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Discussione: Casalnuovo Monterotaro (FG)- Auto biografia di ANTONIO IOSA

  1. #21

    Auto-biografia di Antonio Iosa: dal convento solo lettere controllate e censurate

    Auto-biografia di Antonio Iosa: dal convento solo corrispondenza controllata e censurata

    Ricevevo ogni mese una lettera dai familiari, a cui rispondevo con una lettera, consegnata aperta ai superiori per il relativo controllo prima di spedirla.
    In due occasioni storiche scrivemmo ai genitori per indurli a votare in favore del partito della Democrazia Cristiana.
    Ciò avvenne rispettivamente, da Santa Maria a Vico, per l’elezione della Costituente nel 1946 e, dal liceo di Firenze, per le votazioni del Parlamento italiano, fissate il 18 aprile 1948.
    In quel periodo il social - comunismo era considerato un pericolo mortale per il mondo cattolico.
    Altri ricordi sono legati alla formazione religiosa e all’esperienza di vita comunitaria vissuta con altri ragazzi, di cui ho perso ogni traccia.
    Di alcuni di loro oggi ricordo a malapena il cognome.
    La formazione religiosa era impregnata di spirito missionario. Molti padri sceglievano di andare in terre lontane, per evangelizzare popoli che venivano detti infedeli.
    Non mancavano incontri con missionari di passaggio o rientrati in Italia, che ci parlavano delle loro esperienze.
    Il motto della congregazione, infatti, è: “Evangelizzare pauperibus misit me [Il Signore mi ha mandato ad evangelizzare i poveri]”.
    Gli Oblati di Maria Immacolata sono dei missionari sparsi in ogni continente, clima e latitudine del mondo.
    Essi portano appeso al collo un cordone al quale è sospeso un grande crocefisso che scende al centro del corpo ed è trattenuto da una fascia nera larga oltre 10 cm. sulla tonaca altrettanto nera.
    La casa generalizia dell’Ordine si trova a Roma, mentre altre case religiose sono presenti in Italia, ad esempio a Maddaloni e a Napoli in Campania, e a Pescara in Abruzzo, e in altri paesi del mondo, soprattutto in Francia e in Canada.

  2. #22

    Auto-biografia di Antonio Iosa: fare il monaco nella “Villa de Laugier” a Firenze

    Auto-biografia di Antonio Iosa: fare il monaco nella “Villa de Laugier” a Firenze

    Dopo avere sostenuto l’esame di Stato nel vicino comune di Arienzo per conseguire la licenza di scuola media inferiore, si pose il problema di continuare o meno nella vita religiosa.
    Decisi di proseguirla, per quel tanto di libertà e responsabilità di scelta che si presumeva di avere all’età di 14 anni.
    Il gruppo degli studenti del Sud Italia, provenienti da S. Maria a Vico, si congiunse con quello del Nord Italia, proveniente da Onè di Fonte (Treviso) per frequentare il liceo classico.
    Il punto di riferimento fu il collegio di Firenze, che si trovava nella “Villa de Laugier”, un generale napoleonico che si costruì la dimora in città presso la località di San Domenico, al confine con il comune di Fiesole.
    La villa era famosa perché conservava una lapide marmorea, posta sotto una pianta secolare di alloro, che recitava:
    “Antichissima tradizione pretende che, quivi, Dante, stanco per raggiungere la collina di Fiesole, sostasse all’ombra dell’alloro perennemente verde”.
    Ignoro come la villa del generale sia passata in eredità alla congregazione religiosa.
    Qualche riscontro può essere trovato nella vita del fondatore della congregazione, il francese Sant’Eugenio de Mazenod (1782-1861).
    Nato ad Aix en Provence da famiglia nobile, che fu perseguitata durante il periodo della “Rivoluzione francese”, il piccolo Eugenio riparò in Italia con la famiglia, che, per fuggire alle angherie, scelse la via dell’esilio a Torino, Venezia, Napoli e Palermo. Rientrato in Francia dopo la rivoluzione divenne sacerdote e fondò la Congregazione degli Oblati. Eugenio de Mazenod morì vescovo di Marsiglia ed è stato santificato da Papa Giovanni Paolo II nel 1995.
    Firenze fu un’esperienza utile, interessante e bella.
    I turbamenti dell’adolescenza si superavano con l’aiuto del padre spirituale e con l’assiduità nello studio e nella preghiera.
    La vita comunitaria consolidò i rapporti di amicizia e di socialità con i coetanei.
    La formazione religiosa era sempre contrassegnata dal rispetto rigoroso della regola, rigida e pesante da osservare.
    La costrizione era alleviata, in parte, dagli orari di ricreazione, nel cortile all’aperto.
    La vita quotidiana era scandita dalla ritualità di comportamenti, che si ripetevano nell’arco della giornata dalla sveglia del mattino alla campanella della sera.
    Vivevo, tuttavia, felice nell’incomparabile bellezza di Firenze.
    Dal piano alto della villa, ove era posto il dormitorio, si poteva godere un suggestivo panorama della città e del territorio circostante, con i profili delle colline fiesolane.
    Ogni settimana si faceva una passeggiata comunitaria all’esterno del collegio.
    I posti più ricercati erano Fiesole, la Badia Fiesolana dei padri Scolopi, il fiume Mugnone, il più lontano convento di Montesenario (ove vissero i Sette Santi fondatori dell’Ordine monastico dei Servi di Maria, noti anche con il nome di “Serviti”) e la più vicina frazione di S. Domenico.
    Quando si scendeva anche a Firenze, per visitare le sue opere d’arte, si sceglievano, soprattutto, piazze, chiese, palazzi e monumenti.
    Non siamo mai entrati invece nella galleria degli Uffizi, né negli altri musei, tranne in quello di S. Marco per ammirare gli affreschi del Beato Angelico. Le passeggiate portavano a visitare il Duomo (S. Maria del Fiore) con il cupolone del Brunelleschi, il Campanile di Giotto e il Battistero con le porte del paradiso di L. Ghiberti.
    Le chiese erano le mete preferite: S. Croce, Orsanmichele, San Lorenzo, il convento di S. Marco con la chiesa della SS. Annunziata, S. Maria Novella, Ognissanti, S. Trìnita.
    Gli altri itinerari portavano a visitare le piazze e i palazzi storici, a cominciare da piazza della Signoria con la Loggia dei Lanzi (una sola volta e di sfuggita: quasi per sbaglio), Ponte Vecchio, il porticato dell’Ospedale degli Innocenti ed altre chiese.
    Di là d’Arno, attraversato Ponte Vecchio, si visitavano i luoghi d’arte come la chiesa di S. Spirito, la Specola, la Cappella Brancacci, Palazzo Pitti, i Giardini di Bòboli, S. Miniato, piazzale Michelangelo, la torre del Gallo… Non abbiamo mai visitato i giardini pubblici delle “Cascine” considerati troppo mondani e disdicevoli, come pure le gallerie d’arte moderna considerate troppo scandalose per la nudità di alcune statue.
    Si camminava tanto, come se la passeggiata fosse una maratona.
    Si rientrava stanchi.
    Firenze mi affascinava e mi è rimasta sempre nel cuore, tant’è che sono l’unico a Milano ad essere tifoso della “Fiorentina”, la squadra di calcio, nonostante le disavventure economiche, familiari e sentimentali di Cecchi Gori, che chiuse ingloriosamente la sua presidenza tra un mare di debiti e la retrocessione della squadra in serie C2.
    A seguito dell’indecente polemica sul campionato di calcio 2003-2004 di serie A e di serie B, la Fiorentina è stata riammessa fortunosamente in Serie B e oggi è una grande squadra di serie A.
    Il mio tifo calcistico per la squadra viola non è alimentato dall’assistere ad una partita di calcio, ma nasce dalla ricordanza della mia adolescenza, trascorsa nella città del “Giglio”, ch’è raffigurato nel gonfalone del comune.
    Fu proprio in questa città, alla fine del mio sedicesimo anno, che sorsero i primi problemi di salute.
    Fra tutti i ragazzi fui l’unico ad essere ricoverato nell’ospedale urbano “Careggi”, per sospetto inizio di una malattia polmonare, all’epoca difficile da curare e causa di numerosi decessi.
    Dovetti interrompere gli studi.
    Dopo due mesi di ricovero, fui rispedito a casa per curarmi col clima dell’aria natia.
    Durante i quattro mesi di soggiorno al paese, vivevo in famiglia tutta l’amarezza di sentirmi abbandonato. L’ansia e la preoccupazione dei miei familiari erano grandi.
    Non disponevano di molti mezzi per curare una malattia insidiosa, che mi aveva fatto deperire. Nonostante tutto, la salute rifiorì.
    Trascorsi i mesi di cura con l’aria natìa, i medici specialisti accertarono che ero completamente guarito, tanto che mi sentivo un miracolato.
    Con il certificato medico dell’avvenuta guarigione, potei ritornare a Firenze e ultimare la terza liceo fra la generale soddisfazione dei famigliari e degli stessi superiori.
    Riuscii, infatti, a recuperare il ritardo negli studi e a superare brillantemente gli esami interni, al termine dell’anno scolastico.

  3. #23

    Auto-biografia di Antonio Iosa: nel convento di San Celestino

    Auto-biografia di Antonio Iosa: nel convento di San Celestino



    Dopo il liceo, si prevedeva l’anno di noviziato, prima di affrontare gli studi teologici a San Giorgio Canavese. Avevo circa 17 anni quando mi trasferii nella casa religiosa a Ripalimosani, un paesino della provincia di Campobasso.
    Il convento “San Pier Celestino V” sorge, tuttora, a pochi chilometri dal fiume Biferno, in un’area circondata da boscaglia ove esiste il vicino Santuario della “Madonna della neve, stella delle quercigliole” (così inizia l’inno in suo onore).
    Il convento è uno dei più antichi monumenti del Molise, risale al secolo X ed era un’abbazia dei Benedettini intitolata alla SS. Annunziata.
    Nel 1282 prese il nome di “S. Maria degli Angeli”. Quando Pietro da Morone fu beatificato, nel 1313, il convento fu titolato a “San Pier Celestino V”.
    Si sa che Pietro da Morone nacque ad Isernia nel 1215.
    Eremita sulla Maiella, sant’uomo, esperto d’acqua e guaritore, Pietro da Morone fondò una Congregazione aderente all’Ordine dei Benedettini.
    Sulla soglia degli ottantacinque anni, nell’aprile del 1294, ricevette la visita di Carlo d’Angiò e di suo figlio Martello.
    La Chiesa, all’epoca, era scandalosamente acefala da 24 mesi: due cardinali della famiglia Colonna, contro i tre della famiglia Orsini, e rispettivi alleati, riuniti in conclave fra accesi contrasti non raggiungevano un accordo e nessuno disponeva dei voti richiesti pari ai due terzi del Collegio cardinalizio.
    In tale situazione di stallo, il cinque luglio del 1294, fu eletto Papa, a sorpresa, per santità di vita, Pietro da Morone col nome di Celstino V, che fu incoronato all’Aquila, dove arrivò su dorso d’asino, come Gesù fece a Gerusalemme, suscitando l’entusiasmo popolare e la freddezza dei Cardinali.
    La storia ci dice che Celestino V, deluso per la mondanità e la dissolutezza della curia romana con la quale non ebbe alcun contatto, dopo solo 5 mesi e 9 giorni, il 5 dicembre del 1294 abdicò al soglio e smise i paramenti papali per rindossare l’abito grigio del frate, ritornando a vita eremitica.
    Tale abdicazione lasciò aperta la strada a Benedetto Caetani, che gli successe col nome di Bonifacio VIII e le cui idee teocratiche portarono ad una conflittualità politica permanente con i potenti dell’epoca e persino nelle contese interne alle città, tanto è che fu nemico della fazione dei “Bianchi” che si opponevano ai “Neri”, suoi alleati, in quel di Firenze.
    Si sono dovuto attendere 720 anni prima che un altro Papa seguisse l’esempio di Celestino V.
    E’ un papa emerito novantenne che vive tuttora nella Città del Vaticano col nome di Benedetto XVI, il tedesco Ratzinger.
    Celestino V fu l’unico papa, in tutta la storia della Chiesa, a rinunciare al soglio pontificio e, “il Bianco” Dante Alighieri, lo collocò nell’inferno perché fu “colui che fece per viltà il gran rifiuto”.
    L’eremita, non vile ma santo, visse in “cortese prigione” tra Anagni sede della corte papale e Castel Fumone, ben sorvegliato da Bonifacio VIII che, per evitare la contestazione di essere considerato un falso papa dopo l’insolita abdicazione di Celstino V, lo controllò sino alla morte avvenuta nel castello di Monte Fumone, in provincia di Frosinone, nel 1296. Nel 1730 ai Celestini, che abbandonarono il convento di Ripalimosoni, subentrarono i Minori Osservanti. Nel 1808, Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, soppresse gli ordini religiosi.
    Il convento venne confiscato e devoluto al Demanio. Nel 1818, il convento si riaprì in seguito alla restaurazione del governo borbonico di Napoli e vi ritornarono i Minori Riformati, che si erano fusi con gli Osservanti, prendendo il nome di Frati Minori.
    Nel 1867, in seguito alle leggi d’incameramento dei beni ecclesiastici, il convento venne chiuso e passò in proprietà al Municipio di Ripalimosani.
    Nel 1872, il convento fu ridato ai Frati Minori che lo ripararono, ma perché povero di risorse, nel 1923, lo abbandonarono.
    Dal 1926 ad oggi il convento è abitato dai Missionari Oblati di Maria Immacolata (O.M.I.). Al piano terreno il convento presenta il tipico chiostro dei conventi francescani con al centro il pozzo, che risale alla fine del cinquecento.
    Degna di rilievo è la biblioteca nella quale sono raccolti, catalogati e razionalmente disposti migliaia di volumi.
    La chiesa parrocchiale, ben distinta dal convento, conserva tracce di stile romanico - abruzzese nella zoccolatura della facciata e nel portale del secolo XIII con vestigia di affreschi nella lunetta (ora scomparsi).
    Nell’interno la chiesa è in stile francescano con una navata centrale ed una laterale.
    Si conserva il coro di legno di grande valore artistico che risale al 1646 e che fu scolpito a mano da una frate.
    Vi sono anche due grandi quadri su tela di Scipione Cecere della fine del 1500 che rappresentano, uno S. Maria degli Angeli e l’altro la Madonna delle Grazie o di Costantinopoli.
    Vi sono, inoltre, reliquari del seicento e pannelli della Scuola napoletana della fine del Cinquecento.
    Gli oblati, dal 1926, svolgono un’azione missionaria e di predicazione, l’animazione giovanile, convegni e ritiri spirituali e un’intensa attività parrocchiale e pastorale.
    Il noviziato, per le comunità religiose, è considerato l’anno di prova e, quindi, il più duro per verificare la propria vocazione e fare i conti con la propria scelta di vita.
    La “regola” da osservare era molto più austera.
    La vita quotidiana era costantemente rivolta alla preghiera e alla meditazione: dal “Mattutino”, con il canto dei salmi alle prime luci dell’alba, alla preghiera del “Vespro”, che aveva luogo al crepuscolo.
    Inoltre s’intensificano le penitenze corporali con colpi di “cilicio”, un’autoflagellazione alle natiche e alle spalle per la mortificazione della carne, prima di andare a letto.
    Il sesso era un tabù e si aspirava ad essere rigorosamente casti.
    I religiosi, che scelgono di non vivere l’amore sessuale, sanno bene che cos’è l’estraneità rispetto alla donna e conoscono le debolezze in cui viene a trovarsi un giovane per il conseguente vuoto affettivo.
    E’ risaputo che il peccato più grave per gli studenti, che vivono nei seminari o nei collegi o nei conventi, è quello contro la castità: l’onanismo o la masturbazione, le amicizie particolari che, dapprima platoniche o limitate a semplici sguardi o ricerca di compagnia, rischiano poi di diventare carnali con l’omosessualità clandestina anche tra i prelati, non per nulla una lobby è sempre annidata anche nel Vaticano.
    Nel primo caso il confessore assolveva, a volte, benevolmente, a volte, burberamente, il giovane peccatore che confessava d’avere commesso peccato d’onanismo con la frase rituale “da adesso in poi, figliolo caro, non farlo più”! Seguivano, poi, l’atto di dolore e le immancabili preghiere di penitenza.
    Nel secondo caso, in verità assai raro, non vi erano assoluzioni, anzi non si aveva neanche il tempo di confessare il proprio peccato.
    Le amicizie particolari venivano subito scoperte e stroncate se innocenti o platoniche; in caso di atti impuri l’espulsione era immediata.
    La Chiesa considera l’omosessualità un peccato gravissimo, perché intrinsicamente disordinato e considera tale orientamento solo e sempre peccaminoso, anche se nella sua storia molti ecclesiastici di ogni livello, si sono macchiati e continuano a macchiarsi di tale colpa.
    Tutta la vita del “novizio” era, quindi, controllata dai reverendi padri, vigili nel seguire i tormenti spirituali, i turbamenti fisici e psichici dell’aspirante al sacerdozio e alla vita consacrata.
    Ho resistito per quattro mesi a questo nuovo tipo di vita.
    Mi sentivo stanco e debilitato, come svuotato nella mente e nello spirito.
    Il fisico non resse allo stress e alla severità della regola.
    Ebbi una ricaduta nella malattia polmonare.
    Uscii definitivamente dal convento per curarmi e così tornai alla vita civile.
    Ero nel mio diciottesimo anno di vita.
    Per quanto riguarda la chiusura delle “scuole apostoliche” degli Oblati, esse scomparvero tra il 1973 e il 1976.
    La chiusura di tali studentati fu possibile grazie all’affermarsi di nuovi orientamenti psicopedagogici e di sociologia pastorale nel campo delle vocazioni sacerdotali.
    Si abbandonarono, definitivamente, le metodiche tradizionali relative alla formazione sacerdotale per adolescenti.
    Il nuovo corso fu adottato anche da altri ordini religiosi, che puntarono sulle vocazioni mature e spontanee, anziché sul reclutamento adolescenziale degli aspiranti allo stato di perfezione evangelica.
    Si offriva, infatti, ai giovani la consapevolezza della scelta operata con l’ingresso nel “noviziato”, non a 17 anni, ma fra i 23 e 24 anni, dando più garanzie per raggiungere la difficile meta del sacerdozio di Cristo.


  4. #24

    Auto-biografia di Antonio Iosa: il viaggio a Parigi

    Auto-biografia di Antonio Iosa: il viaggio a Parigi


    Nel marzo 2000 mi capitò di fare un viaggio premio a Parigi dai sorprendenti figli miei, Davide e Christian.
    Mi recai ben volentieri, in compagnia di Raffaella, a visitare la capitale della Francia e la reggia di Versailles.
    Ho un ricordo bellissimo di questo soggiorno; ho raccolto un album fotografico come documentazione, che fu arricchito anche da una serie di diapositive, utilizzate per qualche conferenza.
    Nel settembre successivo il primo figlio Davide si sposò con Susanna.
    Ogni genitore sa bene quanta pazienza e quanti soldi occorrono per preparare un matrimonio.
    Tale evento mi ha fatto riflettere che gli anni passano, i figli crescono e poi si formano una famiglia per conto loro.
    Sono diventato finalmente nonno, con la nascita di Beatrice in data 14 luglio 2003 e nel 2016 la nipotina ha compiuto 13 anni.


  5. #25

    Auto-biografia di Antonio Iosa: il veggente di Paratico

    Auto-biografia di Antonio Iosa: il veggente di Paratico


    Nel 1955 andai a San Giovanni Rotondo per assistere ad una messa di Padre Pio.
    Rimasi dolorosamente colpito di fronte a scene di fanatismo popolare, tant’è che me ne ritornai a Milano con l’animo scettico e dubbioso, anzi scrissi una memoria in cui mi dichiaravo incredulo circa la santità di Padre Pio.
    Riconosco, adesso, che avevo torto marcio.
    Ritornato a Milano dopo le ferie estive del 2000, ebbi a che fare con una persona, che sosteneva di vedere la Madonna.
    Ebbi notizia che un “veggente” utilizzava la chiesa della mia parrocchia “Gesù, Maria, Giuseppe” in via Mac Mahon.
    Ogni secondo giovedì del mese si radunava un gruppo di fedeli, per la recita del rosario di fronte al Santissimo Sacramento, con il “veggente”, un certo Marco di Paratico, in provincia di Brescia, che ha fondato l’opera “Mamma dell’Amore”.
    Durante la recita del rosario, Marco cadeva a terra in ginocchio e vi rimaneva per alcuni minuti, in “trance”; quindi si alzava in piedi e comunicava ai presenti il messaggio ricevuto direttamente dalla Madonna.
    La curiosità fu più forte di me.
    Il secondo giovedì di settembre mi recai ad assistere alla recita del rosario, alle ore quindici.
    La cerimonia suscitò in me forti perplessità.
    Il “veggente” intercalava la serie di “Ave Maria” con giaculatorie, canti mariani, preghiere varie, messaggi divini e messaggi di benedizioni papali.
    La cerimonia, così concepita, induceva i presenti a facili suggestioni spirituali e li predisponeva psicologicamente a un certo fanatismo, soprattutto nel momento in cui Marco cadeva in una breve “estasi” per colloquiare con la Vergine e ricevere puntualmente il suo presunto messaggio.
    È in questo momento che fui testimone di alcuni episodi sgradevoli.
    I fedeli, seduti in prima fila, si precipitavano ad estrarre dalle borse o dalle tasche macchine fotografiche e si affrettavano a scattare flash accecanti, per immortalare l’evento.
    Il contenuto dei messaggi celesti risultava alquanto banale e non capivo perché la Madonna insistesse a comunicarli giornalmente in tutte le altre località, ove si radunava il gruppo di preghiera, fondato da Marco in preda a suggestioni mistiche.
    Anche al termine dell’incontro si verificavano episodi strani.
    Il “veggente” era attorniato da una calca di fedeli, che gli mostravano santini, fotografie di parenti ammalati o bisognosi, oggetti appartenenti a persone care, per invocare la sua benedizione e l’imposizione delle mani.
    Egli, anziché rifiutarsi di alimentare questo clima di eccitazione fanatica, indugiava volentieri nel prodigarsi a dispensare benedizioni e medagliette miracolose, imponendo le mani sulla testa dei malati, come se fosse “un santone o un guaritore”.
    Tutto questo avveniva in chiesa fra urla e schiamazzi della gente che invocava aiuto, con avvisaglie di crisi isteriche da parte di qualche fedele.
    In fondo alla chiesa era allestito un tavolo, dove venivano esposti libri di preghiere, medagliette, spille, statuine di S. Taddeo alte circa venti centimetri, statuine della Madonna di trenta centimetri e video cassette, il tutto da vendere ai fedeli che partecipavano all’incontro.
    Ho parlato di tale esperienza, perché confesso di avere contribuito a farla cessare in chiesa con un semplice espediente, senza mettere in difficoltà il parroco che la tollerava.
    Ho telefonato alle redazioni cronaca dei giornali “Il Giorno e La Repubblica”, che si affrettarono ad inviare un cronista ciascuno.
    Il giorno dopo apparvero sulle pagine di cronaca due articoli sul “veggente”, che radunava oltre trecento adepti nella chiesa[1].
    La curia di Milano non aveva mai autorizzato tali riunioni di preghiera e quindi le vietò.
    Le cerimonie successive, previste in chiesa, furono sospese.
    Seppi che il gruppo di preghiera si radunava, per la recita del rosario, in una palestra privata, sita nel quartiere di Villapizzone, poi tutto cadde nel dimenticatoio.
    Spero di non avere fatto la “parte del diavolo” verso il veggente Marco.
    Se l’opera viene da Dio, essa continuerà aldilà delle mie perplessità e del mio gesto d’informare i giornali. Ho la coscienza tranquilla.
    La stessa autorità ecclesiastica, che proibì l’iniziativa in chiesa, sembra avermi dato ragione.
    * * *
    Con il 2001 sono entrato nel terzo millennio.
    Il mutato quadro politico, sociale e culturale in Italia, in Lombardia e a Milano rischia di seminare i germi del totalitarismo e dell’intolleranza.
    La visione della politica e delle istituzioni è concepita in modo elitario, nelle linee attuative del programma amministrativo.
    Si privilegiano solo gli interessi dei poteri economici forti della città, rappresentati soprattutto dall’Assolombarda e dai grandi stilisti della moda, dai banchieri ai costruttori edili.
    Nello stesso tempo risultano gravi i ritardi e le manchevolezze per risolvere i numerosi problemi della periferia milanese. I cittadini dei quartieri non vengono ascoltati e non trovano momenti di dialogo e di confronto con l’operato della Giunta municipale.
    A questo punto è lecito porre a me stesso, con sincerità e autocritica, alcuni quesiti: vale ancora la pena continuare nel nobile e forse inutile, quanto generoso sforzo di mantenere in vita il Circolo culturale “C. Perini”, trasformato dal 2003 in fondazione, se vengono a mancare i punti di riferimento istituzionali?
    Ha ancora senso, in Milano, continuare a gridare nel deserto culturale della periferia milanese, quando gli interlocutori istituzionali sono completamente assenti e lontani dalla gente comune e onesta?
    A circa 84 anni suonati e dopo 55 anni della Fondazione Carlo Perini non è giunto forse il momento di recitare con il vecchio Simeone:
    il «Nunc dimittis, Domine, servum tuum» [Ora lascia, Signore, che il tuo servo vada in pace]?
    Per somma ingiuria, nel 1980 i brigatisti rossi mi hanno gambizzato e chiamato “servo di Kossiga”.
    Ti prego, o Signore, rendimi almeno tuo servo e, se non sono troppo presuntuoso, rendimi servo di tutti, ma non di Kossiga.


    [1] Il Giorno: Cronaca di Milano “Il veggente di via Mac Mahon”; La Repubblica - Cronaca di Milano “Il geometra che parla alla Madonna”, 10 novembre 2000.

  6. #26

    Auto-biografia di Antonio Iosa: La Politica

    Auto-biografia di Antonio Iosa:La Politica

    Capitolo 5 -

    Fanciullezza, preadolescenza e adolescenza (fino a 18 anni): la società rurale in Daunia dopo il fascismo

    In queste terre imbiancate dal sole e ingiallite dalle stoppie, uniformemente riarse, si adagiano paesi lontanissimi che appaiono ovunque si posi lo sguardo sia che fosse la piana bruciante, sia che fossero le colline sgretolate e brulle del paesaggio del Gargano, sia che si osservassero le colline cretose e sassose del selvaggio Subappennino dauno, confinante con il Sannio e con la Campania (Benevento).
    In questo vasto panorama geografico e antropologico spiccano, su dirupi e su colline scoscese, paesi vaghi nella distanza.
    Si distinguono, altresì, i profili delle bianche case delle grandi città adagiate nella piana del Tavoliere e, poi, i borghi più piccoli, i cascinali, le masserie, le case coloniche, come tanti puntolini che si disperdono, a vista d’occhio, nella monotonia di un ambiente naturale, pittoresco e suggestivo.
    Si stenta a credere che, in quelle solitudini geografiche, potessero vivere esseri umani in comunanza con le bestie.
    Era questo il mondo della civiltà contadina e dei rurali di Puglia nei secoli precedenti e nel Novecento, sino a dopo gli ultimi due conflitti mondiali, o meglio, sino al 1960.
    La civiltà contadina della Daunia non era rappresentata soltanto dai braccianti, dai montanari, dai pastori, dai pescatori, dai disoccupati o sottoccupati, dai diseredati, ma anche dai piccoli proprietari, dai mezzadri, dagli artigiani, dai commercianti e da professionisti, dai funzionari pubblici, da una sparuta avanguardia d’intellettuali e da pochissimi proprietari latifondisti, spesso d’origine nobiliare.
    Al mio paese pochi si resero conto che cosa fosse stato e che cosa avesse significato l’era fascista.
    Con il ritorno della democrazia, ripresero vita i vecchi partiti politici e ne nacquero di nuovi.
    Dalle camicie nere si passò alle bandiere rosse e a quelle bianche.
    Solo all’età di diciannove anni afferrai la negatività storica del fascismo.
    Sino a quella età, certe realtà politiche, storiche e culturali erano lontane, se non proprio assenti, dalla mia riflessione.
    Simpatizzavo per la Democrazia Cristiana a causa della mia formazione religiosa, ricevuta in famiglia, in parrocchia da bambino, in convitto da adolescente, ma nello stesso tempo provavo un forte senso di solidarietà verso i contadini in lotta per ottenere le terre incolte.
    Nel 1952 mi trasferii a Milano e scoprii i valori e gli ideali della “Resistenza”, della lotta per la “Liberazione” del Nord Italia dal regime fascista, del ritorno dei partiti politici per dare corpo alla nuova democrazia italiana e dell’emanazione della “Costituzione Repubblicana”.
    Conobbi molti partigiani; i più oggi sono morti (ricordo, ora, Leo Valiani, Giovanni Marcora, Aldo Aniasi e Giovanni Pesce che hanno fatto parte del Direttivo onorifico cittadino del “Perini”), ma quei pochi che sono ancora in vita li considero veri amici. Riandando ai miei ricordi dell’adolescenza: ecco il dopoguerra; il ritorno dei reduci; le vacanze di noi ragazzi erano finite e riprendeva la vita di tutti i giorni.
    Ritornò, soprattutto, la democrazia e, con essa, il suffragio universale.
    Il diritto di voto fu esteso a tutte le donne maggiorenni.
    Mi resi, però, conto che il quadro politico in Puglia e nel mio paese era molto mutato dopo la Liberazione. Il 25 aprile del 1945 portò la rinascita dei partiti politici e dalla “Camicie nere” si passò “alle bandiere rosse e alla bandiere bianche o al garofano rosso e al bianco fiore”.
    Dal 21 giugno al 10 dicembre 1945, Ferruccio Parri, per i suoi meriti di antifascista, fu il primo Presidente del Consiglio dei Ministri.
    Dal 10 dicembre 1945 al 17 agosto 1953, tale carica fu ricoperta da Alcide De Gasperi.
    Il sovrano Vittorio Emanuele III abdicò il 9 maggio 1946 e gli successe Umberto II, che fu re per 34 giorni, mentre il 2 giugno 1946 si votò per la Costituente e per il Referendum tra Monarchia e Repubblica.
    A Casalnuovo vinse la Monarchia, come pure in tutta la provincia di Foggia con 155.852 voti, rispetto ai 129.743 voti attribuiti alla Repubblica.
    Su 61 comuni della Daunia, 37 si espressero per la Monarchia e 27 per la Repubblica.
    A livello nazionale, con la sconfitta della Monarchia e la vittoria della Repubblica, il sovrano fu costretto all’esilio con la partenza, il 13 giugno, per Cascais in Portogallo.
    Il 26 giugno 1946, la Costituente elesse il primo Presidente della Repubblica nella figura di Enrico De Nicola.
    Il 1° gennaio 1948, entrò in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana.
    Nel campo religioso si celebrò, nel 1950, il Giubileo per il nuovo Anno Santo.
    Non ho ricordi personali di questo periodo storico, caratterizzato, sul piano politico e sociale, dalle lotte fra braccianti e mezzadri contro molti agrari latifondisti, imparentati al fascismo e poi passati alla Democrazia Cristiana.
    Ho vissuto preadolescenza e adolescenza lontano dal paese, in un istituto religioso.
    Percepivo qualche eco lontana delle lotte di contadini, braccianti e reduci di guerra.
    Disprezzavo, in cuor mio, gli odiosi e arroganti padroni terrieri, specialmente i latifondisti, sfruttatori della fatica umana.
    Condividevo più la rabbia dei poveri, che si erano spinti all’occupazione abusiva di terre abbandonate a causa della fame, piuttosto che il rancore dei ricchi egoisti e sfruttatori.
    Con il motto “La terra ai contadini” si chiedeva che campi incolti e mal coltivati fossero sottratti ai latifondisti per essere consegnati ai braccianti nullatenenti.
    Compresi, altresì, che la lotta contro il capitalismo agrario aveva come obiettivi il sussidio per la disoccupazione, l’aumento degli assegni familiari, l’imponibile sulla mano d’opera rapportato agli ettari di terreno posseduto, l’abolizione della piazza di collocamento, la creazione di un regolare ufficio di collocamento e avviamento al lavoro, un’indennità del supplemento del caro pane a quei braccianti, che svolgevano lavori più pesanti.
    Si cominciò a parlare di riforma agraria proprio con il concetto di espropriazione delle grandi proprietà terriere.
    La stessa Democrazia Cristiana, nel congresso di Napoli del 1947, si apprestò ad assumere l’impegno d’onore per l’elevazione economica e sociale del Mezzogiorno attraverso la Riforma Agraria.
    Certo non erano presenti i proponimenti d’industrializzazione e di sviluppo del turismo, ritenuti fuori luogo e chimerici, a fronte della fame che non poteva attendere troppo e bisognava pur mangiare ogni giorno.
    Nel 1948 Amintore Fanfani, Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, diede vita ad un piano di ricostruzione edilizia delle città scheletro, distrutte dalla guerra, e per l’incremento dell’occupazione in Italia, ma le sorti dello sviluppo nel Mezzogiorno erano legate alla Riforma Agraria.
    Sapevo, tuttavia, che i padroni locali non avrebbero mai pensato di avviare la trasformazione fondiaria e non si curavano di applicare le leggi, benché ogni inadempienza prevedesse severe sanzioni penali, che non venivano, però, mai applicate.
    Simpatizzavo per il grande sindacalista Giuseppe Di Vittorio, nativo di Cerignola, che dedicò la sua vita ad organizzare le masse rurali e a promuovere l’occupazione contadina dei latifondi.
    Fui, in quel tempo, informato dei gravi scontri fra contadini e padroni, fra forze dell’ordine e masse rurali, che reclamavano la terra.
    Rimasero particolarmente famosi i moti popolari bracciantili a San Severo, Torremaggiore, Cerignola, Lucera, Candela, Foggia e in altri paesi della Daunia. Anche i braccianti agricoli di Casalnuovo furono protagonisti di occupazioni di terre, come nel caso di Vallevona, che poi abbandonarono, perché vennero cacciati a manganellate dai “Celerini” di Mario Scelba, all’epoca ministro dell’Interno.
    Il grande problema della terra ai contadini fu l’evento politico più importante dell’immediato dopoguerra nel Sud Italia.
    Tali ricordi mi segnarono profondamente, tant’è che dopo circa quarant’anni sentii l’esigenza di riordinarli per approfondire la mia ricerca sulla “questione meridionale”. Ne nacque il volume “La terra del silenzio: proverbi contadini e tradizioni popolari della Daunia”, pubblicato nel 1983 dall’editore Mario Adda di Bari. Esso contiene un grande affresco su quel mondo rurale, che ormai è del tutto scomparso.
    Il volume raccoglie la memoria storica della civiltà contadina, che è indispensabile per cogliere le secolari radici della “questione meridionale” di ieri e di oggi.

  7. #27

    Auto-biografia di Antonio Iosa: La Politica della mia giovinezza (19-30 anni)

    Auto-biografia di Antonio Iosa: La Politica della mia giovinezza (19-30 anni): divento milanese d’adozione

    Agli inizi degli anni sessanta la mia esperienza personale, sotto il profilo sociale e culturale, si affinava e mi sforzavo di collegarmi soprattutto con il cattolicesimo democratico, che si identificava con il mondo progressista.
    A Milano frequentavo il Centro culturale San Fedele di area cattolica progressista, ove si tenevano importanti iniziative e il Club Turati, di area socialista.
    Una certa diffidenza mi portò a non partecipare alle iniziative della Casa della Cultura, di area comunista, perché era considerato quasi peccato, per un cattolico o democristiano, assistervi a qualche dibattito.
    Sino al 1961, pur simpatizzando per i democristiani Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti, non sentii il bisogno d’iscrivermi al loro partito politico.
    Ero ancora preso da troppi problemi familiari.
    La coabitazione di due famiglie era difficile, anche se si riusciva a far quadrare i conti economici e si cominciava a mettere da parte qualche risparmio.
    Chi ha patito la fame e la miseria, quando vive in una certa abbondanza, cerca sempre di risparmiare qualcosa nella malaugurata ipotesi di ritrovarsi in difficoltà.
    Nel giugno 1962 iniziai a lavorare presso il Centro Studi per il piano intercomunale milanese, che predisponeva la redazione dei piani regolatori generali e lo studio della programmazione socio - economica del territorio, a livello comprensoriale.
    Nel 1961 fu possibile ottenere, dall’Istituto autonomo case popolari, in assegnazione due appartamenti nel quartiere di Vialba - Quarto Oggiaro, situato all’estrema periferia nord di Milano, che molti assegnatari rifiutavano, perché la zona era troppo lontana dal centro storico e priva di infrastrutture e servizi adeguati.
    Da parte mia invece, non feci nessuna difficoltà nell’accettare la nuova sistemazione in un quartiere all’epoca definito un ghetto o una landa desolata.
    In tale modo fu possibile scindere i due nuclei familiari.
    La sorella Giovanna, con il marito e i due figli, andò ad abitare per conto suo in un appartamento di via Capuana, mentre io e i fratelli occupammo l’altro di via Gazzoletti con mamma e papà.
    Infatti tutta la famiglia si era ricongiunta a Milano, genitori compresi.
    Il mio trasloco a Quarto Oggiaro segnò una tappa fondamentale nella mia vita.
    A livello politico, la nuova abitazione favorì l’impegno di costituire, con un gruppo di cattolici del quartiere, una sezione della Democrazia Cristiana in Quarto Oggiaro, cioé in una realtà ove le tensioni sociali erano forti e lo scontro tra le forze politiche molto vivace e contrastato.
    Mi iscrissi alla nuova sezione della DC intitolata ad “Enrico Mattei” e mi collocai subito all’interno della corrente di “base” della sinistra milanese, guidata da Giovanni Marcora, Luigi Granelli e Piero Bassetti.
    Mi sembrò naturale, per la mia esperienza di vita, essere vicino a quanti, in virtù di una visione laica dello Stato democratico, si dichiaravano cattolici progressisti e condividevano i motivi ispiratori della dottrina sociale della Chiesa e le aperture del Concilio Ecumenico Vaticano II.
    Vi era, inoltre, una visione più pragmatica e manageriale della politica, che aveva il suo punto di riferimento in Giovanni Marcora.
    Nutrivo qualche fondato sospetto verso la posizione di sinistra di un industriale come Bassetti, che si dimostrò storicamente e sorprendentemente sempre leale con le scelte politiche fatte, smentendo clamorosamente il mio scetticismo.
    Venne poi, sempre nel 1962, il congresso di Napoli della DC.
    Ero presente anche io a Napoli quando il segretario Aldo Moro aprì la stagione del “centro - sinistra”, con un discorso durato circa 8 ore che si concretizzò, nel maggio del 1963, con l’inserimento del Partito Socialista Italiano nella coalizione di governo, come superamento della politica moderata e centrista. Commovente fu, in quel periodo, la mia collaborazione con Franco Verga, che fondò il Centro Orientamento Immigrati e volle tenere il primo corso per gli analfabeti in Milano, proprio nella sede del Circolo culturale C. Perini a Quarto Oggiaro, fondato da poco. Verga dedicò la sua vita agli immigrati, ai quali ha lasciato in testamento spirituale l’esempio fulgido di una vita santamente vissuta e impregnata di cristiana solidarietà.
    Morì tragicamente, fisicamente e psicologicamente stressato a causa dei numerosi debiti contratti per tenere in vita il suo Centro Orientamento Immigrati nel quale profuse anche il suo stipendio di dipendente della Cassa di Risparmio delle Provbincie Lombarde (oggi Fondazione).
    Annegò, misteriosamente di notte, nello specchio d’acqua della Fontana di via Farini di fronte alla chiesa di S. Antonio, profonda appena cm. 10, di fronte.
    Al mattino i frati all’ apertura della chiesa trovarono il suo corpo, che galleggiava sull’acqua della fontana. L’adesione alla corrente di “base” fu sempre coerente alla mia esperienza di cattolico democratico.
    Per circa trent’anni, sino a quando lasciai la DC nel dicembre 1990 per aderire al movimento “La rete” di Leoluca Orlando.
    Per 30 anni rimasi fedele al partito senza mai cambiare casacca o sfarfalleggiare da una corrente all’altra in cerca di prebende, secondo la consuetudine di molti opportunisti che militavano nella DC.
    Furono quegli gli anni in cui crebbi politicamente e culturalmente, anche se la mia azione operativa si concentrò in periferia, dove lo scontro politico fra opposte ideologie (cattolica marxista) era frontale e quindi bisognava iniziare un cammino comune, fra credenti e non credenti, per dare vivibilità agli agglomerati residenziali e per partecipare alle lotte a difesa della dignità della persona umana.
    Nei quartieri dormitorio bisognava battersi per migliorare la qualità di vita degli abitanti della periferia, considerati “quelli che non contano”, perché emarginati dalle istituzioni e dal sistema politico dominante.
    Poco m’importava se, in tale cammino, si affiancavano anche i comunisti.
    Come militante della corrente di “base” ritenevo compatibile perseguire tali obiettivi e mi sembrava naturale schierarmi con la gente in lotta per rivendicare una sorta di “carta dei diritti alla città”.

  8. #28

    Auto-biografia di Antonio Iosa: il Circolo culturale Carlo Perini

    Auto-biografia di Antonio Iosa: il Circolo culturale Carlo Perini


    Non meraviglia quindi se il mio impegno culturale si orientò verso la fondazione di un Circolo, nella periferia milanese, che potesse colmare il vuoto esistente nel dialogo fra istituzioni e società civile e che costituisse uno spazio regionale di confronto e un luogo del dibattito interculturale fra le diverse ideologie impegnate nell’azione politica e sociale. L’intento era quello di fare nascere una cultura popolare per la realizzazione di nuove esperienze decentrate di alto livello, nei quartieri di Milano.
    Nel 1962, alla luce delle attese e delle speranze suscitate dal Concilio Ecumenico Vaticano II, nasceva il Circolo, anche come sfida ai poteri forti della città. La cultura, all’epoca, si esprimeva solo in luoghi e ambienti tutti collocati nel Centro storico.
    Gli enti culturali pubblici e privati erano e sono tuttora collocati nel zona della cerchia dei navigli, ove la borghesia salottiera laica e cattolica si compiaceva di radunarsi per auto – ascoltarsi, magari tra whisky e champagne.
    Occorreva contribuire a fare nascere una coscienza popolare per la realizzazione del decentramento amministrativo e l’attuazione delle Regioni a statuto ordinario.
    La creazione di nuove esperienze di animazione culturale, sul territorio della periferia milanese, rispondeva a tale esigenza.
    La nascita del Circolo culturale Carlo Perini fu favorito, soprattutto, dal grande evento dell’11 ottobre 1962, quando si aprì nella Basilica di S. Pietro in Roma, con un solenne rito liturgico, il Concilio Ecumenico Vaticano II, voluto da Papa Giovanni XXIII, eletto il 18 ottobre del 1958.
    Si respiravano, a quel tempo, non solo l’apertura ecumenica al dialogo da parte dei cattolici verso i non credenti, ma anche le speranze internazionali della “nuova frontiera” di J. F. Kennedy, presidente degli USA e del disgelo fra le due superpotenze, Russia e America, sul disarmo nucleare per consolidare la pace, e le attese per la realizzazione del “1° Governo di centro - sinistra in Italia”.
    All’epoca era difficile avere una mentalità per una cultura umana e cristiana nel segno del pluralismo e della capacità del reciproco ascolto fra credenti e non credenti.
    La nostra azione culturale si orientò in tale direzione, grazie ai documenti conciliari “Gaudium et Spes” e la “Lumen Gentium”, in cui veniva incoraggiato e stimolato il dialogo tra “Chiesa e Mondo Moderno”, tra scienza e fede, fra credenti e non credenti.
    I cattolici, che prendevano alla lettera le indicazioni scaturite dal Concilio Vaticano II, si convinsero che quanto più si conoscono i bisogni del mondo moderno, tanto più l’annuncio del Vangelo può raggiungere il cuore dell’uomo e costringere la Chiesa stessa a riscoprire valori assopiti o appannati della cultura cristiana.
    Il Circolo culturale Carlo Perini, al contrario, si aprì alla collaborazione e all’ascolto di altre ideologie e arricchendosi all’interno del suo direttivo di esponenti del mondo culturale di sinistra, di quello cattolico progressista e di quello liberale, divenne altresì l’areopago, ove si confrontarono uomini di buona volontà di tutte le ideologie democratiche, facendo distinzione fra l’errore e l’errante

  9. #29

    Auto-biografia di Antonio Iosa: Auto-biografia di Antonio Iosa: 1° aprile 1980 , io

    Auto-biografia di Antonio Iosa: 1° aprile 1980 , io gambizzato dalle Brigate Rosse


    Negli anni sessanta e settanta s’intensificò il mio impegno di militanza politica nella DC.
    Fui candidato anche in alcune tornate amministrative per il rinnovo del consiglio provinciale, naturalmente in collegi perdenti, perché quelli vincenti erano già stati accaparrati dai furbi.
    Il 1° aprile 1980 fui vittima di una triste e penosa vicenda. Mentre partecipavo ad una conferenza nella sezione periferica della DC, in via Mottarone a Milano fui oggetto dell’attentato terroristico da parte della br.
    Ho scritto di conseguenza un volume di memoria dal titolo
    “La storia di ieri e di oggi – Per non dimenticare le vittime di terrorismo, di strage, delle foibe e dei campi di concentramento”,
    ove si accenna alle mie vicende di gambizzato ad opera delle brigate rosse della colonna Walter Alasia con l’attentato del 1° Aprile 1980.
    Tale argomento viene ampiamente narrato nelle altre parti del presente volume col mio racconto di testimone oculare che ha vissuto, sulla propria pelle, la stagione degli opposti estremismi e della strategia della tensione dal 1969 al 1984.
    La storia della “Notte della Repubblica” è stata contrassegnata dallo stragismo dell’eversione di destra iniziata il 12 dicembre 1969 con con la strage piazza Fontana e dal terrorismo dall’antagonismo armato della sinistra eversiva, che ha seminato morte e dolore nei bui anni di piombo dal 1974 al 1984.



  10. #30

    Auto-biografia di Antonio Iosa: la questione morale della politica negli anni '80

    Auto-biografia di Antonio Iosa: io e la questione morale della politica a partire dagli anni '80

    * * *


    La questione morale, intesa come questione politica, economica e sociale fu sempre presente nella mia coscienza e nel corso della mia militanza politica.
    La voce di un iscritto della periferia del partito era inascoltata, anzi era ritenuta deleteria e autolesionista, in quanto con le denunce rischiava di non produrre consensi elettorali per il partito.
    La questione morale nacque dall’arroganza degli uomini di potere che godevano di un crescente senso d’impunità.
    In Italia si era realizzato un intreccio perverso di corruzione tra sistema politico, alta e media burocrazia e sistema delle imprese.
    Si era di fronte ad una sorta di tacito patto di convenzione istituzionale per la quale la corruzione si configurava non come patologia, ma come fisiologia del sistema.
    La connessione tra affari e politica si esprimeva nella legittimità di un costo istituzionale delle attività economiche dai piccoli appalti degli enti locali, ai grandi appalti nazionali, sino a raggiungere livelli impensati di pratica delle lottizzazioni, delle tangenti, delle collusioni con i poteri malavitosi.
    Il regime della corruzione aveva logorato i suoi rapporti con la società civile.
    Il rifiuto dei partiti di considerare la questione morale come prioritaria innescò un processo di ribellione contro il sistema di potere dominante. Negli anni’80, prima che esplodesse “Tangentopoli”, il mio rapporto politico con la DC si era notevolmente affievolito e diventava conflittuale.
    I dirigenti di partito erano sempre più assenti e lontani dai bisogni dei cittadini.
    Si praticavano disinvoltamente le lottizzazioni, si percepivano tangenti, imperava la spartizione del potere.
    I valori cristiani erano scomparsi e nella prassi quotidiana dominava la corruzione.
    Gli scandali erano sotto gli occhi di tutti, anche se era ignota la dimensione dell’illegalità diffusa.
    Le forti e convincenti denunce da Palermo di Leoluca Orlando, contro il potentissimo Giulio Andreotti e altri poteri forti siciliani collusi con la mafia, suscitavano in me ammirazione e consenso.
    Nacque un sodalizio fra Milano e Palermo.
    Il sindaco Orlando divenne, in più occasioni, ospite fisso del Circolo culturale C. Perini.
    Per la prima volta, nel gennaio del 1988, denunciammo che Milano era una città mafiosa come Palermo, poiché riciclava il denaro sporco della mafia nelle Banche e nella Borsa di piazza Affari (il caso del banchiere Sindona divenne emblematico).
    Erano gli anni della “Milano da bere”, cioè di una cultura politica arruffona e ladresca, che si auto - incensava con annunci giornalieri di grandi progetti mai realizzati e che si raccoglieva nei salotti e nei paludati ambienti dell’ufficialità, per spartirsi il bottino razziato.



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