la solidarietà, il dialogo, l’accoglienza, l’accettazione, l’aiuto reciproco, l’integrazione, il perdono, il rispetto della dignità di ogni persona umana, soprattutto, degli umiliati e offesi?


  7. #7

    Casalnuovo M.ro (FG)-Auto-biografia di Antonio Iosa Giovinezza (19-30 anni)

    Casalnuovo M.ro (FG)-Auto-biografia di Antonio Iosa Giovinezza (19-30 anni)




    Riuscii a guarire dalla Tbc all’età di ventun’anni. Avevo il futuro da affrontare.
    La famiglia era povera e non offriva prospettive di aiuto.
    Prima di essere dimesso dal sanatorio di Sondalo in Valtellina, feci domanda per essere trasferito all’Istituto di Milano intitolato a “Bruno e Fofi Vigorelli”, due giovani milanesi appartenenti alla Resistenza e uccisi dai nazisti nella Val d’Ossola.

    In questa casa erano accolti gli ex ammalati, provenienti dal sanatorio dove ero stato ricoverato, e si tenevano dei corsi di formazione professionale.
    Bisognava, però, trovare un ente che pagasse la retta.
    Mi rivolsi al Consorzio antitubercolare di Foggia, al quale trasmisi la mia richiesta di trasferimento a Milano.
    Ero, frattanto, ritornato in famiglia a Casalnuovo Monterotaro.
    Mi trovavo senza un titolo di studio, se non quello di terza media e senza un mestiere. I genitori erano contenti per la guarigione, ma rattristati per le mie scarse prospettive future e per essere nell’impossibilità di aiutarmi economicamente.
    Il lavoro era pressoché inesistente per i giovani; esisteva solo quello faticoso dei campi sotto padrone.
    In quel periodo era da poco cominciato l’esodo delle masse contadine dai paesi del Sud d’Italia per cercare lavoro a Milano, Torino e Genova, le città del triangolo industriale del Nord.
    Nel 1951, prima che la marea immigratoria le
    invadesse, un cugino materno, Giuseppe, si stabilì a Milano e nel 1952 lo raggiunsero non solo suo fratello Domenico, ma anche mio fratello Michele.
    Dal 1950 al 1980 i treni della speranza, Lecce - Milano, scaricavano migliaia di pugliesi sui marciapiedi della stazione centrale.
    L’esodo delle città e delle campagne meridionali, durato decenni, causò un salasso demografico e impoverì il Sud e, in particolare la Puglia di centinaia di migliai di braccianti agricoli e anche di giovani laureati in cerca di lavoro nel triangolo industriale del Nord Italia (Milano – Torino – Genova).
    Oggi molti lombardi, soprattutto milanesi, che scoprono la Daunia e l’intera Regione Puglia, vanno a visitare le sue cattedrali, i castelli, le torri costiere, i trulli, le masserie, le località e i villaggi turistici, sparsi lungo gli oltre 400 Km. di fascia costiera dal promontorio del Gargano sino alla costa jonica del Salento dalla terra di Otranto a S. Maria di Leuca ed interessa le cinque province storiche pugliesi: Foggia, Bari, Brindisi, Lecce e Taranto, alle quali si è aggiunta la provincia nuova di Barletta.
    Nella primavera del 1953, ero, frattanto, in attesa di una risposta per il trasferimento a Milano presso l’Istituto Vigorelli con sede in via Soderini; trascorsero altri due mesi fra delusioni e speranze. Quando poi mi sentivo ormai disperato e abbandonato, mi giunse provvidenziale la risposta positiva da Foggia.
    Il Consorzio antitubercolare si assumeva l’onere della retta e così fui accolto presso l’Istituto Vigorelli, che si trovava allora in via Soderini, diventato, dal 1979, sede dell’assessorato all’istruzione e formazione della Regione Lombardia.
    Nel 1957 mi trasferii con i fratelli in un accogliente appartamento in affitto sito in prossimità di piazzale Cuoco. Nel corso dell’anno la famiglia aumentò, poiché ci raggiunse a Milano il cognato Francesco, chiamato familiarmente “Ciccio”, che dopo i primi anni di
    gavetta come manovale nel settore edilizio, trovò lavoro come operaio all’Alfa Romeo.
    Si dice che l’unione fa la forza e così si pensò di fare trasferire dal paese a Milano la prima sorella, Giovanna, moglie di Francesco con i loro due figli Pasqualino e Carolina.
    Ci raggiunse a Milano anche l’ultima sorella Angiolina.
    La casa era grande e, abituati a vivere in spazi ristretti, non ci sembrò vero di poter disporre di ben cinque locali.
    La coabitazione con la famiglia di mia sorella servì anche ad alleviare le notevoli spese di affitto e a far avanzare qualche lira di risparmio.
    A questo punto rimaneva aperto il problema di riunire tutta la famiglia, genitori compresi.
    Mamma e papà erano ormai rimasti in paese da soli. La riunificazione familiare totale fu possibile solo all’inizio del 1960, quando Michele si sposò e andò ad abitare per conto proprio, sempre a Milano e si
    rese libera una stanza per accogliere i genitori.

  8. #8

    Casalnuovo M.ro (FG)-Auto-biografia di Antonio Iosa Giovinezza adulta (31-40 anni)

    Casalnuovo M.ro (FG)-Auto-biografia di Antonio Iosa
    Giovinezza adulta (31-40 anni)


    Quattro anni dopo abitavo a Quarto Oggiaro, dove conobbi mia moglie Raffaella, essa pure immigrata e originaria di Trinitapoli in provincia di Foggia.
    Finalmente il 27 gennaio 1968 mi sposai, superando la mia resistenza al matrimonio, al quale non cedetti fino all’età di quasi trentacinque anni. Nel 1961 avevo avuto un’altra donna, una milanese “doc”, di famiglia benestante. Sembravano imminenti le nozze, ma all’epoca le mie ristrettezze economiche erano molte. Non avevo risolto il problema della casa.

    E così tutto finì lì.
    Passarono altri tre anni prima che trovassi una nuova fidanzata, Raffaella, che in seguito divenne mia moglie e mi donò due figli maschi, Davide nato
    nel 1970 e Christian nel 1973.




  9. #9

    Casalnuovo M.ro (FG)-Auto-biografia di Antonio IosaMaturità adulta (41-60 anni)

    Casalnuovo M.ro (FG)-Auto-biografia di Antonio Iosa: Maturità adulta (41-60 anni)


    Accanto all’encomiabile pazienza di Raffaella, tutta dedita ad allevare ed educare i figli, si ccompagnava
    la figura dolente e sofferente di mia madre, che con la sua saggezza ci dava consigli e teneva alti i valori dell’unità familiare, del risparmio e del senso religioso.
    Nel 1975, mamma, acciaccata dai tanti malanni e con il fegato spappolato, si spense serenamente dopo una breve degenza all’ospedale di Niguarda.

    Ora non mi resta che il ricordo della sua vita piena di tanto coraggio, del suo amore nell’allevarci con fatica e sudore e nel seguirci con gioia, ma in silenzio, sino a Milano.
    Dalla Puglia rurale e periferica, raggiunta Milano, la mamma donò il calore del suo affetto ai figli divenuti milanesi d’adozione.
    Essa trascorse gli ultimi anni della vita come protagonista e testimone di quella biblica migrazione, che sradicò interi ceppi familiari dai paesi d’origine della riarsa pianura pugliese e delle avare colline della Daunia.
    La scomparsa della mamma mi legò più profondamente a Milano, che diventò una porzione integrante del mio cuore.
    Il Cimitero Maggiore ne accolse i resti mortali e la memoria degli affetti più cari. Mamma, diventata anche lei cittadina milanese, imparò ad amare la Lombardia, che aveva accolto i suoi figli.
    La sua figura mi ricorda l’infanzia e m’induce, tuttora, a sperare che per l’umanità dei poveri, degli
    oppressi, degli sfruttati e dei sofferenti giunga il giorno del riscatto e della liberazione, nella rospettiva della speranza cristiana, alimentata dalla fede nella Resurrezione.
    Mi sentivo una persona comune, anzi un uomo più sfortunato degli altri.
    Un nuovo evento luttuoso suscitò in me grande tristezza. Fu la morte del babbo, che non ebbe mai dei riconoscimenti ufficiali, tranne la croce di cavaliere della Repubblica dell’Ordine di Vittorio Veneto, perché aveva partecipato alla prima guerra mondiale come ragazzo del 1898.

    Nel 1981, papà venne a mancare non per malattia o morte naturale, ma in un incidente stradale.
    Il “Corriere della Sera” del 3 dicembre 1981 dette la notizia con queste parole scarne:
    «S’è aggiunta un’altra croce in via Amoretti, a Quarto Oggiaro, teatro di numerosi investimenti mortali.
    Ieri sera
    verso le 18, mentre attraversava la strada, Giuseppe Iosa, 83 anni, residente in via Gazzoletti 10, è stato travolto da un’auto. L’anziano pedone è deceduto».
    Papà morì a cinquanta metri da casa, mentre vi rientrava dopo avere trascorso il pomeriggio, assieme ad altri pensionati nel vicino ritrovo della parrocchia della Resurrezione in Vialba.
    I figli, i nipoti e i parenti rimasero increduli per la sua improvvisa scomparsa e, ancor oggi, hanno il rimpianto del suo amore, del suo esempio di fatica e di sacrificio, della sua saggezza contadina, che si esprimeva, come faceva la mamma, in motti e proverbi. Da quasi 50 anni la mamma e da oltre 40 papà riposano, con la mamma, al “Cimitero Maggiore” di Milano.
    Il traffico della metropoli vuole i suoi morti in omaggio alla grande velocità dei veicoli o per l’assenza di semafori o per qualche altro evento imprevisto.
    Il mostro meccanico dell’automobile, che fugge via sull’asfalto a folle velocità, divora i suoi uomini e reclama le sue vittime giornaliere di ogni età e non solo dei giovani del sabato sera.
    La cultura industriale prima e quella tecnologica oggi non rispettano certo i valori della civiltà contadina. Papà, dopo aver lasciato il paese ed essersi trasferito a Milano, non avrebbe mai potuto immaginare di morire in un incidente stradale, schiacciato come un cane, quasi sull’uscio di casa. Quando penso alla sua misera fine, mi viene in mente il mio Sud, che oggi non è più rassegnato a subire l’esodo e la sconfitta, ma lotta per trasformarsi e prendersi la rivincita sulla società urbana del Nord, sempre più avveniristica e opulenta, ma sempre più egoista, violenta, alienante e disumana.

  10. #10

    Casalnuovo M.ro (FG)-Auto-biografia di Antonio Iosa: 1996, ritorno al paese natìo

    Casalnuovo M.ro (FG)-Auto-biografia di Antonio Iosa: 1996, ritorno al paese natìo

    In oltre cinquant’anni di vita a Milano, mi sono recato nella terra d’origine appena tre volte.
    La prima nel 1955 per un breve periodo di ferie; la seconda nel 1971, quando sostai per una settimana a Foggia e feci una visita lampo di un giorno al paese natale; la terza nell’agosto del 1996 per un soggiorno di una settimana.
    L’occasione per quest’ultima visita mi fu offerta dall’invito del costituente Comitato Organizzatore che, in collaborazione con le autorità municipali di Casalnuovo Monterotaro, aveva istituita la prima edizione della “festa dell’accoglienza” per onorare quegli emigrati illustri, che si erano distinti nella loro attività in Italia e all’estero.
    In tale circostanza fui accolto con grande calore e considerazione.
    La miseria sociale della popolazione sembrava scomparsa.
    I più poveri e gli anziani avevano tutti un sussidio o una pensione, sia pur minimi, per campare. L’impatto fu estremamente positivo, anche se la quasi totalità dei giovani erano stati costretti a emigrare per trovare lavoro; in paese erano rimasti solo vecchi e bambini.
    Tale situazione di profondo cambiamento fu da me riscontrata in molti dei sessantaquattro comuni della provincia di Foggia.
    Il ritorno in paese coincise con la solenne festa patronale di ferragosto e i festeggiamenti della “Madonna della Rocca”.
    Il paese si era animato con il ritorno di molti emigrati, che provenivano in prevalenza dal Nord Italia. Nella festa del 15 agosto si celebrò la tradizionale messa solenne e cantata, seguita dalla supplica, con panegirico, alla Madonna della Rocca, scritta dal casalnuovese card. Pietro Parente.
    Si snodò, poi, la tradizionale processione per le vie del paese e, al termine, musica in piazza e, a chiusura della festa patronale, esplosero gli immancabili fuochi d’artificio.
    Fui considerato ospite d’onore.
    Durante la processione mi collocai dietro la statua della Madonna, assieme alle autorità locali .
    Il popolo intonò l’inno storico alla Madonna della Rocca, che nella prima strofa recita:
    “Salve, oh eccelsa imperatrice!
    Salve, oh fonte di pietà!
    Tu sei l’arca salvatrice dell’afflitta umanità”.

    Quindi il ritornello:
    “Salve, o Madre della Rocca,
    dei tuoi figli abbi pietà;
    salve, o Madre della Rocca,
    dei tuoi figli abbi pietà”.

    Dopo l’inno tradizionale, ne fu eseguito uno più recente, composto nel 1975 dal card. Parente, che inizia con la seguente strofa:
    «Salve, o Vergine potente,
    questo popolo t’invoca.
    Tu ne accogli l’inno ardente
    come un palpito d’amor».
    E il ritornello:
    «Madonna della Rocca,
    dolcezza di chi t’ama, speranza di chi brama trionfare insieme a Te».
    Il porporato scrisse anche l’opuscolo
    “Madonna della Rocca - Protettrice di Casalnuovo Monterotaro”, con la seguente dedica:

    «Al mio caro paese nativo, che lasciai fanciullo e vi ritornerò defunto, dopo una lunga vita consacrata a Cristo e alla sua Chiesa. Arrivederci in paradiso!».

    Le spoglie mortali, di questo principe e teologo della Chiesa cattolica, riposano oggi sotto lo sguardo della “Madonna nostra”, sotto un altare in marmo di scagliola nella cappella, ove si conserva la statua di S. Maria della Rocca.

    (Sino al 1960 la festa patronale si teneva nell’ultima domenica di maggio, ma dal 1960, a seguito dell’emigrazione che aveva svuotato il paese, la data fu spostata al 15 agosto, periodo in cui il paese si ripopola per il ritorno degli emigranti.)
    La mia permanenza in paese si concluse con un evento inaspettato.
    Ho già detto che mia madre aveva una sorella maggiore di nome Maria Rocca. I suoi quattro figli: Michele, Paolo, Antonio ed Elisabetta, erano quindi miei cugini diretti, ma non ho mai avuto modo di conoscerli.
    La signora Lina d’Ardes, moglie del cugino maggiore Michele, era anche nipote del card. Pietro Parente. Durante il mio soggiorno al paese ella espresse il desiderio di conoscermi e di parlare con me.
    Fui avvicinato, con discrezione, da sua figlia Marisa. Il giorno prima di ripartire per Milano, andai a visitarla nel tardo pomeriggio.
    Ero emozionato.
    L’incontro con la vedova e la figlia di mio cugino fu commovente, perché riscoprimmo un lontano vincolo di parentela, che si era rinsaldato, come per incanto, proprio quando mio cugino non era più in vita.
    Riuscii a controllare il mio stato d’animo, parlai della mia infanzia in paese e rievocai la figura di mia madre durante il suo soggiorno milanese, mentre Lina d’Ardes ricordò i due personaggi scomparsi, che abitarono in quella casa: mio cugino Michele, suo marito, e il card. Pietro Parente, suo zio.
    Nella mattinata dello stesso giorno, avevo visitato il cimitero del paese per salutare alcune zie, che vi riposano nel silenzio della morte, e mi imbattei, per caso, nella cappella della famiglia d’Ardes-Gentile. Sulla lapide esterna lessi il nome del cugino Michele Gentile accanto alla sua foto.
    Pur non avendolo mai conosciuto da vivo, lo incontrai da morto e nel pomeriggio parlai di lui con sua figlia Marisa e sua moglie Lina.
    Tale incontro è tuttora profondamente scolpito nella mia mente e nel mio cuore.
    L’anno dopo, nel 1997, ebbi da Lina d’Ardes-Gentile un’affettuosa lettera, che conteneva la fotografia della sua cara Marisa, purtroppo, morta per leucemia. Il 18 giugno del 2001, tramite una mesta telefonata dall’amico Paolo Jannantuoni, mi giunse notizia che anche Lina era deceduta.
    Dopo il mio soggiorno nel Sud, non cercai alcuna rivista o giornale per sviluppare, in termini nuovi e attuali, la ultracentenaria e ricorrente
    “questione meridionale”.
    Avevo preso degli appunti sulla realtà meridionale contemporanea, ma non ebbi né tempo, né voglia di abbandonarmi a riflessioni ulteriori.
    Mi sono solo rafforzato nella convinzione che, dal momento dell’unità d’ Italia in poi e dopo la prima denuncia di Giustino Fortunato, rimane ancor oggi sul tappeto, più aperta e prioritaria che mai, la “questione meridionale”.
    Dopo tanta predicazione politica, progetti di vario genere e interventi governativi, né economisti, né sociologi, né esperti di alto rango, né politici tromboni e fanfaroni, hanno trovato la giusta ricetta per curare i mali del nostro Meridione e liberarlo così dall’arretratezza e dal sottosviluppo.


Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •